Cronache di liberal

A Pomigliano la Cina è più vicina

di Riccardo Paradisi [18 giugno 2010]

La vertenza sul contratto che mette a confronto la Fiat con le parti sindacali a Pomigliano d'Arco è qualcosa di più d'un acuto tra i molti nella lunga storia del conflitto che il nostro Paese ha conosciuto tra capitale e lavoro. Pomigliano è la porta d'ingresso attraverso cui la lava incandescente della globalizzazione economica penetra in Italia attaccando alle fondamenta una cultura del lavoro, dell'impresa, del sindacato che sembrava acquisita. Una cultura che invece corre il rischio d'essere definitivamente liquidata. Intendiamoci la Fiom sbaglia a scegliere la linea del rifiuto e dell'opposizione a oltranza perché purtroppo è vero che non c'è alternativa - a parte la chiusura degli impianti - alle condizioni che vengono poste dalla Fiat al sindacato. Ma è pur vero che non è un clima normale quello in cui scatta l'aut aut tra la scelta di lavorare accettando di sacrificare i diritti conquistati da generazioni di lavoratori e la prospettiva di non lavorare per niente. Per questo lo stato di necessità, la condizione di emergenza che ormai rischia di diventare permanente, non deve far dimenticare nemmeno per un attimo che le condizioni che verranno imposte agli operai di Pomigliano d'Arco sono durissime.

Come si deve sottolineare il rischio che quello di Pomigliano costituisca un precedente pericoloso, un prolegomeno ad ogni futura vertenza contrattuale. Una volta derogato a un principio infatti - come ad esempio il diritto di sciopero che dal testo del contratto risulta fortemente compresso - quel principio smette di fatto di essere tale, diventando una variabile, un corollario accessorio, una concessione. E sicuramente segna una regressione delle condizioni del lavoro la prospettiva che agli operai di Pomigliano si prepara nei prossimi anni. Per massimizzare l'utilizzo degli impianti si prevedono ritmi di lavoro a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore, solo alla fine delle quali è prevista una mezz'ora per i pasti. Per non parlare della metrica del lavoro, un sistema di controllo della produttività che prevede la determinazione dei movimenti che un operaio deve eseguire per effettuare nella maniera più proficua ed economica possibile il suo tratto di lavoro. Ecco, come ha opportunamente scritto su Repubblica Luciano Gallino, sarebbe interessante vedere «quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l'indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli ad acettare senza far storie le proposte Fiat». Certo, le cose bisogna dirle tutte e si deve dire che Pomigliano d'Arco ha una brutta tradizione di largo assenteismo. Ma insomma ci sono altri metodi meno draconiani e più equi per combattere l'assenteismo.

Il fatto è che però Pomigliano, come si diceva, segna uno spartiacque che rischia di chiudere un'epoca e aprirne un'altra, un passaggio che costringe a ragionare sugli esiti d'una globalizzazione tutt'altro che virtuosa. Si perché se la promessa dei teorici e dei cantori della mondializzazione dei mercati era l'espansione fatale dei diritti e del benessere ciò che sta accadendo è esattamente il contrario: avviene cioè che non sono i paesi di più avanzata civiltà giuridica e sociale a contaminare positivamente i Paesi in via di sviluppo ma sono questi ultimi a contaminare negativamente la qualità della vita sociale dei primi. L'Occidente sta conoscendo l'abbassamento graduale e sempre più progressivo di salari e condizioni di lavoro, sta percorrendo un piano inclinato che sta conducendo questa parte di mondo verso l'allineamento alle condizioni dei cosiddetti paesi emergenti. Un trend che con la crisi finanziaria esplosa negli Usa 3 anni fa non ha solo conosciuto un'impressionante accelerazione ma ha anche trovato la copertura ideologica di chi brandendo - spesso per gli altri - il principio di responsabilità, ha preso a definire ogni umanesimo del lavoro come un lusso che sarebbe colpevole continuare a concedersi, una variabile dipendente dai flussi dell'economia mondo e ad essa sacrificabile. Una logica di ferro contro cui l'obiezione di chi, come la dottrina sociale della Chiesa, rivendica la centralità della persona e il primato dell'uomo sull'economia, risulta inutile. La risposta che ci si sente opporre infatti è che l'alternativa al lavoro senza diritti è l'assenza di lavoro o la delocalizzazione. Prendere o lasciare. Una logica spietata e brutale ma che è il rispecchiamento fedele di una realtà che è altrettanto spietata e brutale. È a questa inversione a U della storia che ha condotto l'ideologia mercatista, a questo esito polacco o cinese. Un esito che per l'Occidente che voleva esportare diritti e civiltà appare grottesco oltre che tragico.   

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