Cronache di liberal

La tassa sulle banche? Ora la faccia l'Europa

di Rocco Buttiglione [29 giugno 2010]

I risultati del G20 non sono entusiasmanti. L'invito a diminuire i deficit degli stati dopo la esplosione della spesa pubblica provocata dalle misure straordinarie per fronteggiare la crisi era scontato. C'è da domandarsi se valeva la pena di indicare un termine così prossimo (il 2013) ed una misura così impegnativa (dimezzare il deficit) in un momento in cui la ripresa è (almeno in Europa) ancora fragile ed incerta. Probabilmente è vero che un rientro accelerato dal deficit non ci riporterà dentro la crisi ma è certo che esso non darà sollievo al vero problema del presente, che è una crescita debole e senza creazione di posti di lavoro. Sul tema della tassazione delle operazioni speculative non si è riusciti a trovare l'accordo, e questa è la delusione più grande. L'idea era buona e su essa converrà insistere. Una tassa piccolissima (0,01 o 0,02%) su tutte le transazioni bancarie non viene sentita affatto dai normali clienti ma ha un effetto potente sugli speculatori che effettuano migliaia di transazioni quotidianamente e lo fanno con un leverage (rapporto fra capitale proprio e capitale preso in prestito) altissimo. Se il leverage è di 1 a 1000 una tassa dello 0,01% equivale ad una tassa del 10% sul capitale proprio impiegato. E se oggi allo speculatore basta provocare una piccolissima variazione di prezzo per ottenere enormi guadagni con l'introduzione di questa tassa la variazione di prezzo che consente un guadagno diventa molto più consistente e le probabilità di finire in perdita molto più alte. Non si interferirebbe con le operazioni che hanno cause reali ma si renderebbero assai più difficili operazioni meramente speculative. E il gettito sarebbe considerevole. Per l'Unione Europea è stato calcolato che con un tasso dello 0,01% si potrebbe avere un gettito di 38 miliardi di euro. Alcuni economisti sono preoccupati del fatto che la tassa potrebbe essere trasferita sulla clientela. Sembra difficile che questo possa avvenire perché in realtà non si tratta di una tassa sulle banche ma di una tassa sulla clientela (su di un certo tipo di clientela, quella speculativa). Con 38 miliardi di euro (o più, se l'aliquota fosse più alta) l'Unione Europea potrebbe fare molte cose. Per esempio potrebbe finanziare un debito pubblico comune mobilitando fra 7 e 800 miliardi di euro di risorse con i quali dar vita ad un gigantesco programma di costruzione di infrastrutture. Potremmo realizzare infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, centrali di energia, ferrovie, etc…) e immateriali (università di qualità, ricerca scientifica, formazione professionale di alto livello) capaci di rilanciare nel mondo la competitività del sistema Europa. Potremmo fare queste cose facendone pagare i costi agli speculatori che, fino ad ora, non partecipano in alcun modo ai sacrifici per riparare ai danni che essi, con i loro comportamenti, hanno provocato. Purtroppo gli speculatori esercitano un influsso potente sulle grandi istituzioni internazionali e, almeno per il momento, non si è riusciti a costruire un consenso su questo tema. Forse un consenso si può costruire in Europa e, se l'Unione Europea inizia a muoversi in questa direzione, è probabile che seguano anche gli Stati Uniti. Il tema è già stato affrontato positivamente nell'ultimo Consiglio Europeo. Certo, idealmente la tassa sulle transazioni bancarie richiede una applicazione universale. Esiste altrimenti il rischio che le operazioni speculative si spostino semplicemente verso le piazze finanziarie che non adottano questa legislazione. È difficile però che questo possa avvenire se un'area economica così ampia come l'Unione Europea dovesse decidere di applicare questa nuova regola. Senza il bilanciamento di un programma straordinario per lo sviluppo e l'occupazione il semplice dimezzamento dei deficit entro il 2013 rischia di avere effetti deflazionistici. Dietro l'angolo c'è l'idea tedesca di una rilettura rigorista del trattato di Maastricht che vincoli gli stati membri al pareggio di bilancio. In Germania il principio del pareggio di bilancio è stato introdotto con legge costituzionale e fissato al 2016. Sarebbe una medicina troppo forte per molti paesi dell'Unione, se non controbilanciata da misure comuni per lo sviluppo. Oggi il livello di disoccupazione nell'Unione si aggira intorno al 10%. Siamo rassegnati a convivere con un livello di disoccupazione così elevato per una generazione? Dato che la disoccupazione si concentra soprattutto fra i giovani questo significa accettare che un numero molto grande di giovani saranno confinati nel ghetto di una adolescenza prolungata, non avranno un lavoro stabile fino agli anni della maturità, formeranno la loro famiglia tardi o mai, vivranno tutta la vita in una condizione di preca- rietà e di alienazione. Quelli che non hanno una famiglia che li sostiene saranno affidati all'assistenza pubblica o soffriranno la fame. Se non vogliamo questo dobbiamo allora preoccuparci sì della stabilità ma anche dello sviluppo. Questo tema deve interpellare in modo particolare il Partito Popolare Europeo. La dottrina sociale cristiana dice che non è eticamente difendibile un sistema che non generi una "ragionevole abbondanza di posti di lavoro", in modo che tutti quelli che vogliono lavorare lo possano anche fare. Alla luce di questo criterio è ancora difendibile il nostro sistema? Non abbiamo bisogno di riforme incisive e profonde? La dottrina sociale cristiana riconosce i benefici ed anche il valore etico del mercato e perfino (in un certo senso) del capitalismo. Distingue però chiaramente fra un valore positivo del mercato, quando esso è al servizio della persona umana, ed uno negativo quando la persona è messa sotto i piedi e lacerata per servire le esigenze del sistema. Il compito della politica è quello di difendere la persona ed orientare l'economia verso il bene comune. Stiamo facendo davvero tutto il possibile per corrispondere alle ragioni etiche del fare politica? Il messaggio che arriva da questo G 20 ( come ha detto anche il cardinal Bertone) non è entusiasmante.  

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