Caravaggio senza Gossip
di Marco Vallora [20 febbraio 2010]
Una volta tanto fare delle illazioni o immaginarsi una mostra, scrivendone prima d'averla vista (un "vizio" invalso ormai nella stampa soprattutto italiana, assueffatta a questa follia irrazionale di "arrivare prima degli altri", di "bruciare la concorrenza"- figurarsi poi, a proposito di una critica d'arte! - pur senza aver visto nulla, che è per una mostra che vuole appunto mostrare un contrasto bruciante e stolto), l'ambizione di una pre-view mentale (una volta soltanto, sia chiaro) può avere un senso curioso, una sua logica strana. Intanto i Caravaggio che andremo a vedere a Roma, alla Scuderia del Quirinale, a partire da oggi, li conosciamo e li conoscono tutti: li abbiamo frequentati, in questi anni, fin troppo, sino alla nausea (anche se sazietà non ci può essere, con un simile artista) ma comunque rivoltolati e risaltati in qualsiasi salsa di mostre e di mostriciattole, talvolta anche incongrue, o ingiustificate, per poter motivare il disinvolto "trasloco"di simili sacri capolavori, che dovrebbero riposare tranquilli o meglio agire sovversivi nei luoghi stessi per cui sono stati creati o dove sono stati allocati, dalla tradizione. (Dunque, non è soltanto una questione di sicurezza e di ragionevole buona salute delle opere, che nel caso di Caravaggio stanno, per lo più, piuttosto bene e ben solide, ma anche di coerenza simbolica, di rispetto dei luoghi, ove giacciono da sempre).
Se pensiamo che recentemente un'opera, comunque autorevole, come il Narciso della Barberini (anche se poi in diretta, dai ponteggi di Correggio a Parma, Sgarbi l'ha "declassata" a opera del meno noto Spadarino) s'è preso alla malandrina la sua oretta d'aria, con la complicità imperdonabile dei suoi tutori preposti, per andarsene a prendere il tè a Porta a Porta, dove si parlottava di lifting o di narcisismo dei nostri politici reggenti (in presenza del ministro e del sovrintendente stesso, che dovrebbero tutelare il destino di questi capolavori, prelevati di forza da un museo, ove il pubblico serio li va a cercare e non in trasferta mediatica per un talk show a Viale Mazzini); e se si pensa che in una mostra ben più seria, di comunque discutibile risultato, come il match agonistico tra Bacon e Caravaggio, alla Galleria Borghese di Roma, per dimostrare un confronto analogico, difficile poi da comprovare, è stato trapiantato un capolavoro non soltanto delicatissimo come la Madonna dei Pellegrini, ma pure un simbolo religioso, che dovrebber starsene nella sua legittima chiesa di Sant'Agostino, ebbene si evince che le occasioni d'aver visti omaggiati o strapazzati i più diversi Caravaggi, non è certo in questi anni mancata. Ma era anche fin troppo illusoria e quasi snob l'ipotesi, da qualcuno avanzata, che per omaggiare il quarto anniversario della sua tormentata morte, sulla battima desolata di Porto Ercole, fosse preferibile lasciarlo generosamente "decantare", calmo, per un anno. Sospendendo ostensioni magniloquenti o sotto-mostre d'indole assessoriale e campanilistiche (visto che Caravaggio si è mosso abbastanza: dalla Lombardia a Roma, da Napoli alla Sicilia a Malta). Onde invece privilegiare studi più affidabili e ricerche meno affrettate, via dai riflettori del goloso e insistente "grosso pubblico".
