Una Penisola in catene
di Marco Respinti
[25 febbraio 2010]
Da sedici anni The Heritage Foundation produce un
documento di utilità estrema. È l'Index of
Economic Freedom, che annualmente, puntualmente ogni mese di
febbraio, misura la febbre della malattia statalista che deprime lo
spirito d'intrapresa stilando una classifica dove a ciascun Paese
viene assegnato, su basi matematicamente rigorose, il posto che a
esso spetta in ragione della libertà economica di cui gode.
L'edizione 2010 dell'Index, che, ovviamente, come la
dichiarazione dei redditi, riguarda lo stato del mondo nei dodici
mesi precedenti, è significativamente sottotitolata The
Link Between Economic Opportunity and Prosperity: "Il legame
fra opportunità economica e prosperità". Sembrerebbe
cosa semplice, persino scontata, e invece non lo è affatto:
basta infatti scorrere le situazioni registrate in un numero
davvero grande di Paesi per sincerarsene. La Heritage,
diretta a Washington da Edwin J. Feulner jr., è stato
fondata nel 1973 e negli anni è cresciuta in capacità
e in autorevolezza tanto da divenire certamente sì il
maggior think tank conservatore degli Stati Uniti di
America ciò del mondo, ma sicuramente anche un fucina di
analisi e un laboratorio di strategie influente su tutto lo spettro
politico-culturale, ovvero rispettato anche dagli avversari. Lo
racconta per filo e per segno un grande esperto, Lee Edwards, che
del resto lo fa con il piglio dell'insider giacché
è Distinguished Fellow in Conservative
Thought presso il B. Kenneth Simon Center for American
Studies della stessa Heritage, nel bel libro The
Power of Ideas: The Heritage Foundation at 25 Years (Jameson,
Ottawa [Illinois] 1997). Strumento adeguato, accurato e assai
utilizzato per testare l'efficacia delle politiche economiche
mondiali, l'"Indice" della Heritage viene oggi prodotto in
collaborazione con diversi organismi di respiro internazionale,
The Wall Street Journal, l'Institute of Economic
Affairs di Londra, l'Adriatic Institute for Public
Policy di Rijeka, in Croazia, l'Istituto Bruno Leoni
di Torino, la Nadácia F.A. Hayeka
di Bratislava, l'Institute for Maket Economics di Sofia e
il Lithuanian Free Market Institute di Vilnius.
Tecnicamente, l'"Indice" è il frutto delle ricerche
condotte da un pool di specialisti, tutti esperti di razza della
Heritage, alla regia del quale siedono Terry Miller e Kim R.
Holmes, e che si avvale della perizia professionale di Anthony B.
Kim, Daniella Markheim, James M. Roberts e Caroline Walsh.
L'"Indice"in tutti i suoi segreti e in tutte le sue rivelazioni me
lo spiega proprio Terry Miller, direttore dal 2007 del Center
for International Trade and Economics della Heritage
e prima, nel 2006, ambasciatore statunitense all'Economic and
Social Council delle Nazioni Unite. Prima ancora era stato
vice-as- sistente alla Segreteria di Stato per le materie
economiche e gli scenari globali, e precedentemente un diplomatico
impegnato in Nuova Zelanda, Barbados, Francia e pure Italia. Ama il
nostro Paese, infatti - com'è possibile fare altrimenti? - e
ricorda con piacere gli anni trascorsi al Consolato Generale degli
Stati Uniti a Milano. «Vada come vada, voi italiani riuscite
sempre a trovare il modo », dice, «per rendere le cose
piacevoli, ma pure di più: per cavarvela». Noi di noi
stessi diremmo che ce la facciamo sempre a sfangarla, e in questo
ha ragione l'ambasciatore Miller, che certo non mi (né ci)
sta cullando con un po'di luogocomunismo. «Fa parte della
caratteristica innata di voi italiani: benché le cose
possano strutturalmente andare male, riuscite comunque a trovare un
modo. E questa è una gran risorsa....». Sì,
è quella che ci tiene comunque e sempre a galla, e che,
senza dover per forza ipotizzare delle gesta Dei per
italicos, ci ricorda che forse forse l'Onnipotente ha deciso
di scrivere diritto pure sulle righe storte dei nostri apparati
pubblici, soprattutto quelli economici.
