Interni di Famiglia
di Filippo Maria Battaglia
[10 luglio 2010]
Uno su due potrebbe sembrare un caso, due su cinque una
combinazione. Ma nove su dodici, no: indica senz'altro qualcosa di
più significativo ed è una proporzione che forse invita a qualche
riflessione. Prendiamo la dozzina di romanzi selezionati per il
premio Strega, dai quali lo scorso giugno è stata scelta la
cinquina che ha visto vincere qualche giorno fa al Ninfeo di Villa
Giulia a Roma Antonio Pennacchi con Canale Mussolini.
Ebbene, se si escludono Hanno tutti ragione di Paolo
Sorrentino (Feltrinelli) e Bambini nel bosco di Beatrice
Masini (Fanucci), tutti, ma proprio tutti, ruotano attorno al tema
della famiglia. Non vi dedicano uno scorcio, una descrizione
corriva, un accenno smozzicato: padre, madre, figli (e, a volte,
affini) sono l'elemento centrale della narrazione, un perno
irrinunciabile e molto spesso ultimativo. Non importa se la storia
sia ambientata nei grigi casermoni di via Stalingrado a Piombino,
in una Milano ricca e annoiata o in una Torino illuminata dai
riflessi della Mole Antonelliana. Perché stavolta il contesto
storico può anche apparire un ingrediente rilevante (come nel caso
di Lorenzo Pavolini e del suo Accanto alla tigre,
pubblicato da Fandango), eppure la triangolazione - o il duetto -
della narrazione si svolge sempre dentro le mura di casa o lungo il
filo della memoria che fa da trait d'union tra una o più
generazioni. In Tutta mio padre, pubblicato da Bompiani e
ingiustamente escluso dalla cinquina dello Strega, Rosa Matteucci
racconta «la storia di una famiglia felice come tante e di una
famiglia come una sola, l'unica famiglia che conosca: la mia». La
scrittrice nata a Orvieto, certamente la più talentuosa narratrice
italiana della sua generazione, aveva già affrontato il tema,
spinoso, della figliazione in Cuore di mamma, ma stavolta
il crinale è ancora più scosceso, complesso e autobiografico. La
«storia vera di blasone nobiliare, uno scudo con nove palle e una
corona» finisce così col trasformarsi in un destino se non comune,
di certo condivisibile. E nonostante lo stile si faccia alle volte
beffardo, apparendo spesso irriguardoso nei confronti del
capofamiglia (che poi tanto capofamiglia, in fin dei conti non è),
il romanzo della Matteucci pagina dopo pagina si traduce in un
laico e appassionato Te Deum alla figura paterna. Un
approccio decisamente diverso da quello di Matteo Nucci in Sono
comuni le cose degli amici, edito da Ponte alle Grazie. La
vicenda è quella di Lorenzo, di suo padre Leonardo e di
un'elaborazione di un lutto più complessa e sofferta del previsto;
i toni, stavolta, virano però nell'esistenziale e frenano una
narrazione che a tratti può sembrare prigioniera di una descrizione
troppo lirica.
Non soffre di simili problemi Un anno fa
domani di Sebastiano Mondadori, un romanzo in cui - come ha
scritto Cesare Segre - «chiacchiere da bar e immortalità dell'anima
sono accostate con noncuranza (ed eleganza)». Al centro della
storia, Vittorio, dietologo milanese di origini pugliesi che fa la
spola tra Milano e Roma fino a quando deve vedersela con la morte
tragica della moglie. Di lì in avanti, è un tourbillon di
sensi di colpa e di trilli di telefoni inopportuni, di lacerazioni
e di battute sconvenienti, di considerazioni sull'aldilà e di
Negroni scolati al bar, in un frullato narrativo imprevedibile,
dominato dall'ossessione di affrontare un tema delicato come la
vedovanza nel solito cliché affogato di retorica. Il
rapporto padre-figlia può avere mille declinazioni, scivolare
nell'imbarazzo o, peggio, nell'indicibile. La narrativa
contemporanea se ne fa carico, come peraltro era già capitato in
passato, ma stavolta in modo più garbato e scarno dei più recenti
tentativi. Succede in Non ti voglio vicino di Barbara
Garlaschelli, pubblicato da Frassinelli e ambientato nel secondo
dopoguerra, e succede con insospettabile delicatezza nel romanzo
dell'esordiente Silvia Avallone, Acciaio, su cui la
Rizzoli ha puntato molto. In questo caso, le novità sono due: la
(giovanissima) età della autrice e la maturità introspettiva che
dimostra nell'affrontare temi così insidiosi, specie se la si
paragona a gran parte della narrativa contemporanea, incapace quasi
sempre di superare una visione ombelicale e autoreferenziale dei
propri problemi. Il padre che spia la figlia «dal balcone, dopo
pranzo, quando non era di turno alla Lucchini» e che la segue e la
studia «attraverso le lenti del binocolo da pesca», mentre la
moglie, a trentatré anni, pensa alle sue coetanee in discoteca e
nel frattempo la sua bellezza di ragazza meridionale finisce «in
mezzo ai detersivi » è un'immagine che non richiede commenti, note
o chiuse convincenti.
