La Fiat minaccia di lasciare Pomigliano
di Riccardo Paradisi
[24 giugno 2010]
Di male in peggio a Pomigliano d'Arco. La Fiat indispettita
dell'esito del referendum accarezza ora l'ipotesi di lasciare la
produzione della Panda in Polonia. Certo, dopo aver esibito
disappunto e delusione per il risultato delle consultazioni il
Lingotto ha fatto sapere che la trattativa continuerà con quei
sindacati che hanno finora dimostrato di voler collaborare
condividendo l'accordo. Ma intanto sul tavolo, tra gli altri
strumenti di pressione, c'è anche l'opzione della delocalizzazione.
Non è un mistero del resto che l'amministratore delegato
del Lingotto Sergio Marchionne si aspettava un plebiscito di si,
confidando in una percentuale di assensi almeno dell'80%. Il
plebiscito invece non c'è stato e solo poco più del 60 per cento
dei dipendenti di Pomigliano ha votato si all'accordo sul
contratto. Non è facile, dicono in Fiat, gestire una fabbrica con
un dissenso sull'accordo così alto. Dissenso «incomprensibile e
negativo», secondo il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia,
sbalordita «che ci sia un sindacato che non comprende queste sfide
in nome di principi astratti». Laddove i principi astratti sono,
secondo la posizione della Fiom, concretissime e proibitive
condizioni di lavoro per gli operai di Pomigliano a cui si deve
aggiungere la soppressione di diritti fondamentali tra cui il
diritto di sciopero. Una tesi controversa quella della compressione
del diritto di sciopero nel contratto mentre è indiscutibile che le
condizioni di lavoro previste dall'accordo di Pomigliano siano
durissime. Sta di fatto che per la Fiat queste sono "argomentazioni
pretestuose"che mettono a rischio il piano per il rilancio. La Fiat
apprezza invece «il comportamento delle Organizzazioni Sindacali e
dei lavoratori che hanno compreso e condiviso l'impegno e il
significato dell'iniziativa di Fiat Group Automobiles per dare
prospettive allo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano».
Resta il dato che il dissenso emerso dalla
consultazione di martedì ponga una seria ipoteca sugli investimenti
da 700 milioni di euro per rilanciare la fabbrica di Pomigliano; il
risultato del referendum infatti non è sufficiente per convincere
la Fiat a investire su una zona già storicamente problematica in
termini di assenteismo e di produttività. Secondo la Fismic -
sindacato autonomo nato da una scissione dalla Cisl - sarà dunque
addirittura ineluttabile la decisione della Fiat di portare in
Polonia la produzione della Panda e della Ipsilon. Per questo c'è
chi ora spinge perché come estrema ratio venga messa in campo la
cosiddetta "Ipotesi C", con la costituzione di una Newco per
evitare che l'esito di questa durissima trattativa sia l'abbandono
della Fiat di Pomigliano.
Intento che Marchionne - secondo osservatori non
ingenui - aveva sempre avuto in mente sin dall'inizio: non portare
la Panda in Italia, non investire nel nostro paese e
sostanzialmente rimettere in discussione lo stesso progetto di
Fabbrica Italia. Se così fosse la Fiat avrebbe giocato due parti in
commedia, aspettandosi o addirittura auspicando, che il consenso di
massa a un contratto pesante per i lavoratori non ci sarebbe stato.
Ammesso che sia così sarebbe un falso scopo polemizzare con la Fiom
stornando su Cremaschi e compagnia tutte le responsabilità di
quello che potrebbe avvenire di negativo nell'area di Pomigliano.
