Pasolini il filosofo, Heidegger il poeta
di Franco Ricordi
[24 febbraio 2010]
Differenza e Diversità. Questi i due concetti che a
nostro avviso avvicinano e mettono a confronto il pensiero di
Martin Heidegger a quello di Pier Paolo Pasolini. Ma prima di
addentrarci nel significato teoretico di tale parallelo, vorremmo
precisare come esso nasca anche dalla contemporaneità che ha
visto maturare la vicenda esistenziale di entrambi: Pasolini e
Heidegger sono morti ad un anno di distanza, rispettivamente nel
1975 e nel 1976, anche se il filosofo tedesco superava di 30 anni
il poeta friulano.
Tuttavia è fuori dubbio che gli anni Cinquanta e
Sessanta abbiano rappresentato per essi la fase maggiore: e
l'importanza dell'analogia ri- siede anche nell'aver criticato, dai
due paesi europei che avevano perduto la seconda guerra mondiale,
l'anelito quasi cieco allo sviluppo univoco dell'industria e della
tecnologia. È evidente come la ricostruzione del piano
Marshall e il conseguente boom economico degli anni Sessanta
rappresentò per entrambi un oggetto e anche una situazione
di riflessione particolari: Heidegger annunciò la "svolta",
la celebre Kehre della sua filosofia, anche se non si
trattò di un ripudio della più giovanile
Seinsfrage: fu invece il tentativo di precisazione
ulteriore del suo pensiero, che si rafforzò attraverso la
nozione di differenza ontologica, la fondamentale distinzione fra
l'Ente - inteso sia nel senso Supremo (Dio) che intramondano
(l'oggettività della tecnica) - e l'Essere. Se nella prima
parte del suo pensiero Heidegger aveva risollevato il problema che
«tenne col fiato sospeso Platone e Aristotele», la
domanda verso l'Essere (Frage nach dem Sein) pur in una
forte suggestione con la teologia di ogni tempo da Agostino a
Kierkegaard, nella fase più matura si concentrò sul
rapporto fra l'Abbandono all'Essere (Gelassenheit) e la
dispersione nell'utilizzabilità dell'ente, ovvero la
tecnologia. E da tale riflessione nascono gli straordinari spunti
del libro Che cosa significa pensare?, Was heisst
denken?, laddove il verbo heissen si traduce anche
con "chiamare". Tale senso del chiamare ovvero dell'essere chiamati
era stato già tematizzato da Heidegger nella sua prima
grande opera Essere e Tempo, Sein und Zeit, dove
nell'analitica esistenziale l'uomo perviene all'ascolto di una Voce
che proviene da «qualcuno che chiama», qualcuno che sta
«in me ma anche sopra di me». Che co sa afferma questa
Voce che ci sottrae alla dispersione inautentica della
quotidianità? Esattamente, scrive Heidegger, nulla. La Voce
che «chiama all'ascolto» non racconta niente sul piano
mondano, piuttosto ci ri-chiama alla percezione di quel
«nulla», quella «possibilità più
autentica» della nostra esistenza che è rappresentata
dalla consapevolezza della nostra assoluta
«impossibilità»; impossibilità di
realizzarci se non nell'accettazione della morte; la morte come
«scrigno del nulla», da cui proviene evidentemente la
stessa Voce che «dice il Nulla», e in cui la Parola
è intesa come Voce del Silenzio. Il Silenzio che promana da
questa "Voce" è la Parola che "dice" il Nulla. Questa
profonda suggestione accompagna l'intero arco della filosofia
heideggeriana, fino a stemperarsi nel confronto con la poesia che
sarà fondamentale per la sua evoluzione; e che in tal modo
porta avanti il percorso iniziale, rimasto "interrotto"come i
"sentieri nel bosco", nella prima grande suddetta opera che come
noto rimase incompiuta. Ora questa stessa percezione di una Voce
che si può definire "altra", diversa da ogni voce che
ascoltiamo nella quotidianità, viene espressa tematicamente
da Pasolini in una straordinaria descrizione di quel primo
dopoguerra in cui, dopo l'immane conflitto, la gente delle
città e dei paesi era caratterizzata da un "non
parlare".
Nella sua prima e tragicamente autobiografica opera
teatrale, Orgia, i due protagonisti si interrogano su
quello che "dicevano"i loro padri. E descrivendo la vita delle
città e dei paesi del Nord Italia nei tardi anni Quaranta
pervengono ad un anelito per il "non parlare"che supera ogni
possibilità di linguaggio e comunicazione. «La gente
non parlava », scrive Pasolini, laddove in essi cercava di
prendervi posto «la parola non detta». È un
passaggio di alta poesia e, insieme, innovativa teatralità:
Pasolini ricerca e si avvicina a quella stesso Verbo, ovvero Parola
teatrale, che nasce dall'ascolto di "chi non parlava".
