A Pomigliano comincia il secondo secolo Fiat
di Giancarlo Galli
[22 giugno 2010]
C'è un sapore antico di capitalismo e manager coraggiosi, capaci
di guardare in faccia la realtà, affrontarla e vincere rischiando,
in quel che sta avvenendo in Fiat, col braccio di ferro nei
confronti di Fiom-Cgil, a Pomigliano. Può piacere o meno, arrivare
persino a giudicare provocatorio il «prendere o lasciare» di Sergio
Marchionne; eppure coloro (purtroppo pochi) che conoscono la storia
spesso drammatica della nostra maggiore e prestigiosa industria,
non possono sottrarsi alla suggestione dei "ricorsi storici". Detto
altrimenti: in oltre un secolo di vita, marchiato dai successi ma
anche da profonde crisi, in presenza di un quadro politico debole e
incapace di autentiche riforme, la Fiat si è puntualmente mossa.
Certo per salvare se stessa, ma anche per liberare, con gesti
clamorosi, quelle energie che sono alla base dell'intraprendenza
industriale. Tagliando alla maniera gordiana quei nodi che hanno
finito con il soffocare la libera impresa.Poiché non è la prima
volta che la Fiat s'avventura in una simile, dirompente azione, è
opportuno raccontare. Il passato talvolta ritorna... Alla fine
della prima Guerra Mondiale, la Fiat (Fabbrica italiana automobili
Torino, fondata nel 1899 da un gruppo di aristocratici piemontesi
riuniti al Caffé Burello), è azienda solidissima che con le
commesse belliche ha fatto soldi a palate. Autocarri, trattori,
aerei, mitragliatrici.
Padrone assoluto, dopo una serie di rocambolesche liti
giudiziarie, Giovanni Agnelli. Classe 1866, ex proprietario
terriero e ufficiale di cavalleria. Ma nella città di Antonio
Gramsci in cui muove i primi passi Palmiro Togliatti, che fra breve
fonderanno il Partito comunista, la tensione sociale è altissima.
Sino a sfociare nell'occupazione delle fabbriche. Gli Agnelli
rischiano l'espropriazione, mentre la gestione è affidata dai
sindacati ad un onesto e volenteroso socialista, Giovanni
Parodi.
Velleitaria l'occupazione (con nidi di mitragliatrici
sistemati ai cancelli degli stabilimenti), impossibile una normale
attività produttiva. All'Unione industriali, in molti consigliano a
Giovanni Agnelli d'invocare l'intervento dell'esercito, ma lui
rifiuta. Sostiene che la Fiat deve lavorare "con" e non "contro" i
suoi operai. E, innanzi allo stallo, all'improvviso, il miracolo:
sono gli stessi occupanti, il 20 settembre 1920, a chiedere al
padrone di tornare in fabbrica. Giovanni Agnelli non manca tuttavia
di scaltrezza, consapevole dell'ondivagante umore delle masse,
della piazza. Liberale, ha perso fiducia nel ceto politico
dell'epoca, incluso il conterraneo Giovanni Giolitti. È però
restio, a differenza di altri industriali, a far credito al
vociante Benito Mussolini. In sostanza ritiene che la Fiat debba
innanzitutto marciare sulle proprie gambe, generare profitti,
evitando di schierarsi politicamente. Davvero un modello di
opportunismo pragmatico, con un risvolto da tener presente: porre
la famiglia Agnelli in sicurezza, inventandosi ante-litteram un
manager al tempo stesso capace e devoto. Schema sabaudo: un re e un
capo del governo. La scelta cade su Vittorio Valletta. Classe 1883,
ligure di nascita, esperto aviatore, eccezionale
ragioniere-contabile, nella Torino d'inizio secolo, l'Agnelli ha
avuto varie occasioni per verificarne la grinta. «Stom a fa per
mi», confida ai familiari, dopo una spettacolare messinscena.
