Cronache di liberal

Ritorno a Tiananmen

di Vincenzo Faccioli Pintozzi [10 marzo 2010]

Yang Jianli spaventa ancora la Cina. Nonostante sia ormai da cinque anni in esilio volontario negli Stati Uniti, con la sua "Initiatives for China" continua a sostenere il movimento democratico del dragone asiatico. Per la sua partecipazione alle proteste di piazza Tiananmen, nel giugno del 1989, ha scontato diversi anni in galera. E alcuni dicono che sia lui l'uomo che teneva in mano un sacchetto di plastica, mentre in piedi davanti ai carri armati comunisti diveniva un'icona vivente. Per ovvi motivi, se gli si chiede una conferma sorride ma non risponde. Con liberal, nell'ambito del Summit di Ginevra per i diritti umani e la democrazia, discute dello sviluppo democratico del Paese e del movimento democratico, di Liu Xiaobo e della dittatura comunista.

Dottor Yang, cosa pensa della situazione dei diritti umani in Cina? I cinque anni che ho passato in una prigione cinese mi hanno fornito l'analogia perfetta per descrivere la situazione dei diritti umani in Cina. Durante la dittatura del Partito comunista, il Paese si è sostanzialmente diviso in due parti diverse. La separazione definitiva fra le due parti si è verificata il 4 giugno del 1989, quando i carri armati in assetto da guerra sono entrati nella grande piazza Tiananmen per uccidere migliaia di miei compatrioti. Questa società - che potremmo chiamare "delle due Cine" - non è molto differente dalla società che ho avuto modo di conoscere in galera: una società fatta di tiranni e schiavi. In prigione ci sono dei tiranni che decidono le regole, amministrano in maniera arbitraria la giustizia e controllano cosa gli schiavi possono mangiare, leggere e fare. La società cinese contemporanea riflette la stessa divisione di quella che esiste in galera. Sono state scritte moltissime cose sulla mancanza di diritti umani in Cina, ma la maggior parte di questi rapporti presentano la stessa pecca di fondo: presentano la mancanza di diritti umani come un semplice collegamento fra lo sviluppo politico e lo sviluppo economico del Paese. Ma questa è un'illusione, tra l'altro fatale. La mancanza di diritti umani in Cina è invece la condizione fondamentale per la struttura del potere statale. Esattamente come succede per i detenuti chiusi in una galera e le guardie che sono chiamate a dominarle. Dopo i fatti di Tiananmen, però, ai padroni comunisti è venuta a mancare ogni pretesa di ideologia. La decisione di schiacciare la folla sotto i carri armati è stata collegata in maniera imprescindibile allo sviluppo economico, da raggiungere ad ogni costo. L'elite politica, di conseguenza, è stata quasi costretta a stringere un patto d'acciaio con i plutocrati dell'economia: insieme sono divenuti l'elite dominante, composta da tiranni, del Paese. Se preferite, questo connubio potrebbe essere chiamato "China corporation". Queste stesse persone hanno plasmato la Cina che conosciamo, una società che Vaclav Havel ha chiamato "la spegevole base del potere". L'elite che domina il Paese ha usato l'enorme benessere economico e il potere di cui dispone per compromettere e di fatto neutralizzare la classe intellettuale cinese. D'altra parte, la "China co." ha impressionato un gran numero di osservatori con l'enorme accumulo di ricchezza economica e l'incredibile crescita annuale del Prodotto interno lordo. Questi osservatori iniziano a credere che la dittatura del Partito unico sia un fattore positivo per la crescita economica. E questa considerazione è ovviamente aiutata dal fatto che il governo controlli in maniera assoluta tutti i canali di comunicazione, in modo da controllare e dominare l'opinione pubblica. Oltre 300mila "cyber-poliziotti" sono impegnati ogni giorno nel controllare e tenere sotto osservazione il flusso di informazioni che passano attraverso internet. La recente polemica che ha contrapposto il governo di Pechino e Google ha dimostrato senza ombra di dubbio che lo spionaggio governativo sia oramai una pratica comune nel Paese, un fattore quotidiano per chiunque viva all'interno - ma spesso anche all'esterno - della Cina. In poche parole, la "China co." aumenta il volume della propria voce e mette a tacere tutte le altre: in questo modo, gli osservatori esterni iniziano a pensare che sia questa la voce che rappresenta il Paese intero. Ma esiste un'altra Cina. Una Cina che, sempre di più, si separa economicamente e socialmente dalla "China co.". I dati ufficiali mostrano che lo 0,4 per cento della popolazione possiede il 70 per cento della ricchezza nazionale. Un miliardo di cittadini cinesi ha ottenuto molto poco dalla crescita economica che ha beneficiato il Paese. Il salario medio della popolazione è soltanto il 15 per cento della media mondiale: a livello globale, il valore della paga media si trova al 159esimo posto. Ovvero, dietro 32 Paesi africani. Dall'altro lato dello spettro si trova invece il Tasso medio di miseria della popolazione: in questa classifica, la Cina si posiziona al secondo o al terzo posto da molti anni a questa parte. Questi dati non si basano su qualche anonimo documento, ma sulle enormi privazioni e sulle numerosissime ruberie che avvengono in ogni angolo del Paese. La "China co."si è rifiutata di creare una qualunque forma di sicurezza sociale di base; eppure, i suoi membri godono di ogni forma di privilegio, fino alla morte. Mentre un miliardo di compatrioti non ha protezioni politiche o metodi per esprimere le proprie lamentele. Il sistema giuridico cinese, infatti, risponde soltanto al Partito comunista, e i diritti di proprietà praticamente non esistono. A pochi mesi dalle Olimpiadi, circa 300mila abitanti di Pechino sono stati cacciati dalle loro case - senza alcuna forma di risarcimento - per "progetti di abbellimento". La libertà di espressione e le idee sono state represse in maniera sistematica. Quando Liu Xiaobo ha pubblicato Charta '08, un documento ragionevole da ogni punto di vista che chiede riforme politiche nel Paese, il governo lo ha ricompensato con undici anni di galera. Le due Cine, dunque, diventano sempre più definite: da una parte i tiranni; dall'altra gli schiavi.

