Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Con quella penna… può fare ciò che vuole

di Leone Piccioni [13 febbraio 2010]

Tommaso Landolfi (1908-1979) è stato certamente uno dei pochi nostri grandi scrittori del Novecento. Debuttò a Firenze nel '39 con due volumi stampati a sue spese. La prima affermazione si registra con il Dialogo dei massimi sistemi. Ci sono poi da citare molti titoli tra i quali scelgo Racconto d'inverno del '47, Cancro regina del '50, La bière du pécheur con il doppio significato di Birra del pescatore e Bara del peccatore, oltre a Le due zitelle, a Le labrene e infine con Rien va del '63 e Des mois del '67. Studiò a Firenze ed ebbe come compagni all'università Bo, Luzi, Poggioli,Traverso e altri. Frequentava con la sua ironia e il suo distacco un po' voluto e un po' signorile (era d'origini nobili) le Giubbe Rosse, il famoso caffè fiorentino dei letterati della prima metà del secolo scorso. Ha avuto come fedele editore la Vallecchi, poi Rizzoli intraprese l'opera di ripubblicazione dei suoi scritti che purtroppo si fermò molto presto, con la stessa operazione proposta poi da Adelphi che va avanti - mi pare - con molta lentezza. Uomo di grande fascino, avventuroso di temperamento, volutamente un po' sprezzante, autore di fulminanti battute, con un carattere ombroso e, quasi sottovoce, destinato alla liricità. «Non ho mai avuto forza - ha scritto - di tollerare gli altrui sbalzi d'umore: io d'umore non cambio, se niente intervenga a far pencolare i miei sentimenti, io sono ombroso; a me, è vero, è sufficiente una menomezza per cambiare d'umore, anzi per mutare radicalmente la mia visione del mondo, ma quella ci vuole e senza quella resto saldo». E ancora: «Quando il mio tono è basso, quando anzi il mio termometro è calato a zero, io vengo preso da una specie di frenesia ragionativa... In compagnia della ragione ci si sente come privati di alcunché, come ingannati». Landolfi ha sempre tenuto a divulgare, nei suoi libri, una fotografia nella quale con il palmo aperto della mano si copre il volto, lui che si è rifiutato di far apparire nei suoi volumi i cosiddetti «risvolti di copertina» fino a dettare il seguente: «L'autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani) la paternità o l'ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede (quali anzi lo trovano bene spesso dissenziente), ha pregato l'editore di sostituirli d'ora in avanti (nel 1962) con la seguente dicitura: Risvolto bianco per desiderio dell'autore». Da ricordare un'antologia degli scritti di Landolfi curata da Italo Calvino nell'82 per Rizzoli: un grande scrittore del passato visto da un grande scrittore del presente. Ci racconta Calvino di essere rimasto una volta sconcertato quando leggeva che «il critico e sodale più fedele e incondizionato fin dagli anni fiorentini, Carlo Bo, ha scritto più volte che Landolfi era il primo scrittore italiano dopo D'Annunzio che poteva fare con la penna tutto quello che voleva », ma dimorando all'interno dell'opera landolfiana, Calvino si convinse dell'esattezza di quelle indicazioni: «poi ripensandoci ho capito che il vero elemento in comune fra i due era un altro: dell'uno e dell'altro (e solo di loro due) si può dire che scrissero sì al cospetto della lingua italiana tutta intera, passata e presente, disponendone con competenza e mano sicura come di un patrimonio inesauribile cui attingere con dovizia e con piacere continuo». Bisogna rendere omaggio a Pietro Pancrazi e a Bo per aver scritto fin dal 1937 (sul Dialogo dei massimi sistemi appunto) su Landolfi. Il Pancrazi parlava di due strade aperte a Landolfi: «quella di un'arte di più impegno lirico e quella di un umorismo logico e morale più che scoperto». In verità la strada di Landolfi è sempre stata