Cronache di liberal

Spesso, fra i ricchi,

la generosità è solamente

una forma di timidezza

Friedrich Nietzsche

La Fiat minaccia di lasciare Pomigliano

di Riccardo Paradisi [24 giugno 2010]

Di male in peggio a Pomigliano d'Arco. La Fiat indispettita dell'esito del referendum accarezza ora l'ipotesi di lasciare la produzione della Panda in Polonia. Certo, dopo aver esibito disappunto e delusione per il risultato delle consultazioni il Lingotto ha fatto sapere che la trattativa continuerà con quei sindacati che hanno finora dimostrato di voler collaborare condividendo l'accordo. Ma intanto sul tavolo, tra gli altri strumenti di pressione, c'è anche l'opzione della delocalizzazione. Non è un mistero del resto che l'amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne si aspettava un plebiscito di si, confidando in una percentuale di assensi almeno dell'80%. Il plebiscito invece non c'è stato e solo poco più del 60 per cento dei dipendenti di Pomigliano ha votato si all'accordo sul contratto. Non è facile, dicono in Fiat, gestire una fabbrica con un dissenso sull'accordo così alto. Dissenso «incomprensibile e negativo», secondo il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, sbalordita «che ci sia un sindacato che non comprende queste sfide in nome di principi astratti». Laddove i principi astratti sono, secondo la posizione della Fiom, concretissime e proibitive condizioni di lavoro per gli operai di Pomigliano a cui si deve aggiungere la soppressione di diritti fondamentali tra cui il diritto di sciopero. Una tesi controversa quella della compressione del diritto di sciopero nel contratto mentre è indiscutibile che le condizioni di lavoro previste dall'accordo di Pomigliano siano durissime. Sta di fatto che per la Fiat queste sono "argomentazioni pretestuose"che mettono a rischio il piano per il rilancio. La Fiat apprezza invece «il comportamento delle Organizzazioni Sindacali e dei lavoratori che hanno compreso e condiviso l'impegno e il significato dell'iniziativa di Fiat Group Automobiles per dare prospettive allo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano».

Resta il dato che il dissenso emerso dalla consultazione di martedì ponga una seria ipoteca sugli investimenti da 700 milioni di euro per rilanciare la fabbrica di Pomigliano; il risultato del referendum infatti non è sufficiente per convincere la Fiat a investire su una zona già storicamente problematica in termini di assenteismo e di produttività. Secondo la Fismic - sindacato autonomo nato da una scissione dalla Cisl - sarà dunque addirittura ineluttabile la decisione della Fiat di portare in Polonia la produzione della Panda e della Ipsilon. Per questo c'è chi ora spinge perché come estrema ratio venga messa in campo la cosiddetta "Ipotesi C", con la costituzione di una Newco per evitare che l'esito di questa durissima trattativa sia l'abbandono della Fiat di Pomigliano.