Parlando di Liu Xiaobo, cosa pensa di lui? Prima di tutto, vorrei dire che Liu Xiaobo è uno degli intellettuali più rispettati di tutta la Cina. È un uomo dedito alla ragione, una voce che chiede un miglioramento nella condizione dei suo concittadini. Il documento di cui è co-autore, Charta '08, riflette la sua visione e il suo desiderio per un miglior governo della Cina. Invece di ringraziare Liu per il suo tentativo di migliorare la società, il governo comunista lo ha condannato a undici anni di galera. Tristemente, questa situazione illustra perfettamente la situazione della doppia Cina che ho descritto prima, quella degli schiavi e dei tiranni. Liu Xiaobo è un uomo saggio. Un uomo coraggioso. Una figura che per la Cina rappresenta quello che Nelson Mandela è stato per il Sudafrica, o persino quello che Thomas Jefferson è stato per gli Stati Uniti. Charta '08 ha dato al popolo cinese una voce, un linguaggio e una base su cui poggiare una transizione pacifica verso la democrazia. Questo documento è il magnete che galvanizza e attira a sé il desiderio collettivo della cittadinanza. E questo è il motivo per cui il governo ha reagito con tanta forza contro la Charta e contro Liu Xiaobo. In qualche modo, dentro di me, sento che prima o poi a Liu sarà dato il Premio Nobel per la Pace. Cosa può fare la comunità internazionale per aiutare la Cina? Una transizione pacifica verso la democrazia è un compito che deve essere lasciato nelle mani del popolo cinese. E, giorno dopo giorno, noi cerchiamo di assumerci questa responsabilità. Per ogni gigante del calibro di Liu Xiaobo ci sono milioni di cittadini ordinari che danno il loro contributo, per quanto piccolo, verso la fine della tirannia. Secondo Human Rights Watch e altre Organizzazioni di cui ci si può fidare, ogni anno si verificano in Cina oltre 100mila manifestazioni antigovernative. Ma ogni aiuto è molto utile: alcune compagini hanno aiutato gli Stati Uniti durante la loro lotta per l'indipendenza. E gli Stati Uniti hanno aiutato l'Europa a liberarsi dalla morsa del nazional-socialismo. Arriverà un momento, prima o poi, in cui la società delle due Cine e degli schiavi e dei tiranni arriverà a un punto di rottura. Una rottura si era già verificata nel 1989, con il movimento democratico di piazza Tiananmen; in quella occasione, la comunità internazionale non fece però sentire la propria voce a sostegno di quella manifestazione democratica. E questo diede ai "falchi" del Partito l'incoraggiamento ad usare una forza senza precedenti per distruggerla. È stato quel silenzio a dare alla tirannia comunista una nuova linfa vitale. Quando arriverà la prossima crisi, ci aspettiamo che il mondo eserciti quella pressione morale e politica sui tiranni cinesi, per far capire loro che il loro tempo è finito. Che devono iniziare ad ascoltare il popolo e aprire le porte del governo alla democrazia.