Da parte sua la Fiom non retrocede di un metro e anzi rilancia: per
Pomigliano c'è una sola via - come sostiene Giorgio Cremaschi -
«affrontare la questione con il consenso vero e non con quello
imposto o estorto, riaprendo le trattativ e cambiando l'accordo. Se
invece si vuole andare avanti con la pressione, l'intimidazione e
il ricatto - impostazione che, come si è visto dall'esito delle
votazioni, non ha ottenuto il risultato sperato - non si giunge a
nulla». La Fiat - queste le condizioni poste dalla Fiom - deve
togliere dal tavolo gli elementi di disaccordo che ha introdotto:
«Se si applica il contratto nazionale di lavoro la Fiat può
arrivare a 18 turni di lavoro che è un sacrificio, senza però
forzature su pause, diritti e dignità». Le minacce di abbandono di
Pomigliano fatte trapelare dall'azienda torinese comunque hanno
avuto come risultato quello di compattare il largo fronte di chi ha
caldeggiato l'accordo e che ora parla dell'obbligo di Marchionne di
essere conseguente al risultato del referendum. «L'opzione
che si presenta a Fiat è solo quella di confermare la validità
dell'accordo - dice il segretario della Uil Luigi Angeletti - e
quindi l'investimento da realizzare nei prossimi mesi per
trasferire la produzione della Panda nello stabilimento di
Pomigliano». No, fermo, ad un ripensamento di Fiat su Pomigliano
anche dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «Se Marchionne
volesse fare un passo indietro la Cisl sarà contro. Se si dovesse
verificare un'ipotesi del genere con la stessa forza con la quale
abbiamo difeso i posti di lavoro saremo contro ad un abbozzo di
ripensamento».
Stessa musica nella Cgil. Addirittura il ministro del
Welfare Sacconi - secondo il quale l'accordo di Pomigliano apriva
la breccia a una nuova era di contrattazioni nel mondo del lavoro -
si esprime in termini assertivi nei confronti di Fiat: «Non voglio
nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea. Fiat deve rispettare
l'accordo. Credo che debba farlo dopo questo travagliato percorso.
Non voglio nemmeno pensare ad un'ipotesi diversa, non ce ne sono le
ragioni e sarebbe un'ipotesi assurda e molto grave». A fare
"pressione positiva" sulla Fiat è anche Confindustria ricordando
con il presidente Emma Marcegaglia che «la maggioranza dei
lavoratori ha votato a favore e tutti i sindacati, tranne uno. La
strada è ora andare avanti sul piano e capire come rendere questo
contratto fattibile». Marcegaglia ci tiene a tenere il punto anche
su un altro aspetto, non secondario, del dibattito che s'è
sviluppato da Pomigliano. E come a rispondere a chi in
questi giorni ha sostenuto che questa vicenda costituisca un
pericoloso precedente nel progressivo smantellamento dei diritti
dei lavoratori Marcegaglia sottolinea che «L'accordo di Pomigliano
riguarda solo Pomigliano. Siamo di fronte a un caso specifico. Dopo
decenni di assenteismo e false malattie fuori misura, durante il
quale il tasso di scioperi e di non lavoro è assolutamente anomalo,
si deve cambiare strada». Non la pensano così gli operai di
Mirafiori, che davanti ai cancelli della fabbrica commentano il
risultato del referendum dello stabilimento Fiat di Pomigliano
d'Arco. «Si tratta di un ricatto al cento per cento - dice uno di
loro - È chiaro che se ti chiedono se vuoi lavorare a condizioni
peggiori o andare a casa devi per forza accettare. Se l'accordo
passa a Pomigliano tra un anno ci ritroviamo nella stessa
condizione anche qui a Mirafiori. Stanno usando questa faccenda
dell'assenteismo come una scusa per far passare delle cose
inaccettabili». Non diverso l'inquietante scenario prospettato
dalla previsione che ieri il sociologo Luciano Gallino faceva su
Repubblica: «Le aspre condizioni di lavoro che Fiat
intende in trodurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con
successo all'estero, sono la premessa per introdurle, prima o poi,
in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da
Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno
da noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al
tessile al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e
piccole che possono dimostrare che in India, nelle Filippine, in
Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione
pro-capite molto superiore agli impianti di casa». Certo dovremmo
sacrificare la nostra civiltà del lavoro, una tradizione di diritti
e di conquiste, una cultura improntata all'umanesimo della
produzione. Ma questo, dice Gallino, sembra ormai per molti un
particolare insignificante.
Torna su ^