Cronache di liberal

Strage di Ustica: oltre ogni limite

di Riccardo Paradisi [26 giugno 2010]

Sulla strage di Ustica, dopo trent'anni e centinaia di udienze processuali, non c'è ancora nessuna verità accertata. Ci sono delle ipotesi, una ragnatela di ipotesi, che si sono sedimentate in questi decenni e che hanno evocato scenari tra loro diversissimi: il cedimento strutturale, piste neofasciste, missili francesi dal mare, battaglie aeree sui cieli italiani tra aviazione nato e libici, persino piste sovietiche, l'ipotesi infine di una bomba piazzata in coda al Dc-9 Itavia, l'aereo partito da Bologna e inabissatosi vicino a Ustica alle 21 del 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo. Ora con la richiesta della procura di Roma a Francia e Stati Uniti su eventuali notizie relative al traffico aereo militare nello spazio al largo di Ustica, si riaffaccia la speranza che qualche elemento di novità e di verità possa riemergere. Perché sono passati trent'anni ma Ustica è una ferita ancora aperta e certo non è bastata per chiuderla la sentenza pronunciata dalla Prima Corte d'Assise d'Appello di Roma che cinque anni fa ha mandato assolti, dall'accusa di alto tradimento e depistaggio, l'ex Capo di Stato maggiore dell'aeronautica Lamberto Bartolucci e il suoi vice Franco Ferri. Si spiega con questa esigenza di tenere alta l'attenzione e la memoria la serie di iniziative che l'associazione dei parenti delle vittime di Ustica ha aperto con una giornata di studi a Bologna in memoria della strage. Iniziativa dove sono intervenuti Pier Ferdinando Casini, che in qualità di ex vicepresidente della commissione Stragi ha partecipato con un contributo esterno,Walter Veltroni e Beppe Pisanu, di cui è arrivato un messaggio. È stato lo stesso Veltroni ad aprire le celebrazioni bolognesi parlando di un'impossibilità di dimenticare Ustica. Una strage paradigmatica, una vicenda piena di depistaggi, occultamenti, segreti. Ma è una storia quella di Ustica che oggi è possibile chiarire secondo Veltroni: «Ci sono testimonianze rilevanti, c'è un affermazione del presidente Napolitano che ha parlato della strage dentro il contesto di un intrigo interna- zionale con opacità dei corpi dello Stato. Da parte di organismi internazionali potrebbero arrivare contributi rilevanti». Casini non ha certezze: «Non mi piacciono le dietrologie né le ipotesi fantasiose, ma una democrazia normale non può convivere con pagine buie come quelle di Ustica.Per questo è doveroso continuare a cercare la verità anche chiedendo collaborazione a stati e nazioni a noi amiche oltre che piena collaborazione agli apparati dello Stato ». Un pensiero Casini lo dedica all'associazione delle famiglie delle vittime: «Sono stati i testimoni scomodi e spesso disarmati di una vicenda che se non fosse stato per il loro impegno sarebbe già stata archiviata. Si deve alla loro sacrosanta tenacia se Ustica non è finita nell'oblio». Contemporaneamente in un dibattito televisivo il sottosegretario Carlo Giovanardi esprime invece una convinzione: una verità c'è secondo lui, è quella della bomba a bordo del Dc9 Itavia. Per lui non c'è stato nessun missile; nessun coinvolgimento di Francia e Stati Uniti «che ci hanno risposto 66 volte ed è stato appurato che quella sera non avevano né aerei né navi». La realtà è però quella che sostiene Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione parlamentare sul terrorismo e sulle stragi. La verità è che a distanza di 30 anni l'unica certezza sulla Strage di Ustica è l'assenza di risposte su cosa sia realmente successo la notte del 27 giugno 1980: «Le consulenze tecniche - dice Pellegrino - diedero risultati deludenti. In questa situazione, l'inchiesta giudiziaria a lungo languì e