Un calcio al futuro
di Paola Binetti
[13 luglio 2010]
Alla fine, la Coppa è passata di mano… Cannavaro si è commosso
fino all'ultimo bacio! Per i tifosi italiani è stato il distacco
definitivo da un pezzo di orgoglio nazionale: nel calcio non siamo
più i primi al mondo e per ora siamo alla ricerca di altre
opportunità per riaffermare un qualche spazio di leadership a
livello internazionale, magari perfino più prestigiosa e
significativa del calcio stesso! È dura ma ci stiamo provando,
nonostante il quadro politico italiano sia sempre più desolante… La
Germania continua ad investire sui suoi giovani migliori con una
sorta di assegno premiante, per motivarli allo studio e alla
ricerca e noi tagliamo fondi e opportunità, la Spagna sembra che
abbia investito bene su giovani talenti di calcio e ha vinto; noi
invece ci picchiamo in aula durante il dibattito sul ddl sulle
politiche giovanili: misteri della vita e della politica!
Dopo tante aspettative, più o meno deluse, dopo tante
discussioni, più o meno accese, dopo previsioni più o meno
accertate, a parte quelle del polpo!, i mondiali 2010 hanno
incoronato come vincitore la Spagna, nonostante l'iniziale
sconfitta che invece di deprimere la squadra si è rapidamente
trasformata in una rabbia positiva, sufficientemente guardinga e
prudente, ma anche attenta e determinata. Goal segnati pochissimi:
8 in 7 partite, goal subiti ancora meno: 2. Un gioco giocato con
eleganza, grazie anche al nocciolo duro di una squadra che più che
una nazionale sembra un Barcellona allargato. E questo garantisce
compattezza e coesione, ma soprattutto grande dimestichezza oltre
che con la palla con i compagni di squadra. Ma certamente questi
mondiali possano vantare molti vincitori di cui continueranno a
parlare ancora per molte settimane le pagine sportive dei giornali
di tutto il mondo. Prima di tutto vale la pena notare quale
capacità coesiva abbia la vittoria per un Paese, anche se si tratta
"solo" di un torneo di calcio! Sembra che la vittoria faccia
passare in secondo piano un'infinità di tensioni interne, non solo
di carattere economico, ma anche di tipo strettamente politico. La
vittoria sembra possedere uno speciale effetto taumaturgico che
sana grazie ad un quid immateriale che raggiunge il cuore e la
testa del Paese, convertendosi in fattore di ottimismo e di
rinnovata sicurezza. Nonostante tutto siamo bravi, i più bravi, e
possiamo farcela ad uscire dal pantano della crisi in cui si
rischia di affogare. Questo deve aver pensato il popolo spagnolo e
di questo si saranno certamente rallegrati non solo i reali di
Spagna presenti a Johannesburg, ma anche Zapatero che certamente
naviga nelle pessime acque di una crisi economica pesante e almeno
apparentemente senza molte vie di uscita a breve. Con le elezioni
che inesorabilmente si avvicinano, in un periodo in cui la sua
popolarità è ai minimi storici, anche per una serie di scelte non
condivise da una parte più che considerevole del Paese, la vittoria
dei mondiali sembra fatta a posta per permettergli di risollevare
la testa. Ma non dimentichiamo che di calcio stiamo parlando e solo
di calcio… Però sembra proprio che vincere faccia bene al Paese e
questo non può che farci rammaricare una volta di più, non della
perdita ingloriosa dei mondiali, ma della speranza, ormai del tutto
naufragata, che anche l'Italia se avesse vinto avrebbe potuto
ritrovare uno scatto d'orgoglio e una spinta unitaria ad affrontare
la crisi che l'affligge. Speriamo di non dover attendere il
2014!
Ci piace pensare che nonostante tutto il Sudafrica esca
da questi mondiali laureato a pieni titoli e con lui un certo
orgoglio africano: anche lui ha vinto!. Il modello organizzativo ha
tenuto quasi perfettamente, la sicurezza è stata garantita,
l'atmosfera generale, caratterizzata da uno straordinario folclore
locale, ha mostrato di dominare anche sofisticate tecnologie di
ultima generazione. Il vecchio Mandela ha rappresentato ancora una
volta l'icona di un'Africa sempre affascinante e misteriosa per noi
europei. La sua presenza allo stadio, sia pure breve, brevissima,
nella finale di questi mondiali, ha confermato una volta di più la
sua leadership politica e morale nel Paese, più che l'applauso
scrosciante con cui è stato salutato, è stato straordinario
l'ettimo di silenzio che lo ha accolto non appena il pubblico si è
reso conto della sua presenza. Un silenzio più assordante delle
decine di migliaia delle vuvuzuelas che sono esplose subito dopo.
