Due zoppi non fanno un atleta
di Francesco D'Onofrio
[23 giugno 2010]
Il dibattito che si è aperto nel Partito democratico in
conseguenza del modo con il quale Fabrizio Gifuni si è rivolto
all'Assemblea di quel partito, con l'espressione: «Compagni e
compagne», merita certamente anche una nostra riflessione culturale
e politica ad un tempo, perché è in gioco la sorte stessa del
Partito democratico in quanto tale e la strategia delle alleanze
che esso intende perseguire alla luce dell'affermazione del suo
segretario politico Pierluigi Bersani. Non si tratta infatti
soltanto di una semplice affermazione lessicale, che come tale può
non costituire oggetto di esame culturale, e ancor più di
valutazione politica contemporanea da parte di chi non appartiene
al Partito democratico; si tratta infatti di un punto dirimente
della natura stessa dell'attuale Partito democratico, e quindi di
un punto qualificante anche della strategia politica complessiva di
quel partito.
Si tratta infatti di un vero e proprio nodo culturale e
politico: se non si mettono a nudo le ragioni del consenso e del
dissenso rispetto all'espressione di Gifuni, verrebbe proprio da
dire in tal caso che due nostalgie non fanno un cambiamento.
Occorre infatti innanzitutto chiedersi quale sia la nostalgia alla
stregua della quale l'Assemblea del Partito democratico ha reagito
calorosamente all'esordio di Gifuni: si è trattato di un richiamo
delle radici del tutto italiane del vecchio Partito comunista
italiano, o anche del suo antico paradigma culturale del
progressismo, inteso quale evoluzione ineluttabile della storia
contemporanea?
Occorre allo stesso tempo chiedersi per quale ragione
esponenti non provenienti dal Partito comunista hanno reagito alla
medesima espressione: si è trattato di una damnatio
memoriae dell'intera storia del Partito comunista italiano -
che sa- rebbe del tutto inaccettabile - o della ricerca ancora
infruttuosa di un nuovo inizio, e quindi di un cambiamento
necessario? Anche l'indirizzo che l'Unione di centro ha assunto per
la costruzione di un nuovo partito, definito provvisoriamente
Partito della Nazione, si trova infatti di fronte alla questione di
fondo: come combinare nostalgia e cambiamento, ben sapendo che non
si può vivere solo di nostalgia così come è da respingere la
pretesa che il cambiamento è accettabile solo se è nuovista.
La questione culturale è proprio questa: quale è il
paradigma alla stregua del quale si non venute costruendo
nell'Italia della cosiddetta Prima Repubblica le espressioni
"compagni e compagne", "amici e amiche", "camerati e camerate". Non
si tratta infatti di paradigmi identici per quel che concerne la
loro origine ideale e culturale: la locuzione "compagni e compagne"
ha rappresentato infatti anche la traduzione concreta di una
immanentistica filosofia della storia, che vedeva nella
realizzazione del socialismo il punto di arrivo della storia
medesima, una volta che questa fosse ateisticamente
scristianizzata; la locuzione "camerati e camerate" ha
rappresentato a sua volta anche essa una forma di secolarizzazione
scristianizzata, perché essa vedeva nello Stato l'incarnazione
della divinità; la locuzione "amici e amiche" è vissuta a sua volta
sia a simbolizzare la concreta esperienza del partito della
Democrazia cristiana - che come tale è ovviamente storicamente
caduca - sia a simbolizzare il primato della persona sulla classe e
sullo Stato, perché la persona in quanto tale è una identità
universale storicamente concreta, una realtà anche territoriale e
non un'utopia, come tale irraggiungibile.
Il dibattito dunque riguarda tutti noi che in qualche
modo veniamo da un passato lontano, ed intendiamo andare verso un
futuro in qualche modo condivisibile: non vi è alcuna pretesa di
sostituire "amici e amiche" alla locuzione "compagni e compagne",
perché anche in questo caso si finirebbe con il sostituire una
nostalgia ad un'altra nostalgia. Si tratta infatti di cercare un
nuovo equilibrio tra nostalgia e cambiamento: ciò vale per gli ex
democristiani non meno che per gli ex comunisti; per gli ex
socialisti non meno che per gli ex liberali.
In fondo dobbiamo essere tutti consapevoli che se
vogliamo guardare al cambiamento anche alla luce delle nostre
radici, dobbiamo saper combinare nostalgia e cambiamento. Se non
operiamo in questo senso rischiamo di passare di un sol colpo dalla
nostalgia, intesa esclusivamente quale passato, al cambiamento,
inteso esclusivamente quale presente: in questo caso, vincerebbe
necessariamente chi orgogliosamente afferma che le radici sono
soltanto un intralcio perché quel che conta sono i voti degli
elettori.
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