quando ad anni di distanza si risvegliò in realtà era tardi per fare luce sull'accaduto. Resta un mistero e io invidio chi davanti a un quadro così confuso si fa depositario di certezze». Ustica resta dunque un mistero. Un mistero intorno a cui ruotano ancora solo ipotesi. La più consolatoria e la più improbabile è quella dell'incidente. Secondo questa tesi il Dc 9 Itavia in volo da Bologna a Palermo alle 20,59 del 27 giugno sarebbe precipitato in mare in seguito a un cedimento strutturale. È la stessa tesi che pochi giorni dopo la tragedia il ministro della difesa Lelio Lagorio riferisce al senato fornendo semplicemente la versione ufficiale delle autorità aeronautiche. Il 3 luglio viene presentata una mozione sottoscritta da tutti i gruppi parlamentari, (con la sola esclusione del Msi) in cui si chiede la revoca delle concessioni alla società aerea. La tesi del cedimento strutturale resta in piedi tre anni fino a quando non perde di rilevanza di fronte a quella ben più credibile di un'esplosione. Solo che senza l'esame e la perizia del relitto non è possibile chiarire le vere cause del disastro. Le operazioni di recupero del Dc9 cominciano nel giugno del 1987.Viene recuperato il 70% del velivolo i cui resti, ricostruiti, vengono concentrati in un hangar di Capodichino Nel marzo dell'89 i periti della Commissione Blasi che hanno analizzato i resti dell'aereo seppelliscono definitivamente l'ipotesi già screditata del cedimento strutturale, e concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile. Nel maggio del 1990 però due dei componenti la Commissione propongono l'ipotesi della bom ba. Una certezza - e resterà l'unica - almeno adesso esiste: il Dc9 non è venuto giù da solo, lo ha abbattuto un missile o l'esplosione in volo di un ordigno piazzato a bordo. Ma è solo l'inizio di una nuova e più insidiosa girandola di ipotesi, allusioni, depistaggi, ricostruzioni letterarie o cinematografiche. Già all'indomani della tragedia del resto, alle 15,00 del 28 giugno 1980, era giunta alla redazione romana del Corriere della Sera una telefonata di sedicenti elementi dei Nar che spiegava la strage di Ustica come un incidente capitato a Marco Affatigato - un esponente dell'organizzazione terroristica neofascista - rimasto vittima dell'esplosione di una bomba che portava con sé e che avrebbe dovuto utilizzare per un attentato da mettere a segno a Palermo. La telefonata si rivelò immediatamente come un falso, anche perché Affatigato si affrettò a rassicurare i parenti di essere vivo e vegeto e di non essere mai stato imbarcato, ovviamente, su quell'aereo. Latitante in Francia e confidente del servizio segreto francese oltre che bersaglio mobile dei suoi ex camerati che lo considerano un infame, Affatigato secondo certi ambienti sarebbe stato la testa di turco dei servizi francesi interessati ad accreditare l'ipotesi della bomba a bordo. Motivo? Secondo i sostenitori della "pista francese"- tra cui, il più accanito Nella foto grande il relitto del Dc-9 Itavia Qui a sinistra il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, l'ex segretario del Pd Walter Veltroni e il presidente della Commissione antimafia Beppe Pisanu. Sotto il giudice Rosario Priore Luigi Cipriani, deputato di Dp componente la commissione stragi all'epoca dei fatti - i servizi d'oltralpe dovevano cancellare l'idea che a colpire il Dc9 Itavia fosse stato un missile lanciato dalle portaerei francesi Foch e Clemenceau che stavano facendo esercitazioni con un aereo bersaglio. Tesi che pochi giorni dopo la strage accreditava anche il quotidiano inglese Evening Standard: un missile lanciato dalla portaerei sarebbe entrato in sintonia col segnale emesso dal Dc9 e l'avrebbe abbattuto. I francesi però