Evidentemente questo "non parlare" è un qualcosa che parla
in maniera assai più forte e profonda, al di fuori delle
chiacchiere, degli equivoci e curiosità quotidiane, e che
certo oggi risulta ancor più difficile percepire. Questo
anelito per la "parola non detta", ovvero per una parola che si
afferma "non parlando", quindi attraverso il Silenzio, è la
peculiarità poetica e filosofica che avvicina Pasolini a
Martin Heidegger, anche se probabilmente il nostro poeta non
conosceva il filosofo della Selva Nera. Si potrebbe pensare ad una
diversità della Parola, alla necessità di elevazione
e percezione di una parola dell'Essere, ovvero della parola
"inaudita", che è sostanzialmente preclusa nella vita di
tutti i giorni. Ma proprio questa diversità e questa
inaccessibilità sono tematizzate da Pasolini all'inizio
della tragedia, quando il suo alter-ego e protagonista si presenta
al pubblico qualificandosi essenzialmente come un Diverso. Ecco,
qui sta il nodo. La Diversità per Pasolini non fu mai
vissuta tanto meno presentata come una sorta di apologia
dell'omosessualità; piuttosto è vero il contrario:
essa fu l'apertura per poter intuire e approfondire questa stessa
nuova dimensione: «Cos'è insomma la Diversità/
quando essa stessa non divenga diversa da sé?», si
chiede il suo alter-ego sempre nel prologo di Orgia.
Ecco, la ricerca poetica e filosofica di Pasolini non
abbandona mai questa innata convinzione di una
«diversità diversa da sé stessa». Una
diversità che in tale maniera non rischia mai di divenire
omologazione nella norma, dunque parte della norma essa stessa. E
anche per questo motivo Pasolini fu bollato come un eretico dal
Pci, pur rimanendo egli uomo di forte convinzione a sinistra. E il
suo anelito, anche a livello esistenziale, fu sempre caratterizzato
dalla ricerca di questa Diversità, in particolare
nell'ambito dell'affermazione industriale e mediatica del secondo
dopoguerra: laddove la sua celebre distinzione fra progresso e
sviluppo rappresentò la prima tappa di tale itinerario,
culminante a nostro avviso nella forte demonizzazione dello
strumento televisivo: «La televisione è come la bomba
atomica», affermò duramente Pasolini. Anche qui il
parallelo continua: negli anni Cinquanta Heidegger notava, insieme
a Gunther Anders, primo marito della sua amata Hannah Arendt, come
siamo ormai destinati a vivere in un'epoca «dell'immagine del
mondo», in una pianificazione planetaria che tende
immancabilmente ad una omologante riduzione delle nostre
libertà esistenziali. E qui è la stessa concezione
della libertà che viene a toccare, in maniera inedita e
complessa, il nostro rapporto con la televisione e i media in
genere: Pasolini ci ha messo in guardia nella maniera più
istintiva e pure sospettosa sull'accettazione "democratica" di
ciò che rappresenta la strumentalità televisiva. Ed
è lo stesso problematicismo di Heidegger quando condanna
l'essenza della tecnica sul piano metafisico. Così per
entrambi diviene fondamentale il ritorno e la riflessione sulla
dimensione rurale e contadina verso la quale fortemente anelano
proprio in quegli anni di ricostruzione industriale. Essa non
rappresenta soltanto un fattore ecologico, di salvaguardia della
natura, ma qualcosa di più; la possibilità di
attingere una nuova dimensione che potremmo definire soteriologica:
entrambi ricercavano il senso di una Voce "diversa","altra", una
Voce che potesse porsi in alternativa a questa univoca e
fondamentale tendenza della nostra epoca, e votata evidentemente ad
una diversa via di salvezza: «Ormai solo un Dio ci può
salvare», disse drammaticamente Heidegger nella sua celebre
ultima intervista a Der Spiegel del 1966, pubblicata
postuma. Pasolini non si salvò, ma ci ammonì
duramente con la sua disperata e inquietante ricerca di una
alternativa esistenziale. Potremmo peraltro anche evidenziare gli
errori politici di entrambi, che furono legati per Heidegger ad una
opportunistica e non chiara adesione al nazismo (ripudiata peraltro
dopo un anno), e per Pasolini allo sconsiderato attacco nei
confronti dei potenti democristiani del tempo, tacciati senza
distinzione di fascismo, in un messaggio che ha dato adito a forti
fraintendimenti.
Senza mitizzare quello che è stato definito il
"pasolinismo", vorremmo invece riportare il suo discorso nel cuore
del pensiero poetico e filosofico che lo sottende. Tanto più
sarà giusto ribadire l'importanza e la forza ontologica di
questo parallelo con Heidegger, dell'analogia fra la loro
differenza e diversità, per molti versi ancora non compresa,
che certamente non è applicabile né richiesta da
alcuna dottrina o ideologia. E tuttavia, nel XX secolo, è
stata forse la più grande interpretazione della Parola
poetica, di quella "Altra Voce"che ci richiama nuova nuovamente al
pensiero, in una dimensione che non può sottrarsi al
confronto essenziale con la poesia, come sempre più
tematizzato da Heidegger, e sempre più realizzato da
Pasolini. Il filosofo tedesco si avvicina al poeta italiano, la
filosofia diviene amica della poesia.
E in ultima analisi non possiamo fare a meno di sentire
il rapporto tanto più problematico quanto profondo e
fraterno delle due nazioni in causa, Italia e Germania: un rapporto
difficile, storicamente, tanto più avvolgente e fecondo sul
piano culturale. Un confronto di stima e sospetti, odio e amore, ma
anche di profonda complicità. Una relazione che vorremmo
sintetizzare nello splendido quadro di Friedrich Overbeck,
intitolato appunto Italia e Germania, dove le due
bellissime fanciulle, la bionda e la bruna, si stringono la mano e
appaiono amiche, profondamente amiche.
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