Storia della Lira e dei suoi (primi?) 140 anni
di Giancarlo Galli
[03 giugno 2010]
Se con l'aria che tira in Europa, la maggioranza dei cittadini
tedeschi (dando retta ai sondaggi) è divenuta nostalgica del
Marco,mentre non manca ai vertici della tecnocrazia finanziaria
europea chi vorrebbe punire la Grecia indebitatissima e
spendacciona, estromettendola dall'Euro ed obbligandola a riesumare
la vecchia dracma, anche in Italia, sia pure sottovoce, sono
cominciate le riflessioni attorno ad un'ipotesi (certo "quasi
impossibile", ma...): e dovessimo tornare alla Lira? Fatti i debiti
scongiuri per quello che rappresenterebbe un autentico salto nel
vuoto, è tuttavia impossibile dimenticare che fu proprio
l'unificazione monetaria l'evento "strutturale" (parola di moda),
all'epoca dell'Unità della quale celebriamo i 150 anni. E forse la
Lira ebbe un'importanza pari all'azione di Vittorio Emanuele II,
Camillo Benso di Cavour e Garibaldi. Sotto molti profili, a questi
Padri della Patria, bisognerebbe affiancare il nome di Quintino
Sella, piemontese e ministro delle Finanze. Infatti...
Il 12 luglio 1862 nella sabauda Torino, capitale
"provvisoria"del neonato Regno d'Italia, il ministro Quintino Sella
(per inciso: figlio di banchieri, appassionato di montagna e
fondatore del Club alpino italiano), più che un discorso pronunciò
un'orazione. Ammonitrice. Disse che il Sud era stato conquistato
più che rappacificato (i patrioti borbonici considerati
"briganti"occupavano ancora campagne e cittadine isolate); biasimò
l'insofferente Garibaldi, che mobilitava in segreto "camicie rosse"
per demolire i resti dello Stato Pontificio; affermò alto e forte:
«Solo la moneta riuscirà laddove le armi hanno mostrato i loro
limiti ».Cavour avrebbe certamente approvato, ma era morto l'anno
precedente. Sua Maestà il Re, gli fece credito e sponda, per
ragioni di cassetta. Essendo il Regno indebitato sino all'osso. Il
debito pubblico della neonata Italia assomma a 2 miliardi e 402
milioni (anticipando la conversione nelle future lire italiane). A
chiunque verrebbe naturale pensare, poiché questo sta scritto sui
libri di scuola, trattarsi del "lascito" dei Borboni e dello Stato
Pontificio. Invece no. Il debito del Regno di Sardegna, quest'era
il titolo dei domini di Casa Savoia, di ben 1321 milioni,
costituiva il 55 per cento del totale. In larga misura di origine
bellica: la guerra con l'Austria del 1848-49 era costata 200
milioni, la spedizione "di prestigio" in Crimea (un po' come in
Iraq ed Afghanistan oggi), almeno 50. La seconda guerra
d'Indipendenza 250. Secondo la ricostruzione dello storico Giorgio
Candeloro: «se si tiene poi conto che tutto il debito della
Romagna, circa la metà di quello parmense, modenese e toscano e più
di 50 milioni derivavano da prestiti emessi da Governi provvisori,
si può affermare che quasi i due terzi del debito pubblico erano
serviti a coprire le spese dello Stato Unitario e per
l'ammodernamento ed il rafforzamento dello Stato piemontese ».
Detto altrimenti, la riforma monetaria di Quintino Sella, pur
necessaria e meritoria aveva anche l'indichiarabile intento di
sistemare le regie finanze. Con la manipolazione dei rapporti di
cambio fra la molteplicità delle monete in circolazione: la Lira
del Piemonte equiparata al franco francese, il fiorino austriaco
del lombardo-veneto, lo scudo dello Stato pontificio, il ducato del
Regno delle Due Sicilie. Numerose le banche d'emissione,
autorizzate a stampare moneta cartacea a fronte di adeguate riserve
in oro ed argento. Banca nazionale degli Stati sardi, Banca
nazionale toscana, Banca dello Stato pontificio che continuerà ad
operare sino alla presa di Porta Pia, nel 1870. Nel Mezzogiorno,
Banco di Napoli e Banco delle Due Sicilie, con le loro zecche. Che
fece Quintino Sella? Con una grandi- nata di decreti-legge diede
corso legale ad una sola moneta, denominata Lira italiana.