Il Summit di Ginevra è un'opportunità per migliorare il lavoro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite? Assolutamente sì. Questa Conferenza è il forum più importante per noi, per quelli che si trovano in prima fila nella lotta per i diritti umani e la democrazia. Rappresenta un modo per sottolineare le questioni importanti e creare l'impeto politico per le Nazioni Unite, che devono riprendere ad essere più attive e intraprendere delle azioni a favore dei diritti degli uomini in tutto il mondo. Ad esempio, nel corso di questo Summit ci stiamo muovendo con forza per chiedere una vera libertà in internet. Fra le nostre speranze c'è quella di indurre l'Onu a fare qualcosa di fattivo a favore di questo importantissimo strumento di libertà. In pratica, vorremmo che internet sia incluso nei criteri usati per valutare la situazione dei diritti umani negli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite.

Come può la democrazia sbocciare in Cina? La cosa più importante per ottenere questo scopo è la realizzazione di quello che, in cinese, chiamiamo "Gong Min Li Lian", che vuol dire "il potere del popolo". Anche se i tiranni comunisti hanno eliminato sistematicamente ogni diritto umano e politico per la propria popolazione, i cittadini iniziano a capire quale sia il loro potere. Grazie a Charta '08 e alle organizzazioni che iniziano a organizzarsi sulla Rete, gli abitanti della Cina hanno oggi gli strumenti per abbattere la tirannia. Un governo, qualunque esso sia, non può continuare per sempre a tenere contro la testa della propria gente una pistola carica. Grazie al "potere del popolo", iniziamo a capire che per quanto benessere e potenza militare abbia Pechino, non può lottare contro un miliardo di persone. La mano che tiene la pistola si ritirerà e abbasserà l'arma. Il "potere del popolo", alla fine, avrà la meglio.

Quali sono i suoi ricordi di piazza Tiananmen? Per me e per molti dei miei concittadini, Tiananmen rappresenta il giorno della vergogna. Il giorno in cui il governo cinese ha deciso di perdere la propria credibilità agli occhi del suo popolo. Io sono nato tre anni prima dell'inizio della Rivoluzione culturale, che è durata un decennio. Molto giovane, le indicibili sofferenze subite dalle famiglie - compresa la mia - per mano del governo comunista mi hanno reso disincantato nei riguardi del Partito. Eppure, mi sono convinto che fosse giusto unirmi a loro: ero convinto che il sistema di potere cinese si sarebbe potuto riformare soltanto dall'interno. Questo convincimento è cambiato totalmente quando sono tornato dal mio dottorato in matematica, ottenuto a Berkeley. Sono tornato per testimoniare di prima mano il massacro di migliaia di miei coetanei per mano di soldati e mezzi corazzati agli ordini del Partito, la mattina del 4 giugno del 1989. Dopo i fatti di Tiananmen sono scappato negli Stati Uniti, dove ho finito i miei studi di matematica. Ma avevo già deciso che il corso della mia vita sarebbe stato un altro. Mi sono impegnato nello studio della politica e, in particolare, della democrazia. Ho abbandonato una carriera da matematico per prendere una laurea in Economia politica presso l'università di Harvard. Mi sono immerso nella progettazione di un piano per far avanzare la democrazia, giorno dopo giorno, in Cina. Non ho il tempo per spiegare il motivo, ma nel 2002 ho deciso di tornare a casa per aiutare il movimento sindacale con metodi non violenti. Sono stato arrestato e condannato a cinque anni di galera: la maggior parte del tempo, in isolamento. Mi sono salvato componendo in mente dei poemi, e continuando a ripeterli a memoria. In questo modo ho mantenuto intatta la mia sanità mentale.Grazie alla tenacia di mia moglie, Christina Fu, e all'incredibile aiuto di Jared Genser - che ha patrocinato il mio caso negli Stati Uniti - il mio trattamento in prigione è migliorato gradualmente. Dal mio ritorno in America, ho dedicato ogni minuto di veglia a cercare di aiutare i miei concittadini, insegnando loro la democrazia. Molto di questo lavoro è stato fatto grazie al nostro movimento," Initiatives for China". Ma io non riposerò mai più serenamente fino a che non potrò tornare a camminare in piazza Tiananmen, sotto un cielo blu che circonda una Cina libera e democratica.

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