Ambasciatore, da tre anni lei lavora all'Index of
Economic Freedom. In che modo stilate la classifica delle
libertà economiche del mondo? Valutiamo ogni Paese
in base a dieci criteri relativi ad altrettante aree di elevato
livello indicativo e quindi facciamo la media matematica.
Esaminiamo cioè la zavorra posta dalle regolamentazioni
statali sull'economia di ciascun Paese, il fardello costituto dalle
richieste di sostenibilità ambientale, il gravame del fisco,
lo stato della libertà commerciale import ed
export, le politiche d'investimento, il livello della
corruzione e le condizioni del rule of law, quella
"certezza del diritto" che è la base, imprescindibile di
ogni autentico "liberismo" economico. La sommatoria di tutto
ciò ci dice quanto un Paese sia o non sia libero.
E qual è la tendenza generale che emerge
dallo studio da voi effettuato sui dati del 2009?
Piuttosto semplice a dirsi. Abbiamo analizzato e censito 179 Paesi:
Afghanistan, Iraq, Liechtenstein e Sudan vengono descritti ma non
classificati poiché "non pervenuti"... Tutti ricadono in una
di queste due categorie: o sono avanzati sul piano delle
libertà economiche oppure sono retrocessi. Pare una
ovvietà, ma non la è. Perché l'analisi rivela
che non esistono Paesi stagnanti. Fermi, insomma, non si può
stare. Chi non avanza, invece di arrestarsi arretra.
Di fatto è come se l'"In Index"
calcolasse quanto i governi pesano sulle imprenditorie, sulle
libertà individuali, sulle società...
Esatto. L'edizione 2010 utilizza dati raccolti in un tempo
economico particolare, quello contrassegnato dalla recessione
globale da cui emerge con chiarezza che i Paesi rifugiatisi
nell'aumento della spesa pubblica e nell'innalzamento della
pressione fiscale hanno finito per restringere gli spazi di
libertà concreta, con conseguente spreco di risorse immani.
Lo si constata osservando le venti maggiori economie del mondo. Nel
novero di quelle che si sono arroccate in politiche di tipo
protezionistico rientrano oggi persino gli Stati Uniti e pure il
Regno Unito, Paese che nella classifica 2010 si attesta al posto n.
11 ovvero esce per la prima volta in sedici anni dalla Top Ten. Fra
chi sta invece facendo molto bene vi sono diversi Paesi europei ex
comunisti, prima fra tutti la Polonia. Ma anche la Francia e la
Germania, Paesi dove di per sé il dirigismo ha tradizioni
antiche e basi piuttosto solide, si stanno comportando bene.
Arretrano Stati Uniti e Gran Bretagna, i Paesi
proverbialmente considerati più "liberisti"? È quasi
incredibile... Forse che l'Obanomics e il laburismo di Gordon Brown
non funzionino? Le rispondo sul piano squisitamente
economico, tralasciando la politica; e tratto solo degli Stati
Uniti, il mio Paese. Le ricette economiche seguite e predicate oggi
dalla Casa Bianca sono semplicemente catastrofiche. L'aumento della
spesa pubblica che si sta da noi ostinatamente perseguendo è
fonte di deficit enorme e l'aumento delle tasse intollerabile. Ma
soprattutto sono misure assolutamente inefficaci. Lo dimostrano i
tassi d'interesse oramai soffocanti, l'aumento dell'inflazione e
l'innalzamento del livello della disoccupazione che ne derivano in
modo diretto. L'economia statunitense vive cioè oggi un
momento di colossale incertezza, e questo per ben due motivi.