Fissandone il rapporto con l'oro e l'argento. Un grammo di metallo
giallo "vale" 3,47 lire cartacee. Per un chilo d'argento servono
220 lire. Chi non si fida della carta filigranata, può andare in
banca esercitando il "diritto di conversione". Come la storia
insegna, i "diritti"lasciano il tempo che trovano, o detto
altrimenti: discendono dalla volontà dei reggitori. Ed ecco quel
che accade: al tempo della carota, l'arcigno ed astuto ministro
Sella fa seguire quello del bastone.Ovvero: mentre le banche,
fiutando l'aria, costringono a chi vuol permutare la carta in
metallo pregiato o in luccicanti monete (la zecca ne ha coniate da
100, 50, 10, 5 lire in oro; da 5 lire, 2 lire, 1 lira e 20
centesimi in argento), a pagare sino al 12 per cento del valore
dell'operazione, il governo sospende la "conversione". Così la lira
sarà, per sempre, di carta.
Nel frattempo, per volontà di Napoleone III, è stata
varata (1866) l'Unione monetaria europea, cui aderiscono, in
assoluta parità (cambio 1:1), Francia, Svizzera, Italia, Belgio,
Grecia. La Germania rifiuta, pretendendo che il Marco valga di più.
E resta fuori.Al pari della Gran Bretagna, che non intende
rinunciare alla Sterlina. Con la sconfitta di Napoleone III a
Sedan, nata di decreti-legge diede corso legale ad una sola moneta,
denominata Lira italiana. Fissandone il rapporto con l'oro e
l'argento. Un grammo di metallo giallo "vale" 3,47 lire cartacee.
Per un chilo d'argento servono 220 lire. Chi non si fida della
carta filigranata, può andare in banca esercitando il "diritto di
conversione". Come la storia insegna, i "diritti"lasciano il tempo
che trovano, o detto altrimenti: discendono dalla volontà dei
reggitori. Ed ecco quel che accade: al tempo della carota,
l'arcigno ed astuto ministro Sella fa seguire quello del
bastone.Ovvero: mentre le banche, fiutando l'aria, costringono a
chi vuol permutare la carta in metallo pregiato o in luccicanti
monete (la zecca ne ha coniate da 100, 50, 10, 5 lire in oro; da 5
lire, 2 lire, 1 lira e 20 centesimi in argento), a pagare sino al
12 per cento del valore dell'operazione, il governo sospende la
"conversione". Così la lira sarà, per sempre, di carta. Nel
frattempo, per volontà di Napoleone III, è stata varata (1866)
l'Unione monetaria europea, cui aderiscono, in assoluta parità
(cambio 1:1), Francia, Svizzera, Italia, Belgio, Grecia. La
Germania rifiuta, pretendendo che il Marco valga di più. E resta
fuori.Al pari della Gran Bretagna, che non intende rinunciare alla
Sterlina. Con la sconfitta di Napoleone III a Sedan, lute pregiate.
Al momento della creazione della Banca d'Italia (1893),
l'orgoglioso annuncio: le lire in circolazione hanno una "copertura
aurea"del 40 per cento; e il rapporto migliorerà ancora nei due
decenni successivi. Finché la guerra blocca le rimesse, mentre i
torchi girano giorno e notte a finanziare lo sforzo militare.
Riarmarsi costa, e il 1° giugno 1915 è una data che
segna la fine di un'epoca felice. A Milano corrono insistenti voci
di provvedimenti monetari restrittivi. La borghesia affolla i treni
per Lugano, aprendo conti presso le neutrali banche scudocrociate.
In un mese, la lira si svaluta del 16 per cento. Il dollaro passa
da 5 a 6 lire, la sterlina da 25 a 30. Discesa inarrestabile col
prosieguo delle ostilità, la fuga dei capitali. Abbiamo vinto, ma a
che prezzo! Spiegazione: dagli Usa dobbiamo importare grano,
all'Inghilterra restituire i prestiti. Il caos politico ha ridotto
i flussi turistici, e gli emigrati non mandano più soldi a casa.
Nel 1919, si scopre che la riserva aurea della Banca d'Italia copre
appena il 13 per cento della circolazione cartacea. In termini
concreti: occorrono 102 lire per una sterlina, 28 per un dollaro,
2,50 per un franco svizzero e 1,70 per il franco francese, pure
uscito con le ossa rotte dal conflitto.
