Cronache di liberal

La manovra sta deragliando

di Savino Pezzotta [25 giugno 2010]

Il dibattito sulla manovra e sul referendum alla Fiat di Pomigliano ha fatto emergere con maggiore evidenza le differenziazioni che esistono tra le diverse aeree territoriali che compongono il nostro Paese, ma anche quelle che esistono all'interno delle stesse. Mentre le persone e le famiglie vivono una situazione difficile che esigerebbe una maggiore attenzione e provvedimenti di politica capaci da un lato da alleviare le difficoltà ma soprattutto in grado di generare speranze. La vicenda che si sta vivendo a Pomigliano, al di là dalle questioni sindacali, evidenzia l'esistenza di problemi inediti per il nostro Paese, sui quali c'è un ritardo di analisi e di comprensione che allarma. Il problema su cui si discute poco è quello della crescita: non ci si può illudere che con tagli e politiche di restringimento sul terreno dei diritti si possano affrontare i nostri problemi, e in particolare quelli del nostro futuro. La nuova fase di globalizzazione, quella che sta emergendo dopo la crisi finanziaria e dell'economia reale che ha colpito i Paesi industrializzati, sta cambiando paradigmi economici e politici. Dobbiamo renderci conto che nel mondo esistono Paesi che stanno registrando una fase di crescita in termini di consumi, d'investimento, di qualità di vita e di strati sociali. Ormai sono in grado di produrre in modo competitivo su diversi settori. Inoltre dobbiamo tenere presente che - essendo di recente industrializzazione - possiedono sistemi produttivi, organizzativi e di innovazione permanente in grado di essere protagonisti del futuro e di determinare una nuova divisione internazionale del lavoro che giocherà a loro favore. La rivalutazione dello yuan è il segno più evidente del peso che certi Paesi stanno avendo nell'economia, negli scambi e nella dimensione geopolitica. Da oggi il mondo in cui viviamo è già profondamente diverso da quello in cui siamo cresciuti e dove abbiamo costruito modelli di democrazia in cui i diritti personali si sono intrecciati a quelli sociali. L'aumento del benessere per milioni di persone è certamente un bene, ma produce cambiamenti profondi sul mercato energetico, delle materie prime, del cibo e sull'idea stessa di sviluppo. Potremo nel prossimo futuro continuare a misurare la crescita e lo sviluppo utilizzando solo i metri dell'economia e dimenticare l'umano, le relazioni sociali, l'ambiente e la cura del territorio? La classica divisione tra settori primario, secondario e terziario avrà ancora ragione di esistere? Nei nostri Paesi l'agricoltura potrà ancora essere considerata un'attività abbastanza marginale? Sono domande che ci dovrebbero inquietare. Ma la manovra del Governo non mi sembra inizi a rispondere a questi interrogativi. Capisco che oggi la questione dei conti pubblici sia dirimente, sopratutto per quanto riguarda il nostro rapporto con i mercati finanziari e con l'Europa, ma sono convinto che si poteva e si doveva osare di più. Di fronte a questa situazione abbiamo una manovra che, se mantenuta sui livelli con cui è stata presentata, non produrrà processi di cambiamento ma potrebbe innescare processi recessivi. Il problema principale è og- gi quello di innovare i paradigmi tecnologici per rendere il nostro Paese più competitivo. L'Italia non uscirà dalla crisi, non si renderà più competitiva solo chiedendo ai lavoratori i necessari sacrifici come successo alla Fiat: serve un cambio di marcia profondo e se questo non avverrà i livelli di vita delle lavoratrici e dei lavoratori e in particolare quelle dei giovani sono destinati a contrarsi, come già, purtroppo, sta avvenendo. Stiamo condannando un'intera generazione all'anomia. Guardo con attenzione ai mutamenti che si stanno determinando nel- le aree del nord del Paese. Nei tempi passati, quest'area era segnata dalla presenza della grande industria che costituiva la triangolazione tra Milano, Torino e Genova. Milano era la capitale morale del Paese ed era in grado di trascinare il Paese e si poteva gridare con forza e convinzione «Nord e Sud uniti nella lotta». Oggi tutto questo è cambiato, e la stessa popolazione operaia che segnava la presenza con le sue istituzioni (sindacato e partito) e con miti progressivi si è frammentata e ha creato a nuove forme di lavoro e d'imprenditività. La piccola impresa è cresciuta, il terziario si ampliato, la multiculturalità è cresciuta e si sono create nuove aspettative. Dobbiamo pertanto rilevare che c'è ora una parte di Paese che si è differenziata e che pensa più al suo rapporto con il mondo e l'Europa che all'Italia, ma che sostanzialmente non vuole rinunciare all'unità nazionale e che ha bisogno che le sue tensioni di nuovo sviluppo siano sostenute. La Lega è forte perché riesce a percepire un sentire che mette insieme timore della modernità (globalizzazione, multietnicità, trasformazione delle condizioni tradizionali) e conservazione del radicamento territoriale. Per questo cerca di definire dei confini che identifica sotto il nome di Padania, che non è una Patria ma un simbolo mitico. Una manovra economica come quella che si sta discutendo - con i suoi tagli lineari ed egualitari - non risponde alle esigenze di modernizzazione che si agitano in queste contrade, ma non aiuta nemmeno il Mezzogiorno a recuperare quegli spazi di autonomia che sarebbero necessari per innovare i paradigmi tecnologici ei per rendere il nostro Paese più competitivo. Da qui l'esigenza di un quadro di finanza pubblica, dei riferimenti chiari, con numeri coerenti. Non basta fare un'operazione ragionieristica,ma necessita un'impegnativa e seria scelta politica. Bisogna riequilibrare la manovra sul terreno degli investimenti innovativi. Resta un dato: la manovra non è adeguata alle sfide del tempo presente e, in ogni caso, i "sacrifici" devono essere proporzionalmente suddivisi tra tutti.  

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