All'assemblea Fiat (quotata in Borsa) del tardo autunno 1920,
Giovanni Agnelli si presenta dimissionario, ragguagliando i
presenti di un suo incontro col deputat socialista torinese
Giuseppe Romita, del quale condivide il proposito di trasformare la
Fiat in una «cooperativa di produzione ». Lacrime agli occhi e
colpo di scena. In primissima fila, portatore di un
robusto di azioni appena acquistate, Vittorio Valletta. Enfatico,
parla di dovere, disciplina, Patria. Afferma che l'Italia, Torino,
la Fiat, aspettano da Agnelli il sacrificio di resistere, di non
abbandonare le posizioni. Il 1° aprile 1921,Vittorio Valletta entra
in Fiat con la qualifica di direttore centrale. Ed ha inizio l'Era
Valletta, che si concluderà a metà degli anni Sessanta, con
l'arrivo alla presidenza di Gianni Agnelli. Quel che rileva
(citando Valerio Castronovo, massimo storico del "Pianeta Fiat"), è
il determinarsi di una diarchia ai vertici dell'impero
industrial-finanziario torinese. «Quasi un gioco delle parti, col
fondatore nei panni del monarca borghese con tanto di blasone
derivatogli dal prestigio di cui godeva nell'alta finanza
internazionale; lui,Valletta, impegnato nel lavoro oscuro e
silenzioso, per far quadrare i conti e allargare i confini
dell'Impero». È la logica Agnelli-Fiat. Scomparso Giovanni I,
subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Famiglia
mette in pista Giovanni II (Gianni, l'Avvocato), che però sino alla
metà degli anni Sessanta, s'accontenta della vicepresidenza.
Lasciando a Valletta onori e oneri. È ancora il "ragioniere" a
mettere nuovamente alla porta i comitati di gestione, a condurre le
epurazioni fra i dipendenti troppo politicizzati. Specie i
comunisti. Il rilancio in grande stile della Fiat (anni Cinquanta)
fa rima con competitività ed efficienza. Gli accordi sul salario
(quelli Fiat ben più favorevoli ai lavoratori di quanto prevede il
contratto nazionale dei metalmeccanici), avvengono attraverso
l'intesa con Cisl e Uil, isolando la Cgil che, incapace di cogliere
i tempi nuovi, è trincerata sui logori schemi della lotta di
marxista e gramsciana memoria.
Alla vigilia della contestazione sessantottina, che
presto dalle università , che presto dalle università si trasferirà
nelle fabbriche, l'anziano Valletta (nel frattempo nominato
senatore a vita dal carissimo amico Giuseppe Saragat,
socialdemocratico presidente della Repubblica), viene messo da
parte. E per un certo periodo Gianni e il fratello Umberto
ritengono di poter gestire direttamente l'azienda, nonché l'impero
finanziario che sta alle sue spalle. Periodo turbolento, difficile
da dominare. La "ricerca di un nuovo Valletta" è però problematica,
specie dopo il fallimento dell'intesa con l'ingegner Carlo De
Benedetti, che resterà in Fiat appena cento giorni. La Famiglia
annaspa. Gianni è tentato dal piantar baracca e burattini,
accettando la proposta dell'amico ministro Ugo La Malfa
dell'incarico di ambasciatore in Usa. Umberto s'è presentato da
indipendente nelle liste Dc, divenendo senatore (1976). Il mitico
Enrico Cuccia, dominus di Mediobanca e nume tutelare del
capitalismo italiano, non è tuttavia disposto ad ammainare la
bandiera innanzi alle bordate della contestazione. Chiama a
rapporto Gianni e Umberto, invitandoli a restare in trincea. «Per i
capitani d'industria, non sono previste dimissioni», dice severo.
Gianni e Umberto tornano alla stanga, anche perché lo gnomo della
finanza, dopo le bastonate, distribuisce le carote. La
ricapitalizzazione della Fiat, che altrimenti potrebbe essere
costretta a portare i libri in tribunale, e la nomina di un "uomo
forte", Cesare Romiti. Nell'estate 1980, coi galloni di
amministratore delegato, Cesarone ha carta bianca. Re Gianni,
all'investitura, è stato di poche prole: «Faccia quel che vuole, ma
salvi la Fiat». (Ad uso del lettore: in Fiat, anche ai vertici, il
"lei"è d'obbligo). Romiti non se lo fa ripetere. Il 10 settembre,
alla riapertura degli stabilimenti, annuncia 14.469 licenziamenti.