Ora, infine, provare a immaginare che cosa sarà e che cosa potremmo e vorremmo preten dedere, o attenderci, dalla mostraclou e patriottarda di Roma, simbolicamente ospitata nel cuore scalpitante del Quirinale (le Scuderie, affidate all'architetto De Lucchi) risulta dunque un esercizio non inutile e assai stimolante. Prendiamo per buona e assolutamente condividibile la tesi, già affiorata negli ultimi mesi e sancita da un recente articolo sul Sole 24 ore di Antonio Paulucci, preposto alla commissione giudicatrice dei metodi di concezione di questa rassegna epocale (sarà l'ultima? come si avanza sempre, pessimisti) per il quarto centenario anniversario, la tesi cioè che si vedranno soltanto, concertati insieme, i capolavori certi e documentati del Gran Lombardo. Evitando tutte quelle repliche o malmascherate copie o up to date e sensazionalistiche attribuzioni, se non piratesche certo sorprendenti, che in questi anni hanno costellato le più diverse e controverse rassegne, spesso affidate anche ad autorevoli studiosi del Merisi, alcuni coinvolti pure in quest'impresa del Quirinale. I quali, però, di fronte al fascino facile dell'ultimo scoop, o all'indulgenza spaesante della scoperta sensazionale, che annulla anni di dignitosa carriera, pur di proporre una discutibile agnizione di de pretenrelitto neonato deforme, di cui non si sentiva certo il bisogno, hanno sdoganato in questi anni aborti indegni o tele più che discutibili, che non han fatto altro che intorbidire, non soltanto il discorso critico assestato, e alimentare polemiche anche personalistiche, ma soprattutto indebolire l'autorevolezza dell'artista stesso. Il problema è questo: nel caso di opere dubbie, anche interessanti, è meglio pensare tutelativamente alla qualità complessiva dell'artista, che non andrebbe abbassato con prove inequivocabilmente minori, che siano cavadenti sbilenchi o narcisi mancati, oppure bisogna dar libero spazio e sfogo al responsabile discorso saggistico, per quanto soggettivo e contrastato dalle altrui opinioni, ovviamente da parte di storici attendibili, che han tutti i diritti di cercare, di sperimentare, di proporre, ma magari non subito esporre i risultati delle loro alee? È un problema serio, non così facilmente risolvibile: e di fatto c'è la certezza che questo sia stato un argomento assai dibattutto dal comitato scientifico e mai troppo risolto, anche se poi ha prevalso la tesi, per altro condivisibile, di Claudio Strinati, «il vero curatore della mostra» certifica Paolucci, di cassare le opere dubbie e discusse, e di mostrare soltanto le vere "eccellenze" (come ormai si tende a sproloquiare ovunque, con una formula divenuta insopportabile e tutta culinaria).
Certo una soluzione salomonica e un po' cauta, quella delle Scuderie, anche se dovuta al povero bistrattato Caravaggio, più sperimentale, potrebbe invece ritenere, o l'avrà fatto, a conclave segreto, di sostenere, più romanticamente e futuristicamente, che proprio l'anno centenario sarebbe stato quello fatale e più acconcio e doveroso, per far continuare la ricerca spettacolare, per proporre assaggi nuovi e inusitati tentativi di riesame, per "rileggere", insomma, in modo più moderno e reattivo, un personaggio, che risulta già ormai imbalsamato e stereotipato. Ma che è stato, in questi anni (paradossalemente, dopo secoli di disattesa e d'incredibile invisibilità) fin troppo arato: da ipotesi, supposizioni, congetture, proposte, indagini (anche radiografiche: per cui bastava che una tela presentasse qualche incisione prospettica con il retro del pennello o qualche indecisione e pentimento, per diventare subito, cotto e firmato, un nuovo Caravaggio, riscoperto e gridato al mondo) ma soprattutto non pochi "teoremi" indiziari, che (scimmiottiamo ironicamente il linguaggio sconcio della politica) tiravano Caravaggio per la giacchetta del proprio, personale, credo ideologico. Così improvvisamente, da bettoliere e licenzioso-libertino, puttaniere ma anche omosessuale, un vero lusso da gossip iconologico (tesi "freudiana" non condivisa da tutti, vedi per esempio la posizione in catalogo di Maurizio Calvesi), Caravaggio diventava, nella lettura di Bona Castellotti, per dirna una, un uomo di tutta fede e devozione mistica, quale del resto le sue opere attestano. Da sovversivo anti-clericale, in odore quasi di eresia (come dimostra anche il rifiuto di molte sue opere da parte dei committenti religiosi) si tramutava in baro e truffaldino, anche nel gioco delle repliche, capace di accontentare insieme due padroni difficili e gelosi, come i Cardinali Barberini e