Convince invece decisamente meno Prenditi cura di
me di Francesco Recami, che partiva da un'idea e una storia
convincenti: il rapporto tra una madre vecchia, malata e sospettosa
e un figlio inerte, frustrato e aggrappato all'ultimo, miserabile
scopo della sua vita: agguantare il gruzzoletto materno nella vana
speranza di svoltare. Il carico delle aspettative del lettore si
infrange presto in una tenuta fragile dell'impianto narrativo,
soccorsa però da qualche scorcio introspettivo di rara efficacia.
Efficacia narrativa che trova una sua conferma anche in Canale
Mussolini (Mondadori) di Antonio Pennacchi, al netto del
fortissimo impianto ideologico della storia che la innerva. La saga
dei Peruzzi e della bonifica dell'Agro pontino sembra storicizzare
una comunità e, insieme a essa, un fittissimo legame di rapporti
che, se rapportato con gli altri romanzi pubblicati in questi mesi,
fa risaltare un paragone stridente e discorde sia nei toni che
nelle re- la figlia «dal balcone, dopo pranzo, quando non era di
turno alla Lucchini» e che la segue e la studia «attraverso le
lenti del binocolo da pesca», mentre la moglie, a trentatré anni,
pensa alle sue coetanee in discoteca e nel frattempo la sua
bellezza di ragazza meridionale finisce «in mezzo ai detersivi » è
un'immagine che non richiede commenti, note o chiuse
convincenti.
Convince invece decisamente meno Prenditi cura di
me di Francesco Recami, che partiva da un'idea e una storia
convincenti: il rapporto tra una madre vecchia, malata e sospettosa
e un figlio inerte, frustrato e aggrappato all'ultimo, miserabile
scopo della sua vita: agguantare il gruzzoletto materno nella vana
speranza di svoltare. Il carico delle aspettative del lettore si
infrange presto in una tenuta fragile dell'impianto narrativo,
soccorsa però da qualche scorcio introspettivo di rara efficacia.
Efficacia narrativa che trova una sua conferma anche in Canale
Mussolini (Mondadori) di Antonio Pennacchi, al netto del
fortissimo impianto ideologico della storia che la innerva. La saga
dei Peruzzi e della bonifica dell'Agro pontino sembra storicizzare
una comunità e, insieme a essa, un fittissimo legame di rapporti
che, se rapportato con gli altri romanzi pubblicati in questi mesi,
fa risaltare un paragone stridente e discorde sia nei toni che
nelle re- lazioni. Ma qual è il risultato di questo ritratto di un
interno familiare abbozzato dalla più recente narrativa
contemporanea? Di conclusioni unanimi e condivise, non vi è neppure
l'ombra. È comunque evidente, come ha ricordato su queste colonne
qualche tempo lo stesso Sergio Belardinelli (in «Parola chiave»,
Mobydick del 12 giugno, ndr), che il modello
tradizionale sembra ormai naufragato. Così come appare indubitabile
che l'oleografia della famiglia del dopoguerra abbia mostrato i
suoi limiti e la sua precarietà. Eppure, dietro le tante venature -
alcune delle quali messe pietosamente in mostra dalle ultime opere
dei narratori contemporanei - l'impianto centrale della più antica
comunità del mondo sembra restare inattaccabile e solo parzialmente
contestato.
È un risultato paradossale, ma che trova conferma anche
nella narrativa. Così, nella Casa di Angela Bubba,
un'altra giovanissima esordiente che col romanzo pubblicato da
Elliot è stata una dei dodici scrittori in lizza per entrare nella
cinquina del premio Strega. Nel racconto delle alterne vicende di
una famiglia calabrese è il linguaggio a diventare definitorio e a
ridefinire tutto, daccapo, quasi fosse in rivolta con tutto ciò che
lo circonda e lo circoscrive. Eppure, al netto delle sinestesie e
dei giochi retorici, La casa resta sempre lì, con le sue
complicità e con i suoi rancori, anche quando diventa «tenda
d'Oriente». Insieme alla famiglia calabrese che ne anima la storia
e a una comunità che, al di là del grimaldello postmoderno, può
essere criticata ma non abbattuta.
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