Cronache di liberal

«È la giusta sorte del populismo»

di Errico Novi [03 marzo 2010]

«Appena i grandi giornali vedono che la logica del bipartitismo scricchiola, scatta immediatamente il riflesso di difenderla». Savino Pezzotta non può che notare questa anomalia, nel giorno in cui le contraddizioni del Pdl diventano così esplosive da innescare un caso persino al Corriere della Sera, con l'editoriale di Galli della Loggia prima bloccato e poi rinviato al giorno successivo. È il giorno in cui il presidente della Costituente di centro e candidato dell'Udc in Lombardia vede il suo principale avversario, Roberto Formigoni, annaspare nell'attesa della sentenza d'appello sulla sua lista: «È la dimostrazione che i partiti senza una vera militanza non hanno capacità, anzi alla fine non riescono a nascondere la propria debolezza. Noi abbiamo una diversa cultura e una diversa forma partito, che non si riduce solo ai leader, ai capi: i quali possono fare tante cose, ma se poi non hai chi va a raccogliere le firme, a mettere su i gazebo e a stare tra la gente, il risultato è quello che vediamo».

E a maggior ragione diventa fonte di dubbi e interrogativi un episodio come quello capitato al più autorevole quotidiano del Paese. «Certo, se non pubblicano un editoriale a Galli della Loggia, liberale a tutto tondo e osservatore attento, qualche sospetto c'è. Magari non ci sarà stato nessun veto, e so che persona perbene è De Bortoli, però resta il fatto che la grande stampa italiana dovrebbe uscire dalla logica bipolarebipartitica, e invece di fonte al primo scricchiolio, appunto, le scatta il riflesso difensivo». Ma come è possibile che la maggioranza dei moderati italiani si trovi rappresentata da un non-partito, incapace persino di presentare documenti in regola agli uffici elettorali? Pezzotta obietta che «il Pdl è tutto fuorché un partito moderato. I moderati siamo noi, il Popolo della libertà è populista, incavolato, e lo dimostrano i quotidiani attacchi del suo capo carismatico ai magistrati, il modo di concepire i rapporti con l'opposizione ». Eppure, dice il parlamentare dell'Unione di centro, «dopo che il partito di Berlusconi ci è stato presentato per anni come la soluzione ai problemi italiani, c'è una forte resistenza ad accettare la sconfitta di quella tesi».

Secondo Pezzotta non si può sostenere che «la debolezza oggettiva di un partito come il Pdl sia un problema per la democrazia, che non può essere messa in discussione così facilmente: costituisce casomai un problema di orientamento politico.Anche nel senso che appare sempre più incomprensibile ila collocazione di tanti moderati all'interno di quel recinto. È venuta ora di raccogliersi in una nuova grande area in cui prevalga l'idea di conciliare anziché favorire gli interessi. Noi dell'Unione di centro abbiamo avvertito in anticipo la crisi dell'assetto bipolare, il tempo ci darà ragione ». Anche perché nel Pdl «proprio non si riescono a intravedere i segni dell'annunciata rivoluzione liberale: qui casomai si cavalca il populismo fino a consegnare il Nord nelle mani della Lega, si va insomma nella direzione opposta ». È chiaro che il grave vulnus emerso in queste ore dal punto di vista della capacità organizzativa sia legato «a un modo diverso di intendere la politica: noi che siamo un piccolo partito ci siamo preoccupati di consegnare le liste venerdì, in modo da avere tutto il tempo di intervenire di fronte a eventuali contestazioni». E nemmeno il Pdl può difendersi, in Lombardia come nel Lazio, «facendo appello a un meccanismo di raccolta delle firme che andrebbe semplificato. Io sono d'accordo con l'idea che si possano trovare dei modelli meno complicati, perché il numero delle vidimazioni, dei certificati da produrre è davvero impressionante. Ma il punto è che lo stesso Formigoni aveva proposto un'innovazione di questo tipo e poi non ha fatto nulla. E vedere scivolare su una cosa del genere uno che per quindici anni ha governato la regione più importante d'Italia lascia davvero stupiti. A prescindere dall'esito del ricorso ha dimostrato a tutti una debolezza che fa impressione». sabile politico più alto sul territorio. Che era insieme un modo di riconoscere l'importanza (se non la sacralità democratica) della competizione elettorale, ma anche di assicurare (ben più di oscuri funzionari) l'autorevolezza e la credibilità di quella formazione politica e in grado quindi di interloquire con efficacia e immediatamente, in caso di contenzioso, con gli uffici giudiziari. Molte controversie si erano in passato risolte così, con buon senso ed equilibrio alla fine condiviso. Quello che invece colpisce negativamente del pasticciaccio romano (meno quello lombardo, che invece appare più un gioco di puntigli e di protagonismi indebiti di scarso peso giuridico) è l'approssimazione e la fuga dalla responsabilità. Come se nel Pdl - che in fondo è la prima forza politica del Paese - il dovere di seguire con cura e competenza le minuziose procedure regolamentari necessarie per partecipare a buon diritto alla gara democratica delle elezioni fosse pura mansione burocratica di impiegati di seconda fila e non una primaria responsabilità dell'esercizio politico. Certamente non è "sexy", in un partito che coltiva l'immagine, la "bella presenza" (soprattutto femminile), il richiamo televisivo. E tuttavia con questa piccola croce delle liste e delle regole bisogna fare i conti. E sarà facile (e sommamente ingiusto) prendersela poi con sperimentati funzionari, esposti nei momenti decisivi alle pressioni e alla "guerra per bande" che fino all'ultimo secondo insistono per un frenetico "togli e metti" nelle liste delle candidature. Ma il partito dov'era ? E resta un'illusione affidarsi in ritardo ai cavilli degli azzeccagarbugli, paradossalmente esaltando il ruolo e il potere di una magistratura che per altri versi si vuole con qualche ragione tentare di contenere. Molto probabilmente il Pdl non è più da tempo il "partito di plastica"descritto all'inizio dell'avventura berlusconiana. Non è più nemmeno (o forse non lo è mai diventato) il "partito-azienda", dove una gerarchia, alcune funzioni e gli ambiti circoscritti di responsabilità manageriale assicurano l'efficienza formale e lo svolgimento dei compiti. Piuttosto - come tanti altri episodi oltre a questo delle liste sembrano comprovare - appare sempre di più come un informe conglomerato di correnti clandestine, di ras territoriali, di sordi e feroci conflitti interni sinora coperti (ma fino a quando?) dal largo mantello del Cavaliere.

E anche la fusione a freddo tra Forza Italia e Alleanza Nazionale si va rivelando più una maionese impazzita che un sodalizio unito e propositivo. Le antiche appartenenze fanno premio in una lotta sotterranea senza esclusione di colpi proibiti. E la classe dirigente (ammesso che la migliore sia occupata nel governo) non si è temprata nell'umile fatica del contatto con il territorio e con le regole. Improvvisarsi politici, pretendere onori e responsabilità, può essere gratificante, ma quando non ci si dimostra all'altezza, può diventare decisamente doloroso. Fino alla domanda che non tarderà ad arrivare: ma chi ce lo fa fare di stare insieme ?  

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