Cronache di liberal

Banche & potere: parte il valzer delle grandi poltrone

di Giancarlo Galli [03 marzo 2010]

Che strano modo quello delle "nostre carissime banche"! L'economia reale, soprattutto la spina dorsale delle piccole e medie imprese è in grave difficoltà, poiché viene loro lesinato il credito; e che fanno i nostri banchieri? Litigano, sgomitano, per il "valzer delle poltrone", nel senso che nessuno, proprio nessuno, vuole rinunciare alle varie poltronissime. Incuranti dell'anagrafe, e dell'urgenza, financo fisiologica, di un salutare ricambio generazionale. Proviamo a comporre lo scenario, con i suoi protagonisti. Un posto d'onore lo merita certamente Antoine Bernheim, parigino per nascita (1924). Nella sua stagione d'oro, in virtù dei lombi (una ricca famiglia ebraica) e delle amicizie, divenne partner della mitica Lazard, secolare crocevia della finanza internazionale. "Incomprensioni giudiziarie lo inducono a lasciare la Francia, e sbarca in Italia, immediatamente trovando una sponda amica nella Mediobanca di Enrico Cuccia, non immemore del sostegno francese quando, raggiunti i 70 anni, i politici romani volevano pensionarlo.

Siamo nel 1995. Cuccia, pur quasi ottuagenario, è sempre potentissimo. «Non si muove foglie che don Enrico non voglia», si sente ripetere sia fra le ovattate boiseries della finanza che nei Palazzi romani squassati dal terremoto che ha investito la Prima Repubblica. Mediobanca è per definizione il "salotto buono", il punto d'incontro dei potentati economici: Agnelli, De Benedetti, Pirelli. Fra le partecipazioni spiccano le Assicurazioni Generali, sorte nell'Ottocento in una Trieste ancora austro-ungarica. Un colosso assicurativo ben gestito, autentica gallina dalle uova d'oro. Ai vertici europei. E Cuccia impone Bernheim alla presidenza. Nessuno stupore: Antoine è da due decenni membro del Consiglio d'amministrazione, in virtù di complicati intrecci, movimenti di capitali transfrontalieri. Un uomo di fiducia, ha da pensare don Enrico... Invece i due primattori hanno uno scazzo tremendo.

Cuccia scaccia Bernheim. Ma il Grande Vecchio muore e nel 2002 Bernheim riconquista la presidenza delle Generali. Inutile la reazione del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio., che almeno nell'occasione aveva visto giusto: il formarsi di un centro di potere sottratto alla vigilanza della politica e della stessa banca d'Italia. Fu tacitato Fazio: Bernheim, con la sua età, avrebbe ballato una sola stagione... Senonché, si finse di non vedere: "dietro" Bernheim, quali influenti sponsor, vi erano fra gli altri il rampante finanziere francese Vincent Bollorè e Tarak Ben Ammar, affarista tunisino, intimo di Silvio Berlusconi. Non solo. Scomparso Cuccia e presto anche il suo delfino Vincenzo Maranghi, Mediobanca abdicava in buona misura al ruolo di arbitro super partes, per divenire, appunto, un "gran salotto"ormai aperto anche a quegli ambienti che nell'Era Cuccia erano tenuti alla larga. A "ballare una sola stagione", ovviamente, Antoine Bernheim mai ci aveva pensato. Infatti: rieccolo! Più gagliardo che mai. In Borsa le quotazioni delle Generali fanno tutto fuorché faville, ma Lui, con capolavori d'astuzia, ha rilanciato: perché non rinnovargli il mandato in scadenza a primavera? Un grande Finanziere, non ha età... C'è tuttavia chi preme, per il ricambio. A favore di Cesare Geronzi, attuale presidente di Mediobanca. Nato il 15 febbraio 1935 a Marino (Roma). Un lunghissimo curriculum, degno di un romanzo alla Dumas, che alla fine lo conduce dal Cupolone alla Madonnina.

Chi rema a suo favore? Per opinione diffusa, proprio i francesi un tempo suoi grandi elettori, ora alleati di Berlusconi, che con uno scacco matto in due mosse, realizzerebbero un autentico ribaltone nei piani alti della Finanza nazionale. Arrivato a Trieste, Geronzi (che naturalmente smentisce le illazioni) favorirebbe un matrimonio fra le Generali ed il colosso assicurativo francese Axa, nonché il passaggio di Telecom alla spagnola Telefonica. In Mediobanca s'installerebbe allora Marco Tronchetti Provera, erede non troppo brillante della Dinastia Pirelli e protagonista della telenovela Telecom, che a 62 anni suonati è sempre considerato un "giovane promettente". Sodale fra l'altro con i Moratti: l'Inter nel calcio, Donna Letizia dal 2006 sindaco di Milano, sposata con Gianmarco, il petroliere che controlla la Saras, fra i maggiori raffinatori europei. Altre partite sono in atto nella giungla degli gnomi di Economia & Finanza. Fra le più significative, il rinnovo delle cariche nel Gruppo Intesa, dove in virtù del "sistema duale" (Consiglio di sorveglianza e Consiglio d'amministrazione) troviamo il bresciano Giovanni "Nanni" Bazoli (1932) e il torinese Enrico Salza (1935). Bazoli è per definizione inamovibile ed insostituibile, forte com'è del sostegno delle Fondazioni Bancarie, reso ancora più robusto dal legame con Giuseppe Guazzetti (comasco, 1934, ex presidente della regione Lombardia, ex senatore), ora dominus delle sesse Fondazioni, specie dopo aver fatto pace sia con la lega di Umberto Bossi che con l'arcigno ministro Giulio Tremonti.

E siamo a Giulio Tremonti. Sino a qualche anno fa, pareva determinato a promuovere un salutare rinnovamento ai vertici bancari. Ha finito invece col rimettere nel fodero la spada. Anche lui timoroso di scuotere gli equilibri cristallizzatisi? Non casualmente, l'Italia è l'unico Paese in cui il grande crac, la recessione, non hanno avuto ripercussioni sull'establishment bancariofinanziario. Tutti al loro posto! Poi si aggiunge (sarà vero?) che stiamo meglio di altri. Sebbene gli ultimissimi dati Istat (disoccupazione schizzata all'8,6 per cento della forza-lavoro, deficit pubblico al 5,3 per cento del Pil, diminuzione delle entrate e aumento della spesa statale), facciano tremare le vene dei polsi.

A "vigilare", si assicura, c'è la Banca d'Italia, col governatore Mario Draghi, ma attorno alla sua delicata poltrona sono in corso manovre a largo raggio. Ufficialmente la volontà di candidarlo al vertice della Banca centrale europea, dove il francese Jean-Claude Trichet è prossimo (2011) alla scadenza del mandato. Ma non sarà un tentativo (dall'esito peraltro incertissimo) di un promoveatur ut amoveatur? Ne riparleremo.    

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