del Monte, che abitavano a pochi passi dal suo atelier. A uno mettendo sul piatto (della natura morta) la frutta, all'altro la musica, con liuti e spartiti cantabili, per non scontentare entrambi gli esosi committenti (magari in una sola notte, come vuole la leggenda). Se la vera novità filologica di questi anni è stato il reperimento di un documento (da parte di un outsider, destino della storia dell'arte) in cui si attesta che il Merisi non è nato a Caravaggio, come il collega Polidoro, ma a Milano, e ormai si ha anche la data certa della sua nascita, più precoce, come già aveva avanzato sempre il Calvesi, data assai importante, per ricostruire la sua cronologia; la vera scoperta critica, che ha un po' distrutto, evviva, l'immagine isolata e idealistica del genio rapito e ispirato, che sì, effettivamente non ha avuto allievi (ma poi una pletora alluvionale di imitatori, anche illustrissimi, come i cosiddetti caravaggeschi ed è riconoscimento non da poco dare il proprio nome a una schiera di seguaci illustri, da Valentin a Manfredi, da Renieri a Preti, da Gentileschi a Saraceni, e poi anche, internazionalmente, Honthorst, Ter Brugghen, Finson...), la vera sorpresa è stato verificare (appunto da indagini spettografiche e poi un ulteriore confronto incrociato dei documenti) che il pittore bizzoso e spadaccino, meno riottoso di quanto non si favoleggiasse, si autoreplicava da solo, tranquillamente, i suoi ghiotti prototipi, e si dilettava a variare pur minimi dettagli, pur di accontentare l'esigente committenza (e se avesse avuto allievi di bottega a sua piena disposizione?). Il mito non è crollato, ma certo è stato ripensato, a contatto anche con le diverse fonti. E c'è ancora la certezza, così, che quel misterioso pittore malvissuto di cui parlava cripticamente il Borromeo, fosse proprio il nostro Michelangelo Merisi, non più da Caravaggio? «Nei miei dì conobbi un dipintore in Roma, il quale era di sozzi costumi, et andava sempre co' panni stracciati, e lordi a meraviglia, e si vivea di continuo fra i garzoni delle cucine dei signori di corte. Questo dipintore non fece mai altro, che buono fosse nella sua arte, salvo il rappresentare i tavernieri, et i giocatori, ovvero le cingare che guardano le mani, ovvero i baronci, et i fachini, et gli sgraziati, che si dormivano la notte per le piazze: et era il più contento huomo del mondo, quando avea dipinto un hosteria, et colà entro chi mangiasse e bevesse. Questo procedeva dai suoi costumi, i quali erano somiglianti ai suoi lavori». E se in quell'hosteria plana san Matteo e filtra la luce del mistero divino? Ora, dopo tanto vagare critico, sarà interessante rileggerlo nella sua interezza e nella sua integrità formale, senza disturbi o dilazioni tangenziali, esattamente come quel «pittore eccellentissimo nel colorire et ritrarre dal naturale», così come si scrisse alla sua morte. Ferale notizia, che raggiunge il Papa, che lo avrebbe voluto salvare, e definizione non proprio così lusinghera, tenendo conto che la poetica del realismo non era allora la vincente. Che effetto farà vedere accanto il Cristo alla colonna di Capodimonte con la Deposizione vaticana, l'Omnia vicit amor di Berlino con la strepitosa Conversione di Saul Odescalchi, l'Amorino dormiente della Palatina con il Riposo della fuga in Egitto della Doria Pamphili, luminoso esempio di dolcezza domestica, che molti vollero attribuire al Saraceni? Non solo zingari, dunque, tavernieri o garzoni malaticci. Si partirà probabilmente dalla prodigiosa Fiscella o Canestra dell'Ambrosiana, che non aveva mai lasciato la sua sede, a quanto pare. E rimarrà probabilmente quell'incolmabile "buco" cronologico iniziale, di Caravaggio che abbandona già "imparato"e maturo la bottega lombarda del Pederzano, con gli occhi colmi di Savoldo e Moroni bergamaschi, per raggiungere la Roma dell'altro Michelangelo, cui non guarda nemmeno con eccessiva reverenza. Ma che ha fatto nel frattempo, che cosa ha "prodotto", prima di arrivare a Roma e di lasciare in debito al Borromeo la sua già perfetta Canestra? Dove è stato? Forse in prigione, inattivo? Si sa quale disastri, anche feroci, provocò l'azzardo, quando Zeri si permise di proporre alcune nature morte del cosidetto Maestro di Hartford, come se fosse l'ipotetico Caravaggio-giovane. Notte dei lunghi coltelli, sfide e tenzoni, peggio che caraveggeschi. Forse non si può sperare che da questa mostra, tanto equilibrata quanto assestata, giunga nuova luce. Ma si sa, la speranza (luminosa) è sempre l'ultima a svanire.
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