Il silenzio che si deve all'ammirazione, al coraggio, al simbolo
vivente di una pace e di una unificazione che richiedono ogni
giorno nuove energie e nuove risorse, e di cui lui continua ad
essere il simbolo vivente, la garanzia maggiore. L'Africa di queste
settimane, costantemente sotto i riflettori di migliaia di
giornalisti e di infinite telecamere, ci è apparsa moderna e antica
nello stesso tempo, integrata e funzionale nella sua interfaccia
istituzionale, ma ancora ferita da sacche di povertà e di miseria,
che colpiscono con la loro drammaticità, non appena ci si allontana
dai grandi centri di Città del Capo, Johannesburg, Durban, ecc…
Quando a pochi chilometri da quei grattacieli svettanti e
brulicanti di attività economiche si trovano interi villaggi di
famiglie in difficoltà, in cui i bambini non riescono neppure a
completare il ciclo di studi elementari.
L'immagine di bambini che investono tutta la loro
intelligenza e la loro creatività alla ricerca di come sopravvivere
rappresenta per noi il segno concreto che ci sono molte cose che
proprio non vanno, in un mondo globalizzato, in cui la meno
globalizzata di tutte le virtù umane è proprio la giustizia. I
nostri Paesi non riescono neppure ad immaginare la coesistenza di
una modernità così simile alla nostra, soprattutto sotto il profilo
tecnologico, con una povertà così antica e apparentemente
irrisolvibile. Ed è proprio questa povertà che lancia messaggi
forti ad un occidente troppo distratto e assorbito solo dai suoi
interessi. Speriamo che anche questi bambini possano dire di aver
vinto i mondiali 2010, perché nessuno dei potenti potrà dire di non
sapere, nessuno potrà giustificarsi dicendo di non aver visto o di
non aver sentito. Incollati davanti ai televisori, con gli occhi
fissi su di un pallone che spesso rotolava dove non avremmo voluto,
accanto ai sogni di gloria delle squadre di calcio, scorrevano
anche le immagini di ben altri sogni e di ben diverse speranze.
Molti servizi televisivi fortunatamente hanno avuto un taglio di
alto impatto sociale, ci hanno mostrato spaccati di vita africana,
che speravamo appartenessero ad un passato ormai archiviato. I
bambini africani,le loro famiglie, le scuole che frequentano, gli
spazi in cui giocano, sono apparsi in mondovisione per ricordare
all'occidente le promesse non mantenute. E la loro vittoria
potrebbe essere proprio quella di obbligarci a mantenere la parola
tante volte data e mai mantenuta.AToronto il recentissimo G 20 ci
ha consegnato ancora una volta l'immagine di Paesi ricchi ed
indifferenti, abili nel difendere la necessità di accrescere le
proprie risorse, anche se e quando vanno a scapito di Paesi più
poveri, che lottano ancora per difendere beni essenziali come
l'acqua e per garantire che la gente non soffra la fame. Il tifo
sfacciato per il Sudafrica, per il Ghana aveva anche questo
obiettivo: volevamo, vogliamo, che l'Africa vinca la sua battaglia.
Ha perso quella del pallone, che non perda quella per la vita e per
tutti gli altri diritti umani.
Ha vinto l'Europa, dato indiscusso, ma che merita una
lettura più attenta. Nella competizione leale, ma oggettivante
squilibrata, tra Europa e America Latina, la prima esce vincitrice
avendo guadagnato i tre primi posti, anche se sa di non poter
dormire sogni tranquilli pensando ai prossimi mondiali. Le rivali
hanno dato loro molto filo da torcere, c'è passione e capacità
tecnica, gioventù e voglia di vincere. Battere la vecchia Europa è
un modo come un altro per sentirsi definitivamente emancipate da
una sudditanza sottile e persistente. E' vero che i campionati
nostrani trasudano di giocatori sudamericani, ma sono le nostre
squadre che vincono, mentre loro vogliono vincere giocando nelle
loro squadre.Vogliono che vincano i loro Paesi, sono giocatori che
nonostante l'indubbia europeizzazione che ha modificato abitudini e
stili di vita, sentono forte la voglia di riscatto nazionale.
