Bisogna tornare a Keynes
di Rocco Buttiglione
[28 luglio 2010]
È opinione comune degli esperti che questa manovra sia
sufficiente per ciò che riguarda la quantità e inadeguata per ciò
che riguarda la qualità. In altre parole i risparmi e le nuove
entrate previste sono sufficienti per assicurare la stabilità e far
fronte agli impegni europei ma la manovra ha un impatto negativo
sullo sviluppo e la occupazione che può essere valutato intorno a
uno 0,5% di crescita in meno. A partire da questo giudizio sarebbe
stato possibile svolgere un serio dibattito in Parlamento per
migliorare la manovra ed al fine di questo dibattito una
opposizione responsabile avrebbe anche potuto astenersi o
addirittura votare a favore. Una opposizione responsabile, infatti,
sa che la stabilità è condizione della crescita, sa che i sacrifici
sono necessari e sa che il paese ha bisogno in questo momento di
medicine amare. Una opposizione responsabile, quindi, non alimenta
nella pubblica opinione l'idea che sia possibile uscire dalle
presenti difficoltà senza sacrifici.
Il governo ha però opportunamente posto la
questione di fiducia e quindi ogni convergenza fra maggioranza ed
opposizione è diventata impossibile. Come mai dico che il governo
ha posto opportunamente la questione di fiducia? In realtà
il giudizio ultimo sulla manovra non è tecnico ma politico e se
guardiamo al problema in una ottica politica più generale il
giudizio sulla sufficienza quantitativa della manovra non regge.
G.W.F. Hegel ha scritto una volta che la quantità si converte ad un
certo punto in qualità. Noi dobbiamo dire oggi invece che la
qualità si converte in quantità. La cattiva qualità (politica)
della manovra si converte in quantità, in insufficienza
quantitativa. La finalità prima della manovra è quella di
rassicurare i mercati, di convincerli che l'Italia continuerà a
pagare il suo (enorme) debito pubblico e che quindi vale la pena di
continuare a comprare i titoli di questo debito pubblico
rinnovandoli alle scadenze. Questo è il compito primario del
ministro dell'economia ed io do atto al ministro Tremonti di avere
assicurato una gestione impeccabile del debito pubblico.
Qualunque critica gli si voglia fare (ed in effetti il
ministro merita molte critiche), questo merito gli va riconosciuto.
Purtroppo nessuna gestione tecnica del debito pubblico, nessuna
manovra quantitativamente adeguata è sufficiente a colmare il
deficit di credibilità politica di un governo percepito come
debole, diviso e quindi incapace di fare fronte ai propri impegni
nel lungo periodo. Provate a guardare all'Italia con gli occhi di
un grande investitore istituzionale straniero. Importanti membri
del governo e della maggioranza appaiono coinvolti in preoccupanti
vicende giudiziarie di corruzione e anche di camorra. Il ministero
delle attività economiche è privo da mesi del suo titolare. Un
altro ministro è stato nominato e congedato nell'arco di qualche
settimana. Altre dimissioni importanti sono avvenute o vengono
annunciate. Si annunciano altri procedimenti giudiziari che
potrebbero avere un impatto devastante sugli equilibri politici.
