«Il mio XXI secolo»
di Brigitte Adès
[02 marzo 2010]
Lo sviluppo delle nazioni «deve essere condizionato da una
nuova attenzione nei confronti del benessere delle popolazioni. Non
si possono impegnare i fondi di uno Stato soltanto nella
produzione: si devono creare infrastrutture che garantiscano un
futuro a tutti gli strati sociali». Lo sostiene Amartya Sen,
economista indiano e Premio Nobel per l'Economia nel 1998. Secondo
il docente, che oggi insegna presso la Harvard University,
«non è corretto neanche fare una graduatoria di Paesi
"buoni"e Paesi "cattivi". I numeri possono dire qualunque cosa.
Quello che invece è importante è che la
comunità internazionale decida di lavorare insieme, anche se
ognuno con il proprio modello, per garantire la sopravvivenza del
globo e uno sviluppo sostenibile ». Questo perché,
conclude, «non avvenga domani per l'Africa quello che sta
avvenendo oggi in Cina».
Alcuni Paesi in via di sviluppo, che hanno avuto una
crescita record, non hanno saputo tenere conto delle conseguenze
sanitarie e sociali del modello industriale di produttività.
Come si può stabilire un equilibrio migliore? Si
tratta innanzitutto di capire che lo sviluppo non si limita solo
alla semplice crescita economica. Lo sviluppo consiste anche
nell'aumentare il benessere della gente e nell'ingrandire il campo
della loro libertà. È quello che chiamiamo lo
sviluppo umano. E si rischia di passare accanto a questo obiettivo,
e quindi evitarlo, se si rimane con gli occhi fissi sulle sole
cifre del Pil e del reddito nazionale. Il secondo punto che vorrei
sottolineare è che lo sviluppo umano può essere
rapido anche in caso di crescita lenta. Politiche sociali adeguate
- in materia di sanità, di istruzione e di ambiente -
contribuiscono a migliorare considerevolmente la qualità
della vita della popolazione, anche in un contesto di crescita
debole. Questo tipo di misura non è fuori dalla portata dei
Paesi poveri, anzi. La realizzazione dei servizi sociali necessita
di molto personale. Tuttavia questi Paesi dispongono di
un'abbondante mano d'opera e a buon mercato. La Cina, lo Stato
indiano del Kerala, il Costa Rica (per citarne solo alcuni) si sono
dotati di sistemi di insegnamento e di assistenza performativi
molto prima di lanciarsi sul piano economico. Sarebbe sbagliato
pensare che senza la crescita non ci sarebbe sviluppo umano
possibile.
Secondo lei, è possibile conciliare crescita
duratura e sviluppo umano? E quale ruolo dovrebbero avere i governi
dei Paesi in via di sviluppo nella ricerca di questo
equilibrio? Tutto dipende da quello che i governi fanno
della crescita. Alcuni sostengono che non bisogna fare niente e che
basta aspettare. È vero che con la crescita la popolazione
vede aumentare il proprio reddito, il che ha come effetto
automatico di creare nuovi bisogni in termini di sviluppo umano.
Questo effetto è tuttavia limitato per due ragioni: gli
aumenti dei redditi riguardano solo alcune categorie della
popolazione e non ci sono collegamenti diretti fra l'aumento dei
redditi privati e la richiesta di strutture sociali come le scuole
o gli ospedali.
Come si può uscire da questo dilemma? In
due modi: riducendo le disparità di redditi e, soprattutto,
decidendo attraverso politiche volontaristiche di destinare i
frutti della crescita allo sviluppo umano. Occorre che lo Stato
utilizzi le risorse create dalla crescita per costruire ospedali,
migliorare i servizi sanitari, aumentare il bilancio della
sanità, sviluppare scuole, università e trasporti
pubblici (ferrovie e strade). Di solito, in un'economia moderna, la
crescita permette di riempire più velocemente le casse dello
Stato piuttosto che aumentare il reddito nazionale. In India per
esempio, quando il tasso di crescita raggiungeva il 6, 7, 8, o 9
per cento all'anno, le entrate pubbliche aumentavano dell'8, 9, 10
o 11 per cento. Occorrerebbe che queste risorse supplementari
fossero destinate allo sviluppo. Il che permetterebbe, allo stesso
modo, di attenuare le disparità di reddito nella misura in
cui queste si manifestano con disuguaglianze nell'accesso
all'istruzione e alle cure mediche.