Anzitutto perché lo Stato sta intervenendo davvero troppo
sull'economia nazionale e poi perché (e la cosa aumenta
ancora più l'inquietudine e il disorientamento
degl'investitori) il governo si muove costantemente alla cieca.
Nessuno può oggi ragionevolmente prevedere quale possa
essere, per sbagliata o giusta che sia, la prossima mossa della
Casa Bianca...
In novembre gli Stati Uniti votano per rinnovare il
Congresso e il verdetto delle urne costituirà di fatto anche
un giudizio sull'Amministrazione retta da Barack Hussein
Obama... Per beneficiare l'economia di un Paese occorre
ridurre subito la tasse, un dato, questo, risaputo e assodato. Si
guardi a quei Paesi dell'Est europeo ex comunista che hanno
adottato la flat tax, l'aliquota fiscale percentuale
unica. Sono letteralmente esplosi in prosperità... Negli
Stai Uniti (e lo dico ancora sul piano strettamente tecnico-
scientifico) non mancano proposte intelligenti di questo tipo. Se
ne fanno latori alcuni esponenti del Partito Repubblicano, ma pure
i cosiddetti "Blue Dog", ovvero i rappresentanti più
"centristi"del Partito Democratico lontani mille miglia
dall'estremismo dirigistico della Obanomics. Ma mi permetta di
aggiungere che il fenomeno ora più interessante sul piano
dell'offerta politica proprio in relazione alle libertà
delle persone, delle famiglie e delle imprese di cui quella
economica regna sovrana è il movimento dei "Tea Party", che
prende nome proprio dalla rivolta fiscale da cui si è
originato il mio Paese. Oggi sta andando in scena una nuova
protesta fiscale capace di provocare il dibattito politico serio e
in grado di rintuzzare l'offensiva dello Stato.
Pensi che il Corriere della Sera del 19 marzo ha
definito il movimento dei "Tea Party" una caricatura... Questo
però ci porta all'Italia... Sì, il "caso
Italia". Nella classifica dell'"Index" l'Italia è 74a su 179
Paesi, ma il dato si aggrava considerando il punteggio ottenuto su
scala regionale. Su 43 Paesi europei analizzati, infatti, l'Italia
è 35a. Peggio fanno Paesi come Russia, Bielorussia,
Ucraina...
Perché? Perché manca una chiara
disciplina fiscale, la certezza del diritto scricchiola e il
livello di corruzione è alto. In questi tre settori
strategici l'Italia è ben al di sotto della media europea.
Intendiamoci, rispetto all'"Indice" dell'anno scorso il vostro
Paese è avanzato dell'1,3 per cento, ma la strada è
ancora assai lunga e in salita.
Sul podio della classifica mondiale stanno Hong Kong,
Singapore e Australia. Gli Stati Uniti sono all'ottavo posto, in
calo del 2,7 per cento, la Cina sta al 140° posto e la palma di
Paese meno libero del mondo spetta, ancora una volta, alla Corea
del Nord, la quale totalizza un miserrimo 1 secco di media
generale. Appena sopra l'Italia c'è però la
Grecia... Ovviamente la crisi che ha travolto quel Paese
è troppo recente per essere stata presa in considerazione
nel nostro lavoro. Ma questo rivela un dato importante. Non certo
che l'Italia è a un passo dal disastro greco, questo no;
bensì che i disastri alla greca possono piombare da un
minuto all'altro senza avvisi preventivi; ecco, questo sì.
Insomma, al riparo dalla bancarotta non vi è nessuno,
nemmeno i Paesi relativamente prosperi. Ciò però vuol
dire che occorre fare bene e presto per incrementare le
libertà d'investimento e di commercio. E soprattutto che
bisogna ridurre al volo le tasse e disinnescare la bomba a
orologeria della corruzione...
Altre paure di livello globale? Be', il costo
della nuova correttezza politica di tipo ecologista sta diventando
economicamente insostenibile, oltre che essere fomite di corruzione
ulteriore e in primis di clamorosa inefficacia quanto a
tutela ambientale vera...
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