Cronache di liberal

Il mistero Di Girolamo

di Franco Insardà [03 marzo 2010]

Lo spettro delle firme aleggia anche sul caso Di Girolamo. Questa volta rischiano di finire nel mirino quelle dei venti senatori che il 29 gennaio 2009 hanno sottoscritto la mozione presentata da Sergio De Gregorio, senatore del Pdl, deus ex machina del movimento "Italiani nel mondo" e amico di Nicola Di Girolamo. Un atto che è riuscito a sospendere la decisione di ineleggibilità, presa all'unanimità dalla giunta per le elezioni e le immunità del Senato. Non a caso ieri mattina, durante la seduta della commissione presieduta da Marco Follini, è tornato sulla vicenda il capogruppo del Pd, Francesco Sanna. Parole che non sarebbero piaciute al senatore Cosimo Izzo, pronto a replicare ma subito bloccato dal suo collega di partito, Lucio Malan, il quale lo avrebbe invitato a far scivolare la cosa.

Eppure nel resoconto della seduta del 29 gennaio del 2009 ci sono dei passaggi che rendono questa storia ancora più ingarbugliata. Il presidente Schifani, alle 12,56, dando la parola al senatore Vetrella lo invitava a essere conciso, «perché aveva fissato per le ore 13 la chiusura della discussione». Cosa che faceva subito dopo, dichiarando chiusa la discussione, e ricordando la presentazione dell'ordine del giorno da parte di De Gregorio firmato da venti senatori. Lo stesso Schifani aggiungeva subito dopo: «Prima di procedere alla votazione, comunico all'aula che hanno regolarizzato l'apposizione della firma all'ordine del giorno i senatori Collino,Viespoli, Cursi e Paravia». Proprio sulla «certezza delle venti firme» il senatore del Pd Legnini chiedeva rassicurazioni. Pronto Schifani a replicare: «sono tutti presenti. Vogliamo invitare i senatori che hanno sottoscritto ad alzare la mano? ». E per non lasciare nulla al caso: «Che verifica voleva fare, senatore Legnini? La prego, votiamo; lei sa che sono molto attento a tutto». Ma a guardare bene, forse non lo è stato sia sulla certezza delle firme sia sul fatto che le altre quattro sono state apposte dopo la chiusura della discussione.

Ma si sa, parlare in questi giorni al Pdl di firme e di orari è come parlare della corda in casa dell'impiccato. Non a caso si racconta che qualche settimana fa lungo uno dei corridoi ovattati di Palazzo Madama un collega del Pdl disse a Nicola Di Girolamo incontrandolo: «Nico', ci fai sempre lavorare». Perché dal giorno della sua elezione il senatore eletto nella circoscrizione europea è al centro di una serie di vicende che in questi giorni stanno arrivando a conclusione. Oggi in aula si discute delle dimissioni anticipate con una lettera al presidente Schifani dal senatore che secondo la procura di roòa è residente a Roma e non a Bruxelles. Su questa procedura la minoranza è insorta per il fatto che il voto sulle dimissioni arrivi prima di quello per la decadenza del senatore: in questo mondo potrà anche incassare 17mila euro che Palazzo Madama concede a chi non raggiunge i due anni necessari per poter maturare la pensione da parlamentare. Polemiche rese ancora più accese dall'assenza dello stesso Di Girolamo all'audizione di ieri presso la Giunta per le elezioni e l'immunità. E infatti i lavori del consesso, come è stato reso noto, in attesa del voto del Senato sono proseguiti «entrando nel merito con interventi dei diversi gruppi parlamentari» e sono state fissate due sedute, oggi alle 13 e domani alle 14. «Se l'aula deciderà - ha spiegato il presidente della Giunta, Marco Follini - noi ne trarremo le ovvie conseguenze. Ma se l'Aula non dovesse decidere noi svolgeremo la nostra funzione di rete di protezione a tutela e a garanzia della funzione parlamentare».

