Cronache di liberal

Il duro bivio dell’Europa

di Rocco Buttiglione [07 luglio 2010]

Crollano in Italia gli investimenti, del 12,1%, e crollano proprio nel momento in cui ci sono segnali positivi di ripresa della produzione industriale. Produciamo dunque di più con meno investimenti? È possibile? Cosa significa questo? Probabilmente questo significa che stiamo ristrutturando per guadagnare competitività ma la competitività guadagnata deriva da un aumento dei ritmi e/o una diminuzione dei diritti del lavoro. La recente vertenza Fiat conferma questa ipotesi. Lì, per la verità, gli investimenti ci sono, e tanti (700 milioni di euro), ma l'investimento è condizionato ad un aumento dei ritmi e a una diminuzione delle tutele dei lavoratori. L'investimento, cioè, è di una natura tale da potere funzionare solo a quelle condizioni. Bene hanno fatto i lavoratori ad accettarlo ed irresponsabile è stato il comportamento della Fiom che invece voleva rifiutarlo. Anche il caso Fiat, però, conferma l'ipotesi di una ristrutturazione che avviene prevalentemente a spese del lavoro.

C'è una alternativa? Un grande economista tedescoamericano, Goetz Briefs, ha spiegato molti anni fa che esistono due tipi di aumento di produttività. Uno è quello fondato sulla compressione dei diritti del lavoro, l'altro è quello fondato sulla applicazione sistematica della conoscenza ai processi produttivi e che si basa quindi sulla innovazione: innovazione di processo (si produce con metodi e macchine nuovi) e innovazione di prodotto (si producono cose nuove). Il secondo tipo di aumento di competitività valorizza il lavoro, il primo lo svalorizza. Sembra che la ripresa che si annuncia (se tutto va bene) sia una ripresa poco innovativa, una ripresa destinata ad aumentare le diseguaglianze della nostra società e non a diminuirle. Possiamo aggiungere qui un altro dato inte- ressante. In tempi di crisi complessiva mentre diminuisce la occupazione degli italiani aumenta invece quella degli immigrati. Si tratta probabilmente della conferma che la ripresa crea (quando li crea) posti di lavoro a bassa qualificazione che i giovani italiani non vogliono e che vanno quindi agli immigrati. Facciamo fronte alla competizione internazionale riducendo il costo del lavoro e non creando innovazioni di prodotto e di processo. È ovvio che qui noi stiamo grossolanamente semplificando. Non sarebbe difficile citare dieci nomi di aziende medio-grandi che hanno puntato invece sulla innovazione e sulla ricerca. Anche se fossero cento, tuttavia, il quadro complessivo, la tendenza dominante, non cambia. Contrariamente a quello che pensa una parte della Cgil questo non avviene per una scelta perversa dei "padroni". Se non si è attrezzati a competere sulla innovazione e se non si vuole uscire dal mercato o licenziare la tendenza attuale è l'unica possibile nell'immediato. È anche vero, però, che di questo passo la fine del sistema industriale italiano è solo rinviata. È evidente infatti che nel lungo periodo non saremo mai in grado di competere con i Paesi emergenti sul costo del lavoro. Non è possibile eludere allora due domande.La prima è: costa sta facendo la politica per cercare un altro cammino? La risposta è sconsolata: nulla. Il programma originario dei Berlusconi era un programma di liberismo radicale. Riduciamo le tasse, lasciamo mano libera al mercato ed avremo come risultato abbondanza di posti di lavoro e prosperità per tutti. Si è dunque buttata a mare frettolosamente ogni idea di politica industriale. La politica industriale la fa il mercato. Il predominio assoluto del ministro per l'economia sul collega che ha avuto di volta in volta l'ingrato compito di gestire il ministero per le attività produttive conferma questa tesi.

In un altro momento o anche in un altro Paese quel modello avrebbe anche potuto funzionare. Da noi e adesso non ha funzionato. Non ha funzionato perché con il debito pubblico che abbiamo (prima ancora che per i vincoli del trattato di Maastricht) non siamo in grado di ridurre le tasse. E non ha funzionato perché nella fase della globalizzazione non possiamo sopravvivere senza ricerca scientifica, formazione professionale di qualità, università di eccellenza e una scuola in cui si studia davvero. Abbiamo bisogno di creare qualche milione di posti di lavoro in settori ad alto contenuto tecnologico per bilanciare quelli che inevitabilmente perderemo in altri settori. Questo è un compito immane che chiede: a. disciplina di bilancio. Dobbiamo ridurre la spesa corrente per recuperare risorse da investire nella modernizzazione. b. un investimento forte in ricerca e formazione, per acquisire le conoscenze ed il personale adeguato a entrare con successo in settori innovativi. c. una riforma della scuola e della università per migliorare la qualità del lavoro dei nostri giovani. Questo significa anche ripristinare il primato del merito sia fra gli studenti che fra gli insegnanti. d. un patto del lavoro governoindustria- sindacati per gestire la transizione raccordando fra loro il sorgere dei posti di lavoro "nuovi"con la diminuzione di quelli "vecchi". e. una riforma del welfare che veda la famiglia come interlocutore stabile di tutte le politiche sociali. È l'unico modo per evitare la esplosione della spesa senza diminuire i livelli di protezione sociale. È appena il caso di osservare che tutto questo chiede un cambiamento morale della politica e della società: dalla società dell'immagine alla società del lavoro e della responsabilità. Un programma di questo tipo chiede inoltre una forte dimensione di politica europea: più questo cammino di uscita dalla crisi sarà coordinato a livello europeo più facilmente sarà possibile realizzarlo. Su queste cose è necessario che rifletta il centro che oggi è in formazione a partire dal Partito della Nazione che è in via di costituzione. Esso deve infatti qualificarsi sui contenuti di un progetto per il futuro del Paese.   

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