La grande iprocrisia Nazionale
di Franco Insardà
[26 giugno 2010]
Campioni a Berlino, bidoni a Johannesburg. È questo il destino
amaro di Marcello Lippi e dei suoi calciatori. All'indomani della
cocente sconfitta maturata contro la Slovacchia, i cahiers de
doléance nazionali sono stati sommersi da corsivi stizziti e
insospettabili acrimonie, tenute ben celate in un remoto angolo
dello stomaco nell'ebbrezza della vittoria di quattro anni fa. A
rigor di logica non c'è infatti alcuna buona ragione per
stracciarsi le vesti oggi, così come non ce n'era una altrettanto
valida per inginocchiarsi adoranti di fronte all'impresa degli
Azzurri nel 2006. Se si punta al risultato va tutto bene, se invece
si vuole guardare alla qualità del gioco bisogna ammettere che
giocavamo male anche a Berlino 2006. Allora salimmo tutti,
politici in testa, sul carro di Marcello, ma nessuno volle entrare
davvero nel merito di quel trionfo. Elogiammo l'affiatamento del
gruppo, la convinzione, il polso fermo del mister dagli occhi di
ghiaccio (che nell'euforia fu persino accostato a Paul Newman) lo
spirito di rivalsa maturato nell'infamante clima di Calciopoli. E
magari. quattro anni dopo, di tutti questi bei valori non è rimasta
alcuna traccia. Ma la verità è che al termine di quella cavalcata
che vide Cannavaro levare la Coppa del Mondo verso il cielo,
parlammo di tutto, pur di non parlare dell'unica cosa davvero
importante per leggere la debacle sudafricana. Con orgoglio ferito,
tutti oggi denunciano il brutto gioco di Marcello Lippi. "Ci siamo
meritati di uscire", è il concetto unanimemente condiviso e
condivisibile, ma assai pericoloso. Perché se è vero che "ci siamo
meritati di uscire", e scomodiamo la categoria ontologia del
peccato, è anche vero che quel mondiale di quattro anni fa non
meritammo di vincerlo, visto come superammo la qualificazione agli
ottavi. Lamentando la mancanza di idee, di energia e, soprattutto,
di gioco di questa Italia, facciamo un ottimo servizio alla verità,
e un pessimo servizio alla nostra memoria. Giocammo male anche
quattro anni fa, diretti dallo stesso tecnico e sospinti da un
gruppo assai simile a quello sconfitto in Sudafrica. Nessuno vuol
ricordare ad esempio la rocambolesca qualificazione contro una
modestissima Australia, superata soltanto grazie a un rigore
"regalato"allo scadere del terzo minuto di recupero, una vittoria
arrivata quando nessuno ci credeva più. E oggi che anche per il
pareggio con la Nuova Zela da, consorella d'emisfero di
quell'Australia che subì una beffa da parte nostra, l'Italia è
fuori, sembra quasi di poter intuire quanto possa essere beffardo,
o forse semplicemente giusto, il "Dio della Pelota". Ciò che
abbiamo tolto, abbiamo restituito. Esattamente come la Francia che
rubò la qualificazione in casa dell'irlandese Trapattoni. Forse
solo curiose coincidenze, magari esercizi di intelletto che però
non possono fare a meno di indurci a riflettere, anche solo per un
attimo, su un'antica legge. Chi ruba, seppure soltanto nell'agone
sportivo, prima o poi paga. Un concetto che se applicato alla
politica degli ultimi mesi, o forse di sempre, non smette mai di
dimostrare tutta la sua rudezza inesorabile. I politici, però, non
hanno un campo da gioco, delle regole precise e un tempo definito
per disputare la partita e riescono a trovare, infatti,
giustificazioni alle loro debacle. Le partite si perdono o si
vincono, per le elezioni, invece, vale sempre il raffronto più
favorevole con una precedente competizione per poter dimostrare che
non si è trattato di una vera sconfitta. L'Italia pallonara oggi
scopre che i migliori calciatori del campionato sono stranieri e
che l'unico calciatore italiano da Nazionale dell'Inter è Mario
Balotelli. Scopre anche che i vivai non sono più seguiti come una
volta, eppure uno studio della commissione Cultura della Camera,
nel 2004, approvò all'unanimità un documento, a conclusione di
un'attenta indagine conoscitiva sul mondo del calcio, che impegnava
le società a schierare calciatori under 21. Da allora non se ne è
fatto nulla e oggi raccogliamo questi risultati . Se in Germania
fossimo stati eliminati al primo turno le critiche per il brutto
gioco dell'Italia si sarebbero sprecate, esattamente come sta
accadendo in questi giorni. Ma quel rigore segnato da Francesco
Totti cancellò, come un colpo di spugna, polemiche e malumori,
portando l'Italia a vincere i mondiali tedeschi. Ulteriore
dimostrazione che si vince in tanti e, invece, quando si perde è
molto difficile trovare chi se ne assume le responsabilità. A
Marcello Lippi, italiano atipico, forse presuntuoso ma mai codardo,
va riconosciuto almeno il merito di aver fatto una delle poche cose
buone di questo mondiale sudafricano da dimenticare: essersi
assunto in pieno le sue colpe, senza invocare fantasmi improbabili
e complotti internazionali. Ma si sa il tifoso è tifoso.
Quando arriva il risultato non va tanto per il sottile, manda giù
tutto e dimentica facilmente sia il gioco alla viva il parroco, sia
quello della palla avanti e pedalare, sia i vari catenacci italioti
che hanno fatto la fortuna di tanti undici nostrani in giro per il
mondo. Non interessa molto avere in campo una squadra con schemi
che interpreta alla perfezione, calciatori padroni della situazione
che dettano il ritmo della partita: l'importante è vincere. Se poi
c'è anche il bel gioco siamo ancora più contenti. Ancora oggi si
ricorda il campionato argentino del 1978 con Cabrini e Paolo Rossi,
con gli azzurri autori del miglior calcio dei mondiali, al punto da
riuscire a battere la stessa Argentina, padrona di casa. Ma in
tutti c'è il rammarico di non essere riusciti a superare l'Olanda
in semifinale, magari con un "golletto" anche in fuorigioco o su un
rigore dubbio. Alla faccia del bel gioco. Un bel gioco smarrito
nella fase eliminatoria dei mondiali dell'82 in Spagna, al di là
della ventilata combine con il Camerun, e subito duramente
criticato, al punto da far decidere il silenzio stampa a Enzo
Bearzot e agli azzurri. Ma in quell'occasione il turno fu superato
e poi si ritrovò gioco, campioni e risultati. Da quel momento
abbiamo continuato a tifare per l'Italia, qualcuno per motivi
politici, ha dovuto modificare l'incitamento agli azzurri, ma
abbiamo dovuto aspettare ventiquattro anni per gioire. In molti
hanno riconosciuto a Marcello Lippi, oltre alle indubbie doti
tecniche, anche una buona dose di fortuna. Dopo la partita con il
Paraguay e il pareggio con la Nuova Zelanda i tifosi si sono
attaccati anche al "fattore c" del nostro commissario tecnico, poi
hanno dovuto rendersi conto della sconfitta e iniziare a elaborare
il lutto. Ecco allora partire le accuse all'Italia inguardabile: la
peggiore della storia. Ma se l'arbitro inglese Webb non avesse
annullato il gol in fuorigioco di Quagliarella la musica sarebbe
stata sicuramente diversa, nessuno avrebbe parlato di gioco brutto
e ci saremmo tutti preparati alla sfida con l'Olanda. Poi
chissà...
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