Brasile e Argentina, Uruguay e Paraguay, le 4 squadre giunte in
semifinale hanno digerito male lo smacco subito. Si stanno già
preparando al 2014 con una determinazione feroce, che sta già
mettendo a dura prova i rispettivi governi, sollecitati ad
intervenire per confermare o meno la fiducia ai loro allenatori e
ai rispettivi ct. La vecchia Europa dovrà fare seriamente i conti
con loro, perché ciò che si sta profilando non è un confronto tra
squadre ma un confronto tra continenti, tra culture emergenti e
culture di più antica tradizione. Il Brasile con un Pil da fare
invidia all'intera Europa vuole accreditarsi con i prossimi
mondiali in modo non dissimile a ciò che ha fatto la Cina con le
ultime olimpiadi. Vogliono cambiare la loro percezione nel mondo
intero, lasciandosi alle spalle una volta per tutta l'immagine di
Paesi in via di sviluppo. Sono uno dei 4 Paesi che trascinano
l'economia mondiale, ma sono anche uno dei Paesi in cui i diritti
umani sono ancora fortemente calpestati, come se la forbice tra
progresso economico e progresso umano si allargasse sempre di più,
invece di chiudersi una volta per tutte. Il Brasile si aspetta una
doppia vittoria nel 2014, come squadra e come Paese. Come squadra
per la sua grinta e la sua abilità sportiva: vuole il sesto (sic!)
titolo mondiale, segno di una supremazia incontestabile. Come Paese
vuole che venga riconosciuta la sua leadership mondiale per la
modernità delle sue strutture, per l'efficienza dei suoi servizi,
per la vitalità della sua economia. Ma in questa possibile vittoria
del Brasile, speriamo che vincano anche i diritti umani dei
brasiliani, che la vita si allunghi, che si riduca la differenza di
classe, che si allarghi quella classe media che rappresenta la
garanzia di stabilità in un Paese, che la criminalità faccia un
passo indietro e la giustizia, insieme alla solidarietà, diventi
davvero il criterio organizzatore della vita sociale di un Paese
che ha le dimensioni di un continente.
Vince la filosofia globale del calcio, che riesce a
mettere insieme il carattere popolare di uno sport povero nella sua
attuazione: basta un pallone, uno jabulani, per raccogliere un
mucchietto di ragazzini intorno ad un obiettivo condiviso, e nello
stesso tempo ricchissimo: il più ricco degli sport attuali per il
giro di interessi che riesce a mobilitare in modo davvero
esponenziale. Vince la filosofia del calcio perché riesce a parlare
un linguaggio nello stesso tempo elementare e globale: lo si parla
con i piedi e lo si legge con lo sguardo. Un linguaggio
dall'intensa fisicità, che proprio per questo suscita emozioni
altrettanto viscerali. Lo si parla nello spazio grande ma pur
sempre limitato di uno stadio, e raggiunge facilmente attraverso i
molteplici canali della rete uno spazio senza confini. Il calcio è
diventato una lingua di carattere universale, che non ha bisogno di
traduzione. Anzi bisogna dire che spesso le cronache degli speaker,
le loro descrizioni appesantite da una retorica fine a se stessa,
carica di interpretazioni e di valutazioni gratuite, fanno spesso
da distrattori rispetto ad un evento che è possibile osservare
direttamente, esattamente come i cronisti che lo commentano. Sembra
strano che qualcuno ti debba dire e descrivere quello che tu stesso
stai vedendo con i tuoi occhi, come se fossimo ancora in un
contesto tecnologicamente povero e privo di immagini. Le
indimenticabili radiocronache di Nicolò Carosio, rispondevano
all'esigenza di descrivere qualcosa che tutti avremmo voluto
vedere, ma che di fatto non potevamo vedere. La sua voce era una
protesi necessaria per chi si trovava mille miglia lontano dal
campo di gioco. Ma oggi non è così e spesso lo stesso speaker
guarda più sullo schermo che non sul campo di gioco; rivede alla
moviola quelle azioni di gioco che per la loro spettacolarità o per
la loro ambiguità richiedono un approfondimento. Anche questa è una
delle contraddizioni del nostro tempo: nessuno accetterebbe di
vedere un film e di sentire contemporaneamente qualcuno che gli
spiega cosa sta accadendo e perché accade in un modo piuttosto che
in un altro. Vuole semplicemente vedere, immaginare, farsi
emozionare e poi a film finito magari commentare ciò che ha visto e
ciò che ha sentito e pensato. Forse dovremmo ripartire proprio da
qui: parlare meno di calcio e giocare e far giocare di più a
calcio, a cominciare dai vivai giovanili, ma anche della autentica
e gioiosa esperienza dei bambini che palla al piede si sentono
tutti un po' campioni e giocano in posti e luoghi insospettati…
meno adulti che parlano di calcio e più giovani che giocano a
calcio. Potrebbe essere la metafora di questo mondiale che una
volta di più ha mostrato come sono bravi gli italiani a parlare
delle cose che non riusciamo a fare, bravi nell'analisi, nella
critica e nei giudizi… ma ora forse è giunto il momento del fare e
del far fare a chi molto probabilmente farà meglio di noi… I
prossimi europei del 2012 saranno una bella cartina di tornasole
per valutare se siamo capaci di un cambio di passo non solo nel
calcio, ma anche nel calcio! A questo punto avremmo vinto anche
noi…
Torna su ^