Quali sono i Paesi che privilegiano la crescita a
discapito dello sviluppo umano? Non è mia
consuetudine dare punti a favore o contro, tanto più che si
può far dire ai numeri quello che si vuole! Non ho quindi
intenzione di rispondere a questa domanda. Quello che è
certo è che la maggior parte dei Paesi fa fatica ad
assicurare uno sviluppo duraturo attraverso politiche ambientali
adeguate. Come rendere il pianeta più vivibile e più
sicuro pur preservando le libertà e il benessere di ognuno?
Questa è la sfida cui dobbiamo rispondere.
Cosa pensa della Cina? È consigliabile che riveda
il proprio modello di sviluppo? La Cina ormai fa parte del
gruppo dei grandi inquinatori. Le misure che ha realizzato per
proteggere l'ambiente restano insufficienti e occorre che si
dedichi alla questione più seriamente sia a livello locale
che mondiale. Tuttavia, prima di puntare il dito contro Pechino,
bisogna ricordare che i principali inquinatori, quelli che
avvelenano il pianeta da anni, per non dire secoli, sono gli
europei e gli americani. Non è una storia vecchia: ancora
oggi gli Stati Uniti e l'Europa si collocano molto lontano rispetto
agli altri paesi del mondo in termini di emissioni di gas serra.
Certamente la Cina, come il resto del pianeta, deve interrogarsi
sulla sua parte di responsabilità nel riscaldamento globale
e nei disastri ambientali. In un quadro di politica mondiale di
lotta contro il cambiamento climatico, i "vecchi inquinatori"devono
anch'essi riconoscere un concorso di responsabilità e di
costi. Precisamente devono chiedersi se non si sono accaparrati una
parte sproporzionata di quelli che chiamiamo "beni comuni". Quello
che crudelmente manca oggi, è un ampio dibattito pubblico su
ciò che dovrebbero fare gli uni e gli altri: un dibattito
che terrebbe conto di tutti i dati del problema, compresa la lotta
alla povertà e la necessità di dividere fra tutti il
fardello della difesa dell'ambiente. La Cina, l'India e il Brasile
(così come i "vecchi inquinatori") devono pensare al posto
che lasciano ai Paesi che ancora non anno avviato il loro decollo
economico, come la maggior parte dei Paesi africani e un gran
numero di Paesi dell'America latina e dell'Asia. Occorre impedire
che domani l'Africa rimproveri alla Cina, all'India e al Brasile
quello che la Cina, l'India e il Brasile rimproverano oggi
all'Europa e agli Stati Uniti.
È realistico prevedere la realizzazione di un
piano mondiale per combattere il riscaldamento climatico?
Credo di sì, a condizione che noi ci impegniamo con
intelligenza. Se tutti i Paesi a crescita rapida, a iniziare dalla
Cina, continuano a svilupparsi nel loro angolo senza mettersi
d'accordo sulle norme di rifiuti inquinanti, il risultato
sarà catastrofico. Ma non è una fatalità: la
Cina non rifiuta di riflettere sul problema, almeno per principio.
Sostiene di voler porre l'accento su quei campi in cui l'Europa e
gli Stati Uniti non hanno ancora elaborato una politica
soddisfacente. Tuttavia è possibile coinvolgere tutti gli
Stati del mondo in una riflessione aperta e globale. Una
riflessione che integrerà le posizioni di ognuno: gli
interessi e la responsabilità dei vecchi inquinatori (Europa
e Stati Uniti), nuovi inquinatori (Cina, India, Brasile) e dei
futuri inquinatori (la maggior parte dell'Africa). Questa è
la strada che dobbiamo seguire non solo per salvare il mondo da una
imminente catastrofe, ma anche per non condannare i più
poveri a un sottosviluppo eterno.