Sulla vicenda Di Girolamo il presidente dei senatori Udc, Gianpiero D'Alia, ha aggiunto: «Doveva essere dichiarato decaduto già un anno fa. Un atto chiaro sulla decadenza avrebbe preservato la linearità delle istituzioni». Tra l'altro D'Alia che è anche componente della giunta per le elezioni e l'immunità del Senato, ha avanzato il timore che «questo costituirà un precedente. Ora serve un atto, una mozione bipartisan che, scevra da qualsiasi valutazione politica, annulli gli effetti disastrosi e perversi dell'ordine del giorno De Gregorio, che a suo tempo permise il "congelamento" della decadenza del senatore Di Girolamo, e che se non verrà cancellato, permetterà che in futuri eventuali casi analoghi la giunta e il Senato non abbiano alcun potere di esprimersi e di agire fino a che non ci sarà una sentenza della magistratura».

L'opposizione ha delineato un percorso da seguire per arginare gli effetti "istituzionali e di diritto" che la mozione De Gregorio comporta. Secondo D'Alia la maggioranza sta sottovalutando questo aspetto, se non si rimuove questo macigno, resterà per sempre e impedirà di fatto e di diritto alla giunta di espletare le sue funzioni. La maggioranza deve farsi carico della revoca di quell'ordine del giorno ed è per questo che ci ha stupito il rifiuto a discutere prima della decadenza di Di Girolamo, rispetto alle dimissioni, perchè nelle mozioni sulla decadenza, sia quelle a firma della maggioranza che dell'opposizione si prevedeva il ritiro della mozione De Gregorio. Purtroppo le dimissioni precludono l'esame delle mozioni, da qui la necessità di trovare un'altra strada, che va nella logica del contenimento del danno. Fino a ora invece la maggioranza - conclude D'Alia - ha deciso semplicemente di coprire con le dimissioni le proprie responsabilità politiche nel caso Di Girolamo».

Stessa posizione espressa da Anna Finocchiaro, presi- dente dei senatori del Pd, che in una conferenza stampa ieri ha fatto sapere che è stata depositata dal Pd una mozione che chiede la revoca dell'ordine del giorno De Gregorio. «È incredibile - ha detto la Finocchiaro - che tutto si chiuda quasi con un omaggio all'altruismo di Di Girolamo che, bontà sua, ci concede le sue dimissioni. Il Senato, per difendere il suo ruolo e la sua dignità, non può lasciare che tutto si chiuda senza una sanzione politica del comportamento di questo senatore». La presidente dei senatori Pd, comunque, ha lasciato aperto uno spiraglio rispetto alla possibilità di un documento bipartisan: «Se ci fosse la volontà della maggioranza di arrivare alla revoca dell'odg De Gregorio noi saremmo disponibili».

Udc Pd e Idv non hanno votato il calendario fissato a maggioranza, perché, ha accusato il vice presidente dei senatori dipietristi Fabio Giambrone «c'è stata l'ennesima prova muscolare del presidente del Senato». E Schifani, ieri, ha replicato: «Le opposizioni hanno il sacrosanto diritto di critica, ma ci sono tanti precedenti anche molto autorevoli in base ai quali le dimissioni assorbono tutti gli altri dibattiti e vanno poste quindi subito votate». Il presidente del Senato ha rivendicato di aver posto le premesse di un'"accelerazione" nella vicenda quando ha scritto al presidente della giunta delle elezioni e immunità del Senato, Marco Follini «sollecitandolo a riattivare il dibattito sulla decadenza» del senatore Di Girolamo. Decadenza bloccata proprio da quelle venti firme all'ordine del giorno di De Gregorio e che, come ha ricordato Follini, arriva in Senato «tredici mesi dopo aver smentito la giunta che aveva proposto la sua decadenza. Questi sono i fatti e queste le date. Che sia il presidente Schifani a vantarsi ora di accelerare le cose sarebbe una buona storiella per il festival dell'umorismo di Bordighera. Se non fosse un argomento serio». Intanto nascono già nuove polemiche su chi succederà a Di Girolamo: il primo dei non eletti nella stessa circoscrizione è Raffaele Fantetti, un personaggio dal curriculum immacolato - funzionario ministeriale, matrimonio a Westminster e sei lingue parlate - ma, sembra, sia residente anch'egli a Roma.  

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