Non basta. La maggioranza è lacerata da un violento conflitto che
mette in forse l'esistenza stessa del partito del Popolo della
libertà che ne costituisce la spina dorsale politica. Il Capo del
governo lascia trapelare chiaramente la sua insoddisfazione per la
manovra ed alimenta voci di un conflitto con il ministro della
economia. Questo avviene probabilmente per cercare di evitare la
impopolarità che inevitabilmente accompagna misure di
austerità.Tuttavia gli investitori si domandano se il corso di
risanamento economico che è iniziato verrà proseguito e se esiste
la volontà politica di proseguire su questo cammino. La debolezza
politica del governo rischia di diventare causa di insufficienza
per una manovra che, altrimenti, verrebbe giudicata positivamente
dai mercati. Spesse volte, parlando della manovra, si dice che essa
ci è imposta dall'Europa oppure anche che possiamo stare tranquilli
perché l'Europa (cioè Ecofin, il consiglio dei ministri europei
della economia) la ha approvata. Le cose in realtà non stanno
così.Anche senza la pressione dell'Europa noi dovremmo egualmente
mettere in ordine i nostri conti, e l'approvazione di Ecofin non
sarà sufficiente a salvarci se i mercati avranno la percezione di
una nostra debolezza. Se i risparmiatori non comprano i nostri
titoli di debito pubblico lo Stato italiano fa fallimento. Senza
andare ad ipotesi così estreme e (per fortuna) improbabili, se i
mercati ci chiedono un punto di interessi in più per finanziare il
nostro debito pubblico questo già annulla l'intera manovra
finanziaria. La manovra e la sua debolezza politica vanno poi
collocate nel quadro della complessiva situazione europea ed
internazionale. Il presente modello economico europeo è
accentuatamente liberista. Deve esserlo necessariamente non tanto
per una convinzione ideologica quanto perché gli Stati membri hanno
perso la loro sovranità economica ma l'Unione non ne ha acquistata
una sua propria. Gli Stati non si sono fidati abbastanza l'uno
dell'altro e non hanno costruito le istituzioni della politica
economica comune. Di qui il primato della stabilità sulla crescita.
Occorre adesso stabilire in che modo si arriva a definire un
deficit globale europeo, dimensionato in modo tale da svolgere la
desiderata funzione anticiclica globale. In linea di principio tale
deficit può anche essere ripartito fra i diversi Stati membri.
Sarebbe però cosa migliore affidarne la gestione ad una autorità
europea autorizzata ad emettere titoli di debito pubblico europei
(eurobonds). L'Unione dovrebbe naturalmente ricevere le risorse
finanziarie proprie necessarie per il servizio di tale debito.
Nell'ambito della discussione in corso fra i governi su questi temi
è affiorata una proposta interessante.
Tutti stiamo pagando il costo della crisi e le leggi
finanziarie che si fanno nei diversi paesi europei oggi
distribuiscono sacrifici. Una categoria soltanto sembra esente dai
sacrifici e questi sono gli speculatori che con i loro
comportamenti hanno provocato la crisi o almeno ne hanno profittato
e ne hanno ampliato gli effetti. Una tassa di modestissimo importo
sulle tran sazioni bancarie non verrebbe praticamente percepita
dalla clientela normale ma frenerebbe potentemente la speculazione
che deve operare con enormi capitali presi a prestito a fronte di
capitali propri molto ridotti. Essa inoltre genererebbe una
quantità considerevole di risorse. È stato calcolato che una
aliquota dello 0,01% potrebbe generare risorse per 38 miliardi di
euro su base europea. Quanto basta per finanziare un debito
pubblico europeo di più o meno 600 miliardi di euro con i quali si
potrebbe realizzare un necessario piano per l'occupazione e lo
sviluppo, un"processo di Lisbona" finalmente dotato di mezzi
adeguati. L'idea (originariamente del professor Tobin) di recente è
stata fatta propria dalla cancelliera Angela Merkel e ha ottenuto
il consenso del Consiglio Europeo.Per la verità sembra che la
signora Merkel intenda destinare il ricavato della tassa non a un
progetto per l'occupazione, lo sviluppo e la competitività ma ad un
fondo di garanzia contro possibili nuove crisi bancarie.A me sembra
che sia piuttosto opportuno vincolare le banche a un aumento delle
loro riserve legali piuttosto che incoraggiarle a comportamenti
irresponsabili con la convinzione che in caso di necessità vi sarà
un intervento praticamente automatico di un fondo di Stato.
Le politiche economiche europee e mondiali degli ultimi
trenta anni sono state dominate dalla ripulsa delle dottrine
economiche keynesiane e dalla grande rivincita di von Hayek. Il
liberismo di von Hayek (e della scuola di Chicago) ha portato
all'umanità grandi benefici. Sotto la sua pressione si sono
negoziati gli accordi Gatt e si è istituito il Wto. Popoli
emarginati dallo sviluppo hanno avuto, in forza del libero
commercio, la possibilità di entrare nel circolo della produzione
della ricchezza. Queste nuove tendenze hanno fatto per i poveri del
mondo molto più che non intere generazioni di terzomondismo. Certo:
essere sfruttati dal capitalismo è brutto. C'è solo una cosa ancora
più brutta: non essere sfruttati dal capitalismo e vegetare fuori
del circolo mondiale della produzione e del consumo, magari sotto
la protezione di regimi socialisti. Dobbiamo però dire che oggi la
spinta propulsiva di quel modello sembra essersi esaurita. La crisi
indotta dalla speculazione ha indotto tutti gli Stati ad adottare
misure di sostegno della economia di sapore vagamente keynesiano.