Del fascismo si può dire tutto il male possibile, non
che bistrattò la Lira. Nell'ultimo scorcio degli Anni Venti, con il
varo della politica autarchica, il regime impone cambi forzosi e,
attraverso successive manovre, il rapporto della lira con la
sterlina è portato a "Quota 92".Per il dollaro a 19, a 6 per il
franco svizzero. La conquista dell'Etiopia, in risposta alle
sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, è in buona misura
finanziata con la retorica (ma riuscita) campagna di "offerta
dell'oro alla Patria". La regina Elena apre le sottoscrizioni,
porgendo la fede nuziale in cambio di una d'acciaio, e nei centri
di raccolta s'accatastano 37 tonnellate d'oro, 115 d'argento,
miliardi in valute estere. La Lira, in apparenza solida, torna a
barcollare il 10 giugno 1940, con l'entrata in guerra a fianco
della Germania hitleriana. L'impatto sui prezzi dei beni di consumo
si fa da subito sentire, col galoppare dell'inflazione. Al momento
dell'armistizio (8 settembre 1943), il potere d'acquisto è
dimezzato rispetto all'Anteguerra. Ed è l'inizio di una tragedia
che pare inarrestabile. Presto, nel Mezzogiorno "liberato"compaiono
le Am-lire,stampate in Usa; i tedeschi hanno nel frattempo
trasferito in Alto Adige le riserve auree della Banca d'Italia,
tuttavia nei territori della Repubblica sociale, la Lira conserva
un certo valore. Terribile il periodo che va dal 25 aprile
1945 al 18 aprile 1948, che segna il trionfo della Dc degasperiana
e il definitivo passaggio delle sinistre all'opposizione. Dollaro e
franco svizzero, divenute monete di riferimento (poiché sterlina e
franco francese hanno i loro guai, e il marco tedesco è
provvisoriamente uscito di scena), si sono trasformati in "beni
rifugio", al pari dell'oro. De Gasperi premier, il ministro al com-
mercio estero Cesare Merzagora, d'intesa con Luigi Einaudi
governatore della Banca d'Italia e sul punto di essere nominato
presidente della Repubblica, compiono il prodigio, stabilizzando Re
dollaro a 600 lire, il franco svizzero a 140. Come? Aiuti al Piano
Marshall, amnistie per il rientro dei capitali, lotta alla
disoccupazione e ripresa industriale.
Nel luglio del 1961, appena nominato Governatore della
Banca d'Italia, Guido Carli può permettersi un gesto clamoroso,
quasi teatrale: mandare al macero le smunte banconote da 500 lire
sostituendole con 74 milioni di splendide monete d'argento. Il
Paese vive uno straordinario periodo di prosperità e sviluppo:
finanche il Mezzogiorno sembra industrializzarsi. È la stagione del
"miracolo economico italiano", per usare le parole del New York
Times. Che ha purtroppo vita breve. Il Sessantotto francese
sbarca in Italia, i sindacati condizionano le aziende, la politica
è debole. Si diffonde un clima d'incertezza e negli anni Settanta,
la Lira ne fa le spese. Ancora una volta, la moneta subisce un
infausto destino, anche per la ricomparsa sullo scacchiere europeo
e mondiale di due monete fortissime: il marco tedesco e lo yen
giapponese. Due decenni di passione & inflazione. Il 17 marzo
1995 mentre sull'asse Parigi- Bruxelles-Francoforte si sviluppano
le trattative per il varo dell'euro (con l'Italia che rischia
l'emarginazione), la Lira è colpita dall'ennesimo infarto: 1739 sul
dollaro, 1531 sul franco svizzero, 1274 sul marco tedesco, 330 sul
franco francese. Il governo di Lamberto Dini, succeduto a Silvio
Berlusconi, ha un colpo di reni. In clima d'emergenza, da
"tecnico", Dini promuove una riforma pensionistica, argina la spesa
pubblica rallentando la corsa all'indebitamento dello Stato. Da ex
banchiere Dini che è stato in Banca d'Italia, afferma, categorico:
«Un Paese come il nostro non può fallire!».
Ancora miracolosamente, la tensione sul mercato dei
cambi s'allenta. La Lira esce dal mirino degli speculatori e verrà
presto accolta (nonostante i dubbi della Germania), in quell'Euro
che sta per nascere. Salvataggio in extremis, ma pienamente
riuscito, dunque. Resta l'interrogativo: e domani? Ciò che sta
accadendo in Grecia, obbliga a trattenere il fiato. Anche
Portogallo e Spagna navigano in acque agitate. E noi? La Germania,
divenuta impietosa, incalza. L'Euro stesso vacilla. Rievocare le
vicende della Lira, non è dunque esercizio puramente accademico. Il
passato può tornare!
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