La ripresa? È disoccupata
di Mario Seminerio
[04 febbraio 2010]
La decisione di Fiat di chiudere entro l'anno l'impianto di
Termini Imerese si scontra con la sostanziale assenza di
alternative occupazionali che il disimpegno della casa torinese
causerebbe al territorio. Sergio Marchionne ha ripetuto più
volte che la chiusura non è negoziabile, vista la struttura
di costo assolutamente non competitiva dell'impianto, causata anche
dalla sua localizzazione. Questa decisione è economicamente
razionale, vista dall'ottica dell'azienda, e ripropone il nodo
strutturale di un settore automobilistico globale piagato
dall'eccesso di capacità produttiva.
La resa dei conti era da tempo nell'aria, ma
paradossalmente è stata posticipata dalla crisi, che ha
spinto i governi a ricorrere ad un altro giro di incentivi
settoriali, oltre ad alcune forme di moral suasion al limite del
protezionismo,come la decisione francese di subordinare alcune
tipologie di aiuti pubblici alla scelta di non delocalizzare. Fiat,
in Italia, si è trovata ad avere impianti da tempo non
competitivi e per interlocutore un governo privo di capacità
di spesa.L'insufficiente infrastrutturazione di molte
località del Mezzogiorno, ed altri più o meno noti
oneri impropri impediscono di mantenere in vita impianti
palesemente antieconomici. Il governo italiano si trova in
difficoltà, perché non in grado di offrire a Fiat
ciò che Fiat chiede, cioè un abbattimento dei costi
di produzione. Al contempo, l'esecutivo è sottoposto a forti
pressioni per il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma
mantenere l'occupazione sussidiandola finisce col distruggere
risorse della collettività, come ampiamente dimostrato dalla
storia della politica industriale del nostro paese. I governi
italiani succedutisi in questi anni avrebbero dovuto negoziare con
l'Unione europea la creazione di "zone franche" fiscali, dove
abbattere significativamente la fiscalità per le iniziative
imprenditoriali, offrendo in cambio se necessario anche parte dei
fondi europei per lo sviluppo. In questo modo, ed in aggiunta al
presidio di legalità del territorio, ad una giustizia civile
e penale non proibitivamente penalizzanti per la tutela dei diritti
di proprietà, si sarebbero poste le basi per un modello di
sviluppo delle zone depresse del Mezzogiorno non dipendente dalla
presenza della grande impresa. Purtroppo così non è
stato.
Ma il caso Termini Imerese rischia di essere solo la
punta di un iceberg fatto di diffuse situazioni di sofferenza nel
mercato italiano del lavoro. Come purtroppo da più parti
previsto, la ripresa sta avvenendo in sostanziale assenza di
creazione di occupazione. Vi è inoltre motivo di ritenere
che nel nostro paese l'erogazione della cassa integrazione stia
sempre più coprendo situazioni di crisi aziendali non
reversibili. Per questo motivo risulta difficile comprendere il
mantra governativo sull'Italia "con il minor tasso di
disoccupazione d'Europa". Chi sostiene ciò, si ostina a non
guardare al fenomeno della cassa integrazione come prodromo della
disoccupazione, soprattutto nella fase attuale. Si confrontano
grandezze non confrontabili su scala internazionale, si omette di
osservare che l'Italia ha uno dei più bassi tassi di
partecipazione alla forza-lavoro (o tasso di attività, come
lo definisce l'Istat), e che tale tasso è in un trend
decrescente, e ciò finisce col tenere artificiosamente basso
il tradizionale tasso di disoccupazione.
Contestare tutti gli studi, siano essi realizzati da
ricercatori della Banca d'Italia che dal Centro Studi di
Confindustria, che tentano di definire un tasso di inoccupazione
più realistico, rappresenta l'ennesimo tentativo di rompere
il termometro per non vedere la temperatura del paziente. Per
quanto tempo il governo continuerà ad erogare fondi per la
cig, anche in situazioni in cui è palese che le aziende
coinvolte non ce la faranno? Ecco perché, per affrontare una
crisi come questa, che non è congiunturale ma è
purtroppo strutturale, servono riforme altrettanto di struttura.
Sul mercato del lavoro, con la creazione di un sussidio di
disoccupazione universalistico, con la creazione del contratto
"unico"a tutele crescenti nel tempo, con la liberalizzazione di
mercati bloccati, come quelli delle professioni e dei servizi.Tutte
misure che andavano prese in parallelo al manifestarsi degli
effetti della crisi, e non annunciate per un fantomatico "dopo".
Oggi, l'impressione è che un risveglio piuttosto ruvido
attenda il nostro paese, e le sue magnificate "non-riforme".
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