Politiche di deficit spending a sostegno della economia sono state
fatte in misura gigantesca per impedire il fallimento delle banche.
È lecito che qualcuno si ponga la domanda: se si può fare per le
banche perché non si può fare per i lavoratori che rimangono senza
lavoro? Un altro elemento che mette in crisi il paradigma liberista
nasce dal suo stesso successo. La competizione dei paesi nuovi
mette in difficoltà quelli di più antico benessere. I paesi nuovi
invadono settori a tecnologia medio/ bassa dove tradizionalmente
era forte l'Italia. Abbiamo bisogno di ristrutturare la nostra
economia per fare fronte alla competizione dei paesi emergenti.
Goetz Briefs ci ha insegnato molti anni fa che vi sono due modi di
aumentare la produttività.Uno di essi comprime i diritti del
lavoro, aumenta i tempi ed i ritmi, diminuisce i salari ed i
benefits, fa crescere gli orari di lavoro. In questo modo la
condizione dei nostri lavoratori si avvicina a quella dei
lavoratori dei paesi emergenti ed il differenziale del costo del
lavoro diminuisce.Vista la abissale differenza dei punti di
partenza questa via non sembra essere molto promettente, anche se
per una fase sarà inevitabile ricorrere anche ad essa,come mostra
l'esempio della ristrutturazione Fiat in corso. Gli accordi
raggiunti dal sindacato sono una amara necessità, cui sarebbe
impossibile ed irresponsabile sottrarsi, ma non rappresentano il
modello da seguire.L'altro cammino per incrementare la produttività
e porsi al riparo della competizione con i paesi emergenti è
investire in conoscenza, fare cose che loro (ancora) non sanno fare
o fare le stesse cose con metodi, procedure e strumenti che essi
(ancora) non sono in grado di maneggiare. Per ottenere questo
risultato è però necessario un potente investimento in educazione e
ricerca oltre che in infrastrutture materiali ed immateriali. Noi
dobbiamo risparmiare sulle spese correnti, in modo ancora più
severo di quanto faccia questa manovra finanziaria. Dobbiamo farlo
però non solo e non tanto per garantire i mercati ma anche e
soprattutto per potere investire in innovazione e sviluppo. E per
fare questo dobbiamo anche poter attivare una spese in deficit per
investimenti, con rigorose procedure di certificazione, secondo la
cosiddetta regola aurea.
Naturalmente questa nuova linea di politica economica si può
perseguire in modo assai limitato e parziale al di fuori di una
nuova iniziativa europea.Abbiamo bisogno di più Europa per poter
restituire alla politica la possibilità di difendere efficacemente
il diritto dei cittadini al lavoro ed allo sviluppo. Abbiamo
bisogno di un keynesismo moderato o di un nuovo keynesismo. Il
punto di partenza è la situazione rilevata da Keynes in cui «il
cavallo non beve». Il credito è disponibile a buone condizioni ma
le imprese non prendono il denaro e non fanno investimenti (o anche
le banche per un qualche motivo sono molto spaventate ed il denaro
non lo danno). In queste situazioni è ragionevole che lo Stato
prenda in prestito il denaro delle banche per fare grandi opere
pubbliche. Keynes vedeva questa necessità più dal lato del sostegno
della domanda. Noi dobbiamo vederla più dal lato del sostegno della
produttività. Dobbiamo investire in infrastrutture materiali ed
immateriali per proteggere la nostra posizione competitiva nel
mondo.
Alla politicaa economica di questo governo noi
rimproveriamo un certo provincialismo italiano e la mancanza di una
visione europea. L'Europa entra in questa politica solo come un
vincolo. Si dice: «Bisogna fare così perché lo chiede l'Europa».