Come incoraggiare gli Stati a considerare l'impatto
sanitario e sociale di una crescita non regolamentata? Non
occorre che l'incoraggiamento venga dall'esterno, ma che proceda
dal normale funzionamento della democrazia. Abbiamo bisogno di un
dibattito aperto e costruttivo, senza censure né
intimidazioni sulle questioni importanti e non solo sulle questioni
spessi frivole che riempiono i nostri giornali. Questo dibattito
deve essere alimentato da un'informazione di qualità, fatta
di analisi di fondo. Si è detto della democrazia che era "il
governo attraverso la discussione": è questa discussione che
dobbiamo instaurare per sensibilizzare l'opinione alle sfide dello
sviluppo umano. Occorre intavolare un ampio dialogo pubblico sui
rischi ambientali, sulle disparità economiche e sociali, sui
problemi di salute e di istruzione in tutto il mondo. Già i
reportage e gli articoli della stampa internazionale, gli impegni
sui diritti dell'uomo, le proteste contro le disuguaglianze di
opportunità a livello economico superano il quadro delle
frontiere nazionali; ma la loro portata è ancora limitata e
devono essere diffuso e sistematizzati. Noi non possiamo
sicuramente istituire una democrazia globale sotto forma di governo
mondiale (almeno non nell'immediato), ma possiamo incoraggiare un
dibattito internazionale più approfondito su inquietudini e
aspirazioni comuni.
Le riforme a favore dello sviluppo, dell'istruzione,
dell'assistenza sociale, esigono un intervento dello stato. In
quali campi può essere efficace l'iniziativa
privata? Varia da Paese a Paese. Per natura, il settore
privato ha come ruolo quello di generare crescita, di creare posti
di lavoro, di liberare redditi e di controllare il buon
funzionamento dei mercati. Le industrie pubbliche hanno funzionato
correttamente solo in alcune circostanze particolari; quanto
all'agricoltura collettiva, questa non ha mai dato risultati certi.
Ma in alcuni campi, l'iniziativa privata resta insufficiente.
È il caso della sanità e dell'istruzione in cui
può solo completare l'azione dei poteri pubblici. Non
bisogna dimenticare, tuttavia, che questa iniziativa privata non si
limita all'impresa privata a fini di lucro. Un grande numero di
istituzioni cooperative e di Organizzazioni non governative (come
la Grameen Bank e la Brac fondata in Bangladesh) offrono una terza
via fra i meccanismi del mercato orientati verso il profitto e
l'economia diretta. Tutti, prima o poi, si faranno la domanda:
«Cosa posso fare per migliorare la situazione
sociale?». La risposta non consiste sempre nel creare
un'impresa privata. Essa sta probabilmente anche nello sviluppo del
settore cooperativo. Bisogna avere lo spirito aperto e capire che
esistono mille modi di cambiare il mondo sfortunato in cui viviamo.
Nella sua opera principale Un nuovo modello economico: sviluppo,
giustizia, libertà descrive i benefici indotti del
capitalismo e sottolinea che al di là dell'interesse
individuale, la ricerca del profitto può beneficiare
all'insieme dell'economia.
Lei pensa che la globalizzazione così come la
divisione internazionale del lavoro che conduce alcuni paesi a
diventare veri e propri "laboratori del mondo"possa rimettere in
causa questi schemi? Non lo so. Non si può dividere
il mondo in maniera rigida fra coloro che producono e coloro che
consumano. Ogni Paese deve poter partecipare allo sviluppo
mondiale. Ed è migliorando l'accesso all'istruzione, alla
sanità e alla sicurezza sociale che si potrà influire
sulla natura della produzione economica e provocare le evoluzioni
sociali necessarie. Vedere dei Paesi diventare i laboratori del
mondo mentre altri rimangono indietro, per me è uno scenario
da incubo, per quanto sia realizzabile e per fortuna non è
questo il caso. Dobbiamo lavorare insieme, forse in modi diversi,
ma insieme.
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