Primo marzo degli immigrati
di Francesco D'Onofrio
[02 marzo 2010]
Ieri, in molte città italiane si sono svolte
manifestazioni di immigrati all'insegna di un unico slogan:
«Una giornata senza di noi». Si è trattato di un
insieme di manifestazioni che si era già svolto in Francia,
e che ora approda in Italia e - sembra - in Grecia e in Spagna. Si
è in presenza di una iniziativa culturale di grande rilievo,
perché si può ritenere che questo movimento del
"1° marzo" finirà con l'assumere un grande significato,
così come è avvenuto in passato per il 1° maggio
in riferimento al lavoro, e per l'8 marzo in riferimento alle
donne. Le manifestazioni del "1° marzo" costituiscono infatti
una sorta di embrionale questione tendenzialmente occidentale di
questa nuovissima immigrazione, che sempre più si
differenzia dalle precedenti ondate. Siamo in presenza di un
insieme di manifestazioni che tendono con orgoglio e forse con
rabbia a dimostrare che ormai la presenza di molti immigrati -
regolari o meno - costituisce un aspetto essenziale della vita
quotidiana familiare e imprenditoriale di molti di noi: basti
pensare alle centinaia di migliaia di immigrate che svolgono il
lavoro di domestiche o di assistenti nelle nostre famiglie. Ma
basti anche pensare ai tantissimi immigrati che concorrono alla
raccolta di tanti prodotti ortofrutticoli nei nostri campi; basti
pensare ai tanti giovanissimi che studiano nelle nostre scuole e
ormai anche nelle nostre università; basti pensare, infine,
a quanti svolgono attività micro-imprenditoriali soprattutto
nel commercio e nell'artigianato. Queste manifestazioni
del 1° marzo tendono dunque soprattutto a esprimere un giudizio
duramente negativo nei confronti di quanti hanno finito con il
sostenere che si tratta prevalentemente di un problema di
criminalità, connesso proprio alla presenza degli
immigrati.Occorre pertanto una prima seria riflessione culturale:
porre sullo stesso piatto della bilancia i lavori socialmente utili
ed economicamente produttivi e la commissione di reati. Saper
mettere insieme il positivo e il negativo della immigrazione
significa pertanto saper intraprendere una strategia complessiva di
politica dell'immigrazione, che sappia cogliere gli elementi
comuni: chi opera in tal senso finisce con il dover ammettere che
si è in presenza di persone e non emblematicamente di
immigrati. Questo sentimento deve pertanto essere posto a base del
giudizio che una qualunque politica dell'immigrazione deve avere,
se vuole essere cristianamente ispirata nei fatti e non solo a
parole. Il giudizio complessivo di convenienza o di inconvenienza
della immigrazione deve pertanto tener conto dell'insieme delle
valutazioni che la politica deve compiere allorché pone mano
ad una specifica disciplina legislativa concernente l'immigrazione
medesima. Ma le manifestazioni del 1° marzo devono indurre a
considerare l'intero fenomeno, non più soltanto in termini
di convenienza: siamo infatti in presenza di una complessiva ondata
di immigrazione non più intra-europea, ma parte - anche se
soltanto embrionale - di quel più vasto e straordinario
fenomeno che abbiamo iniziato a chiamare globalizzazione. Di questo
fenomeno occorre considerare fino in fondo la sfida che esso pone
per il significato stesso della parola eguaglianza: i nuovi
immigrati, infatti, provengono ormai prevalentemente da Continenti
lontani e da Paesi che burocraticamente chiamiamo extracomunitari.
Africa e Asia da un lato,Paesi extraeuropei di tradizione latina
dall'altro e immigrati di etnia slava provenienti da Paesi non
integrati ancora nell'Unione europea infine, sono ormai luoghi dai
quali provengono in misura crescente, e non soltanto in Italia, le
nuove ondate di immigrazione.
Si tratta di disuguaglianze non più soltanto
contenute all'interno dell'universo cristiano e delle diverse etnie
che avevano popolato l'Europa e gli Stati Uniti nel corso degli
ultimi secoli. Si tratta ormai di disuguaglianze molto più
radicali, che interpellano la nostra coscienza in riferimento alla
tentazione di restare in qualche modo all'interno delle nostre
sicurezze, territoriali o familiari che siano. Questo 1° marzo
va dunque considerato per quel che esso significa: occorre che la
politica sappia muoversi tra convenienze antiche e disuguaglianze
nuove.
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