La crisi dei record
di Francesco Pacifico
[02 marzo 2010]
Il bilancio della crisi è tutto in due dati comunicati
ieri dall'Istat. Nel 2009 il Pil italiano è crollato di 5
punti percentuali. Non accadeva dal 1971, anno che portava con
sé il pesante strascichio dell'autunno caldo. A gennaio 2010
il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,6 per cento, con 2,144
milioni di persone in cerca di lavoro: era dal 1994 - nel pieno di
Tangentopoli e dell'uscita della lira dallo Sme - che non si
registravano performance più basse. A dirla tutta, e con le
esportazioni calate del 19,1 per cento e gli investimenti fissi
lordi in contrazione del 12,1, la situazione poteva essere peggiore
in un Paese senza materie prime e legato com'è alla vendita
di macchinari di precisione verso l'estero. Lo dimostra poi il
tasso di disoccupazione all'8,6, alto ma lontano dal 9,9 registrato
ieri da Eurostat nella Ue. Difficile dare torto al
titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, quando
rivendica al governo (e al suo dicastero) che «gli oltre 150
tavoli di crisi aperti al ministero abbiamo già dato
risposta ad almeno 50 crisi aziendali, salvaguardando oltre 40mila
posti di lavoro». I problemi, però, si registrano dove
non arriva la cassa integrazione, strumento con il quale
l'esecutivo è riuscito a mantenere legati i lavoratori alle
imprese priva di attività. Eppure nei prossimi mesi sia lo
stato della finanza pubblica sia il numero di chi cerca occupazione
è destinato a segnare altre battute d'arresto. Perché
la crisi non ha colpito soltanto i settori prociclici (come
l'edilizia) quanto le aziende che investono di più in
innovazione. Senza contare che la congiuntura ha falcidiato le
giovani generazioni: i precari che non si vedono confermare i loro
contratti o i neodiplomati e i neolaureati che non vengono
assorbiti dal mondo del lavoro. Gente meglio formata dei loro
padri, vitale per un manifatturiero che rappresenta il 38 per cento
del Pil e ha la necessità di essere modernizzato. Ieri
mattina l'Osservatorio trimestrale sulla crisi d'impresa del Cerved
Group ha annunciato che sono stati sono oltre 9mila i fallimenti
registrati nel 2009, con una crescita del 23 per cento rispetto
all'anno precedente. E subito dopo le costruzioni, maglia nera con
un +31 per cento nelle procedure fallimentari, segue con un +26
l'industria. Non a caso la metà delle richieste di
concordato preventivo viene da imprese manifatturiere (53 per
cento), ambito che da solo segna un'impennata del 71 per cento. Di
conseguenza arretrano le realtà più dinamiche, mentre
il nostro sistema di ammortizzatori sociali congela la crisi dei
settori più maturi. Lo si comprende anche guardando i dati
della disoccupazione. L'indice generale parla di un tasso dell'8,6
per cento, con una variazione congiunturale di fatto nulla (+0,1
per cento) che a livello annuo sale all'1,3. In dodici mesi si sono
persi poco più di 300mila, 199mila a tempo indeterminato.
Regge, nonostante il rallentamento con il quale ripartono gli
ordinativi, la platea di chi è occupato stabilmente a
differenza delle categorie più deboli. A gennaio sono salite
sopra i 2,1 milioni le persone in cerca di occupazione (+ 0,2 per
cento e pari a 5 mila unità a livello congiunturale e
più 18,5 per cento e pari a 334mila unità rispetto a
gennaio dello scorso anno). E in questo gruppo rientrano
soprattutto precari o diplomati e laureati in cerca di primo
impiego. Lo dimostra il fatto che il tasso di disoccupazione
giovanile abbia raggiunto un livello del 26,8 per cento, con una
crescita di 0,3 punti percentuali rispetto a dicembre e di 2,6
punti percentuali rispetto a gennaio del 2009. Non a caso l'ufficio
studi di Confcommercio ha fatto notare che «la preoccupazione
per la caduta dell'occupazione, alla luce dei dati di gennaio,
potrebbe indebolire i timidi e fragili segnali di ripresa
rallentando ulteriormente la fase di uscita dalla
recessione». Per la cronaca, i consumi nel 2009 sono calati
dell'1,2 per cento, mentre i redditi da lavoro dipendente sono
diminuiti dello 0,6. Soltanto una più robusta ripresa
potrebbe invertire la dinamica. Lo stesso Scajola ieri ha ricordato
che le cose andranno meglio quest'anno, quando «la crescita
sarà dell'1,2 per cento ». Ma seppure quest'obiettivo
venisse raggiunto - e non è detto visto che la Ue stima
"soltanto" un+0,7 - ci vorrebbero circa 5 anni per tornare ai
livelli precedenti alla crisi.
Perché, come ha certificato ieri l'Istat,
soltanto il congelamento dell'attività ha permesso
all'Italia di temperare le scosse sul servizio al debito. Se il
prodotto interno lordo scende del 5 per cento, il deficit in
rapporto al Pil sale al 5,3, oltre due punti e mezzo percentuali
rispetto al 2,7 del 2008. Vola - va da sé - anche il debito
(per Bankitalia a 1.761,191 miliardi di euro), che ha raggiunto
quota 115,8 per cento del Pil. In questo clima, per certi aspetti,
sorprende il calo delle entrate: difficile parlare di tenuta, ma il
livello raggiunto - 47,2 per cento del Pil - segna una diminuzione
dell'1,9, migliore alle previsioni degli scorsi mesi che parlavano
del doppio.
Un livello però che - se messo in confronto con
la dinamica del prodotto lordo - spinge comunque la pressione
fiscale sopra di tre punti decimali, al 43,2 per cento. Nota il
leader del Pd, Pier Luigi Bersani: «La caduta del 5 per cento
del Pil nel 2009 certifica la più grave recessione dal 1945.
Sommando il dato del 2008, noi arretriamo in misura doppia rispetto
all'area Ocse e quasi doppia rispetto all'area euro. Anche nelle
previsioni del 2010 andiamo peggio degli altri, mentre la crescita
della disoccupazione è ancora parzialmente occultata da
effetti statistici. Con tutto questo, abbiamo un governo che, come
un disco rotto, ripete che stiamo meglio di altri!». Dal
fronte sindacale il segretario nazionale della Cgil, Agostino
Megale, e quello generale della Cisl, Raffaele Bonanni, chiedono
che «il governo tagli subito le tasse sui salari e sulle
pensioni».
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