Cronache di liberal

Cari colleghi, troppo silenzio

di Liberal [11 marzo 2010]

Qualche giorno fa il Wall Street Journal ha dedicato al secondo Summit annuale di Ginevra sui diritti umani, la democrazia e la tolleranza un lungo articolo,corredato da un editoriale di fuoco in cui si invocava (inutilmente) la presenza dell'Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite Onu e si ricordava - con una citazione dello scomparso senatore democratico Daniel Patrick Mohynihan - la lunga e bipartisan tradizione statunitense di difesa degli human rights, quei diritti umani che sono alla base della Carta internazionale approvata dal Palazzo di Vetro e firmata da quasi tutti gli Stati membri. Il New York Times ha pubblicato, dandogli la dignità di editoriale, la testimonianza di uno dei protagonisti del vertice: il dissidente birmano Ko Bo Kyi, che ricorda come la sua decisione di combattere per i diritti umani nel proprio Paese sia stata influenzata dalla lettura dell'autobiografia di Nelson Mandela e dalla sua volontà di non abbandonare i propri principi, neppure dopo 27 anni di carcere. Non si trova molto altro, sul Summit che si è appena chiuso in Svizzera, sulla stampa e sui media internazionali. Qualche articolo del quotidiano conservatore online CnsNews.com, qualche altro trafiletto sparso, ma in generale molta, troppa, indifferenza. Questa tiepida copertura mediatica, però, è paragonabile a un'esplosione di fuochi d'artificio multimediali - con tanto di occhialini 3d in stile Avatar - rispetto al silenzio assordante della stampa e della televisione italiana. A parte un articolo di presentazione del Il Foglio, che due settimane fa ha presentato il programma dell'incontro, e i reportage del giornale che state sfogliando in questo momento, l'informazione italiana hanno ignorato del tutto l'evento. Malgrado l'organizzazione del summit fosse stata affidata a due nomi altisonanti della storia europea recente, come Vaclav Havel e Lech Walesa.

Eppure, come la pagine di liberal hanno testimoniato in questi giorni, era altissimo il livello degli interventi, lo spessore delle personalità coinvolte e la gravità dei problemi affrontati. Si è passati, nei due giorni di dibattito, dalla disperata situazione della Corea del Nord - oramai definita "un lager a cielo aperto"- alla repressione cinese; dalla schiavitù nel Sudan nei confronti della minoranza cristiana alla questione iraniana, con tutti i risvolti di cronaca che questo comporta. Forse quello che non si capisce è che, in questo incontro, sono state presentate visioni, risposte, interpretazioni dei fatti fondamentali per capire il mondo.Non erano solo, per quanto terribili, racconti di massacri in zone esotiche del mondo. Certo, ci rendiamo conto del momento surreale che sta attraversando il sistema politico (e, di riflesso, quello mediatico) in Italia. Con l'attenzione di tutti centrata sul "caos liste" e sullo scontro istituzionale e tra i partiti che sta lacerando il nostro Paese. Ma davvero, in tutti questi giorni, sui giornali italiani non c'è mai stato spazio per occuparsi del Summit? Davvero la difesa dei diritti umani è così in basso nella scala di priorità editoriali dei nostri media? Davvero il provincialismo italico è sceso a livelli così bassi?   

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