Bisogna invece comprendere e interiorizzare le ragioni per cui
l'Europa ce lo chiede, comprendere ed interiorizzare la "cultura
della stabilità". Una volta compresa e interiorizzata questa
cultura bisogna però anche partecipare, con prudenza e con
coraggio, al dibattito intorno alla modifica delle regole
esistenti. Una volta interiorizzato lo spirito bisogna dire in che
modo la lettera va interpretata o anche cambiata per realizzare
l'intenzione dello spirito. Su questo il nostro governo è carente,
a parte alcuni spunti interessanti di Giulio Tremonti più nella sua
veste privata di professore e "libero pensatore" che in quella
pubblica di ministro dell'economia. Per dirla con una parafrasi di
una celebre frase di San Paolo: bisogna stare in Europa con uno
spirito da figli legittimi e non con uno spirito da schiavi. Certo,
se tutto il proprio prestigio e la propria autorevolezza europei li
si gioca per ottenere scandalose amnistie per agricoltori che hanno
violato ripetutamente la normative europea poi non ci si deve
meravigliare se si rimane fuori dalla stanza dove si decidono le
cose veramente importanti.
Il rimprovero al presente governo il fatto di
avere una politica economica costruita per intero sulle convinzioni
di una fase ormai superata della storia. Allora la chiave dello
sviluppo era semplicemente la riduzione dell'intervento dello Stato
e la diminuzione del carico fiscale. Tutto si poteva sintetizzare
nel motto: meno regole, meno Stato e soprattutto meno tasse. Se poi
la concreta azione di governo abbia realizzato quei propositi o sia
stata troppo arrendevole alla forza delle corporazioni e dei
monopoli è altra questione. Oggi quelle parole d'ordine non hanno
perduto la loro attualità ed il loro fascino ma ad esse se ne
accompagnano di nuove: più infrastrutture materiali ed immateriali,
più ricerca scientifica, più ferrovie, più autostrade ed
infostrade, più università di qualità etc… E, soprattutto, per
rendere possibile questo, nuove regole europee. Voglio ripeterlo:
fuori dell'Europa non c'è salvezza, ma non ci si salva neppure in
una Europa sclerotica che ripete vecchie formule di cui smarrisce
progressivamente il senso. Io rimprovero al presente governo il suo
deficit di credibilità politica che minaccia di vanificare i
sacrifici che con questa manovra finanziaria vengono chiesti ai
cittadini italiani. I mercati non valuteranno solo le quantità
della manovra. Inevitabilmente si domanderanno: c'è una politica di
lungo periodo per il rilancio della produttività? C'è una visione
per riposizionare l'Italia nella nuova divisione internazionale del
lavoro? C'è l'energia per costruire un nuovo e necessario progetto
paese?
Se la risposta è negativa allora una manovra pur
quantitativamente adeguata potrebbe non bastare a salvarci. La
speculazione, come il Satana della lettera di S.Pietro " tamquaqm
leo rugiens circuit, quaerens quem devoret"(si aggira come un leone
ruggente, alla ricerca di una vittima da divorare). La vittima
designata pareva essere, dopo la Grecia, il Portogallo o l'Irlanda
o la Spagna. Benché i fondamentali dell'Italia non siano cattivi
(sono anzi, a parte il debito, fra i migliori dell'Unione) la
debolezza politica del governo ci espone al pericolo.È affiorata di
recente la proposta di un governo di responsabilità nazionale. È
affiorata, ed è stata rapidamente accantonata. La maggioranza non
vuole riconoscere la propria debolezza aprendo una crisi di
governo. Gran parte della opposizione si preoccupa della
possibilità che il nuovo governo possa essere guidato dall'attuale
Capo del Governo. Pochi si domandano: un nuovo governo per fare
cosa? Con quale programma? Con quel prospettiva e con quale
visione? E ancora: è possibile costruire una azione di governo che
ponga al centro il tema della occupazione e del lavoro che è
inscindibile da quello della competitività del nostro sistema
economico. Oggi ho cercato di dare un contributo per aprire un
dibattito su questi temi, quelli che riguardano non gli equilibri
interni della classe politica ma il bene comune del paese. Un
sistema sociale che non riesce a creare una ragionevole abbondanza
di occasioni di lavoro, un sistema in cui chi vuole lavorare ed ha
bisogno di lavorare non ha la possibilità di farlo, perde buona
parte della propria legittimazione morale.
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