Il movimento sindacale, immediatamente, si mobilita, minacciando
l'occupazione delle fabbriche. Il governo di Francesco Cossiga è
spiazzato, il ministro degli Interni,Virginio Rognoni, insegue
mediazioni impossibili. Il sindaco comunista di Torino, Diego
Novelli, arringa la piazza: «Se qualcuno pensasse di insistere nel
far passare con la forza questo disegno, noi non saremo davanti ai
cancelli di Mirafiori, ma saremo dentro Mirafiori». Il dì seguente,
Enrico Berlinguer tiene comizio alla "porta 5" di Mirafiori. Il 10
ottobre viene dichiarato lo sciopero generale. Cortei, spesso
violenti, le catene di montaggio che già marciavano al
rallentatore, ferme.Torino teme l'agonia della Fiat!
All'improvviso, una controiniziativa. Ispirata da Romiti che pur,
che pur ha sempre voluto negarlo. Un anonimo coordinamento dei
dipendenti chiama a raccolta, il 14 ottobre, al Teatro Nuovo.
Duemila posti in sala.Arriveranno in tantissimi, e sarà la "Marcia
dei quarantamila". Non bandiere, simboli partitici, ma un solo
slogan: «Il lavoro si difende lavorando». La Cgil abbassa le armi,
Cesare Romiti si guadagna sulla stampa internazionale il titolo di
«estremista del capitalismo». Risultato: il Gruppo Fiat, che
annoverava nella primavera del 1980, ben 350mi- la dipendenti fra
Italia ed estero, si "smagrirà" sino a 230mila, Riuscendo tuttavia
ad aumentare la produzione per il calo verticale dell'assenteismo,
la migliore utilizzazione degli impianti. Dopo l'Era Valletta,
l'Era Romiti, dunque. Senonché una delle caratteristiche di re
Gianni, monarca assoluto capace d'inchinarsi unicamente al Gran
sacerdote della finanza, Enrico Cuccia, è caratterizzata anche da
forme di egocentrismo. Un Romiti troppo forte, in un certo senso
gli fa ombra.
D'altro canto, il settore automobilistico è soggetto a
crisi cicliche; e forse un cambiamento può essere positivo. Al
tramonto dell'astro Romiti, figura eccezionale comparabile a quella
di Valletta, segue la ricerca di una figura adatta a combattere e
vincere le nuove sfide. E mentre scompaiono uno dopo l'altro
Cuccia, Gianni, Umberto, coi vari manager destinati a ballare poche
stagioni, ecco entrare in scena Sergio Marchionne. Con grinta rara
affianca il residente Luca Corsero di Montezemolo, figura familiare
in ambito dinastia Agnelli. Luca, fedele alla tradizione della
diarchia, ha un eccezionale fiuto nel favorire l'opera di
Marchionne su un versante e, su un altro, dinastico, l'ascesa di
Yaki Elkann, figlio di Margherita Agnelli, primogenita di Gianni.
Marchionne al volante, un Agnelli ancora in cabina di regia,
insomma. Al momento dell'ennesima battaglia per garantire alla Fiat
un secondo secolo di gloria. Comunque, di valida presenza
dell'Italia nello scenario di un'economia globalizzata. Così
oggi,Marchionne, nel decisivo duello sul futuro di Pomigliano, si
ritrova con gli stessi problemi dei predecessori. Valletta negli
anni Venti e Cinquanta; Romiti negli anni Ottanta. Con,
sostanzialmente, la stessa controparte: Cgil-Fiom. Certo, non si
nega la buona fede, il fervore ideologico seppur storicamente
retrodatato; eppure viene naturale chiedersi: non avessero vinto
Valletta e Romiti, che ne sarebbe stato della Fiat? E, di
conseguenza, se Sergio Marchionne non riuscisse a spuntarla?
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