Ma adesso siamo a rischio anche noi
di Gianfranco Polillo
[11 febbraio 2010]
Il pasticciaccio di Atene rischia di contagiare buona parte
dell'Europa. Ad essere a rischio, nell'ordine, sono paesi diversi
per tradizioni e caratteristiche della loro economia. È in
pericolo la Spagna, che potrebbe trascinare nel baratro il
Portogallo. In prospettiva, questa brutta vicenda potrebbe
coinvolgere la stessa Italia, il cui alto debito la espone
costantemente ad una crescita della spesa per interessi, qualora le
condizioni del mercato internazionale dovessero divenire meno
favorevoli per i debitori, specie per quelli più incalliti.
Le storie sono naturalmente diverse. Sulla Grecia, ad esempio, ha
pesato e pesa l'atteggiamento disinvolto dei suoi governanti: per
non esporre il Paese alle reazioni dei mercati, per molto tempo,
avevano "taroccato"i conti, imbellettando i bilanci. Poi il momento
della verità è divenuto ineludibile e di fronte a un
Re ormai nudo, sono scattate le contromisure. Ma con un deficit
pari al 12 per cento del Pil - secondo le previsioni dell'Ocse -
era difficile occultare ancora una realtà
inconfessabile.
La Commissione europea, messa alle strette,
è intervenuta duramente, prescrivendo una cura da cavallo.
Se non l'avesse fatto, il testimone sarebbe, inevitabilmente,
passato al Fondo Monetario Internazionale pronto a fare la sua
parte.Vi sarebbe stata, così, una doppia delegittimazione:
delle autorità greche e di quelle europee, per manifesta
incapacità di decidere ed intervenire. L'intera costruzione
monetaria ne sarebbe uscita con le ossa rotte, in un momento
così difficile per l'intera comunità internazionale.
Intervento necessario, quindi. Che solleva, tuttavia, più di
un problema. Sembra quasi che la sorte si sia sbizzarrita a
tracciare una linea di confine: da una parte i Paesi solvibili,
tutti collocati, nel centro del Vecchio continente; dall'altra i
reprobi: la periferia Sud, sempre più incapace di onorare
gli impegni sottoscritti. C'è, naturalmente, del vero in
questa rappresentazione; il suo limite è quello di rimanere
alla superficie dei fenomeni. La spia greca è un segnale
d'allarme ben più preoccupante: dice che qualcosa nel
modello complessiva dell'Europa è entrato in crisi. Negli
anni precedenti il grande crollo finanziario, l'equilibrio
complessivo dell'area dell'euro era garantito da un rapporto
asimmetrico tra la Germania e il resto dei Paesi, con la sola
eccezione della Francia. La forza dell'euro, nei confronti delle
altre valute - soprattutto il dollaro - era assicurato
dall'equilibrio delle partite correnti della bilancia dei
pagamenti. Quest'ultimo, a sua volta, era determinato da un forte
attivo della Germania, un sostanziale equilibrio della Francia, un
forte deficit, fino al 2010, della Grecia (9 per cento del PIL),
della Spagna (4,7%) e del Portogallo (9,7 %); meno dell'Italia
(2,3% del PIL).
La Germania, con un surplus del 5 per cento del Pil, in
media, e una forza economica pari, più o meno, alla somma di
quelle mediterranee era in grado di finanziare con i propri attivi
gli squilibri dei partner. Poteva, in altri termini, prestar loro
le somme necessarie per consentire a ciascuno di vivere al di sopra
delle proprie possibilità. Era, in piccolo e in chiave
domestica, una replica del modello americano. In questo caso
l'economia a debito non era finanziata dalla Cina, ma dalla
principale potenza europea. La crisi finanziaria internazionale ha
compromesso questo complesso equilibrio. I margini si sono
ristretti anche nella stessa Germania - l'attivo previsto per il
2010 è "solo" del 3,5 per cento - facendo crollare l'intero
castello di carta, la cui caduta ha penalizzato, soprattutto,
l'anello più debole della catena. Se ne uscirà? Non
è facile rispondere. Ma una cosa è certa: dopo la
vicenda greca, l'Europa non sarà più quella di prima.
Di fronte al rischio di un default, la Germania ha manifestato
l'intenzione di esercitare in pieno il suo potere sovrano ed una
leadership sempre meno condiscendente. Se sarà un bene o un
male, lo vedremo nei prossimi mesi. Da che mondo è mondo, -
la storia degli Stati Uniti insegna - uno Stato federale o
tendenzialmente tale non si regge sull'ecumenismo e la
parità dei suoi membri, ma sull'egemonia di qualcuno nei
confronti degli altri. Ed è questo il primo significativo
segnale di questa crisi.
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