smentiscono tutto e sostengono che la portaerei Clemenceau era rientrata in porto la mattina del 27 giugno. Nell'ottobre del 1986 Dany Aperio Bella sul Messaggero rilancia questa ipotesi salvo poi ritrattarla alcuni giorni dopo sullo stesso giornale. Dove stavolta accredita la tesi secondo cui a buttare giù per errore il Dc9 sarebbe stato in realtà un caccia dell'aviazione di Gheddafi che stava inseguendo un Mig libico pilotato da un pilota traditore che tentava di riparare in Europa. Questa versione si rivelerà presto un depistaggio ma si puntella col fatto che sui monti della Sila, nel luglio, 1980 viene ritrovato un Mig libico con il cadavere del pilota. Il problema però è che il Mig - per avvalorare questa tesi - dovrebbe essere precipitato la sera del 27 giugno, insieme al Dc9 dell'Itavia. A complicare tutto sono i periti medici che eseguono l'autopsia sul cadavere del pilota. Questi, in un primo tempo, dichiarano che la morte dell'aviatore risale a pochi giorni prima - metà luglio - il ritrovamento del Mig, versione che corrisponde a quella dell'Aeronautica e dei carabinieri. Poi invece, in un secondo momento, dicono di avere avuto un ripensamento e che la morte del pilota libico poteva certamente risalire al 27 giugno, la sera della strage di Ustica. Un quadro che si complica sempre di più e che rende a ogni passo più intricato il ginepraio che nasconde la verità su Ustica. Da parte sua anche il colonnello Gheddafi contribuisce a confondere le acque, dichiarando che l'obiettivo da colpire la sera del 27 giugno non era il Dc9 ma lui stesso. Nel marzo del '93 intanto, dopo che i periti della commissione Blasi si sono divisi sulla versione del missile e quella della bomba, al meccano mostruoso di teorie e teoremi su Ustica se ne aggiunge un altro. Un elemento che dentro il partito del missile va a confortare la tesi di chi sostiene siano stati gli americani a colpire per errore il Dc9 Itavia. Alexj Pavlov, un ex colonnello del Kgb, rivela addirittura al Tg1 che il Dc9 è stato abbattuto da missili americani e che i sovietici avrebbero visto tutto da una base militare supersegreta nascosta nei pressi di Tripoli. I dubbi su questa versione però sono immediati, anche perché è difficile credere a un super-radar che da Tripoli inquadra un missile a 800 kilometri di distanza. Da parte loro gli americani dichiarano una totale estraneità ai fatti: la Saratoga dicono - la portaerei Usa in stanza nel Tirreno - il 27 giugno del 1980 era in rada nel golfo di Napoli. Nessun aereo militare da combattimento americano era in volo quella notte. Nessun aereo americano ha abbattuto il Dc9. Accanto a quella del missile corre parallela una pista assai meno battuta. È la pista della bomba piazzata nella coda del Dc-9. Nel gennaio del 1994 però - dopo che 4 anni prima, nel maggio del 1990, altri periti si erano espressi nello stesso senso - in una riunione a porte chiuse nell'hangar di Pratica di Mare, dove è stato sistemato il relitto del Dc-9, i periti, tra cui Charles Taylor che ha svolto le indagini su Lockerbie inchiodando i libici, sostengono la tesi della bomba. Quanto alla connessione con la strage di Bologna Taylor aggiunge che «due bombe in poche settimane l'una dall'altra sono sospette». Bombe che potrebbero condurre nel cuore della strategia terroristica araba. In quel 1980 arrivano all'Italia minacce molto concrete di attentati dopo che con la svolta Cossiga la penisola smette di essere un porto franco per i traffici d'armi delle organizzazioni mediorientali. Oggi dalla Francia è già arrivata una disponibilità alla collaborazione. Segnali positivi sono arrivati anche dagli Stati Uniti. Non altrettanto ha fatto la Libia.

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