Intento che Marchionne - secondo osservatori non ingenui - aveva sempre avuto in mente sin dall'inizio: non portare la Panda in Italia, non investire nel nostro paese e sostanzialmente rimettere in discussione lo stesso progetto di Fabbrica Italia. Se così fosse la Fiat avrebbe giocato due parti in commedia, aspettandosi o addirittura auspicando, che il consenso di massa a un contratto pesante per i lavoratori non ci sarebbe stato. Ammesso che sia così sarebbe un falso scopo polemizzare con la Fiom stornando su Cremaschi e compagnia tutte le responsabilità di quello che potrebbe avvenire di negativo nell'area di Pomigliano. Da parte sua la Fiom non retrocede di un metro e anzi rilancia: per Pomigliano c'è una sola via - come sostiene Giorgio Cremaschi - «affrontare la questione con il consenso vero e non con quello imposto o estorto, riaprendo le trattativ e cambiando l'accordo. Se invece si vuole andare avanti con la pressione, l'intimidazione e il ricatto - impostazione che, come si è visto dall'esito delle votazioni, non ha ottenuto il risultato sperato - non si giunge a nulla». La Fiat - queste le condizioni poste dalla Fiom - deve togliere dal tavolo gli elementi di disaccordo che ha introdotto: «Se si applica il contratto nazionale di lavoro la Fiat può arrivare a 18 turni di lavoro che è un sacrificio, senza però forzature su pause, diritti e dignità». Le minacce di abbandono di Pomigliano fatte trapelare dall'azienda torinese comunque hanno avuto come risultato quello di compattare il largo fronte di chi ha caldeggiato l'accordo e che ora parla dell'obbligo di Marchionne di essere conseguente al risultato del referendum. «L'opzione che si presenta a Fiat è solo quella di confermare la validità dell'accordo - dice il segretario della Uil Luigi Angeletti - e quindi l'investimento da realizzare nei prossimi mesi per trasferire la produzione della Panda nello stabilimento di Pomigliano». No, fermo, ad un ripensamento di Fiat su Pomigliano anche dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «Se Marchionne volesse fare un passo indietro la Cisl sarà contro. Se si dovesse verificare un'ipotesi del genere con la stessa forza con la quale abbiamo difeso i posti di lavoro saremo contro ad un abbozzo di ripensamento».

Stessa musica nella Cgil. Addirittura il ministro del Welfare Sacconi - secondo il quale l'accordo di Pomigliano apriva la breccia a una nuova era di contrattazioni nel mondo del lavoro - si esprime in termini assertivi nei confronti di Fiat: «Non voglio nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea. Fiat deve rispettare l'accordo. Credo che debba farlo dopo questo travagliato percorso. Non voglio nemmeno pensare ad un'ipotesi diversa, non ce ne sono le ragioni e sarebbe un'ipotesi assurda e molto grave». A fare "pressione positiva" sulla Fiat è anche Confindustria ricordando con il presidente Emma Marcegaglia che «la maggioranza dei lavoratori ha votato a favore e tutti i sindacati, tranne uno. La strada è ora andare avanti sul piano e capire come rendere questo contratto fattibile». Marcegaglia ci tiene a tenere il punto anche su un altro aspetto, non secondario, del dibattito che s'è sviluppato da Pomigliano. E come a rispondere a chi in questi giorni ha sostenuto che questa vicenda costituisca un pericoloso precedente nel progressivo smantellamento dei diritti dei lavoratori Marcegaglia sottolinea che «L'accordo di Pomigliano riguarda solo Pomigliano. Siamo di fronte a un caso specifico. Dopo decenni di assenteismo e false malattie fuori misura, durante il quale il tasso di scioperi e di non lavoro è assolutamente anomalo, si deve cambiare strada». Non la pensano così gli operai di Mirafiori, che davanti ai cancelli della fabbrica commentano il risultato del referendum dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco. «Si tratta di un ricatto al cento per cento - dice uno di loro - È chiaro che se ti chiedono se vuoi lavorare a condizioni peggiori o andare a casa devi per forza accettare. Se l'accordo passa a Pomigliano tra un anno ci ritroviamo nella stessa condizione anche qui a Mirafiori. Stanno usando questa faccenda dell'assenteismo come una scusa per far passare delle cose inaccettabili». Non diverso l'inquietante scenario prospettato dalla previsione che ieri il sociologo Luciano Gallino faceva su Repubblica: «Le aspre condizioni di lavoro che Fiat intende in trodurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con successo all'estero, sono la premessa per introdurle, prima o poi, in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno da noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al tessile al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che possono dimostrare che in India, nelle Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione pro-capite molto superiore agli impianti di casa». Certo dovremmo sacrificare la nostra civiltà del lavoro, una tradizione di diritti e di conquiste, una cultura improntata all'umanesimo della produzione. Ma questo, dice Gallino, sembra ormai per molti un particolare insignificante.   

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