una sola con i due aspetti (la tendenza lirica e quella moralistica e ironica) perfettamente fusi insieme: in azione perenne nella sua fantasia e nel suo pensiero a corrente alternata, intervenendo subito l'ironia a placare la spontanea accensione lirica, quasi di quegli slanci, di quegli abbandoni lo scrittore avesse ritegno, avesse pudore: intervenendo il controllo dell'emozione da parte del ragionamento, l'inquietudine placandosi nel prender gusto a penetrare i caratteri che lo circondano, in una continua varietà di modi e di toni e di temi fino ad andamenti anche proverbiali, popolari, coloratissimi. In un diario come Des mois fa specie allora vedere con quanta tenerezza Landolfi si esprima quando parla dei suoi bambini e anche di sua moglie. Sposatosi tardi con una giovane donna battezzò nei suoi libri i bimbi come la Maior e il Minimum: «Egli è forse il solo essere al mondo - scrive - cui la mia presenza dia un piacere disinteressato e immediato; il solo, almeno, il cui piacere alla mia vista non sia da nulla turbato... In questi giorni c'è in me un rinnovato amore per la famiglia.Tra i tanti, in verità, non ho ancora fatto questo esperimento come se tutto fosse vero». E della moglie: «Non ha molta pazienza coi figli e ha ragione dopo tutto, sbaglia tante cose... Eppure che c'è nel malinconico ovale del suo viso, nei suoi capelli talvolta arruffati, nello spirare del suo grembo ahi quanto fecondo che forza il mio pietoso amore? Ella è il mio perenne riscatto, la mia croce fulgente». Si è detto di Landolfi gran giocatore, assiduo dei casinò di Sanremo e di Venezia, dove ha lasciato quasi tutti i suoi quattrini, ed ecco perciò che il gioco diventa una fonte perenne di meditazione per lui.Tutte le sue raccolte sono piene di tavoli verdi, di albe che sorgono su giocatori che sono rimasti privi anche delle poche lire necessarie per prendere un treno e tornarsene a casa, stanze piene di fumo. Il modo di porsi di Landolfi di fronte alle vicende del gioco, è molto simile al modo di porsi di fronte alle vicende stesse della vita, all'andamento della sorte e dei rapporti umani: in Rien va è arrivato a capire che «il giusto guiderdone che il giocatore deve pagare per sdebitarsi dei piaceri che dal gioco gli provengono (interessi, vitalità, azzardo) è il perdere». Il vero giocatore deve perdere: non potrebbe unire al piacere del gioco la bassa soddisfazione della vincita materiale. «Vorrebbe indicare alcune osservazioni di cui potremo forse giovarci nell'ora della nostra morte: non dovremo, in quell'ora, lottare con niente e con nessuno, non dovremo combattere la nemica nelle sue stesse armi, e solo così ci porremo nelle condizioni migliori per vincerla; guai se una levata di scudi, se uno spasmodico protendersi e opporsi della nostra sostanza più vile le fornisse il mezzo, l'opportunità e la materia per operare. La morte ci trovi vuoti di tutto ciò su cui ha forza, inermi; non diamole pretesto alcuno e vedremo a cosa si appiglierà, vedremo allora se davvero è fatale». Ma lasciamo spazio a una sola e mirabile citazione dal Dialogo dei massimi sistemi, dalle pagine di Night must fall, quando il primo slancio lirico landolfiano non veniva da lui stesso soffocato: «C'è un assiuolo che mi perseguita: lo sento tutte le notti quando rincaso da un lupanare, da una serata letteraria, più spesso da una di quelle serate fumose che si trascinano a lungo per i caffè, senza senso, ma pure con lo struggimento di fare qualcosa. Canta dai grandi alberi del giardino anche quando invito i giocatori nella mia camera e trascorriamo una gran parte della notte in mezzo al fumo. Cioè, allora non lo sento: lo sento quando se ne sono andati portandomi via fin l'ultimo quattrino e, sotto l'alba, cerco d'addormentarmi. Ho aperto prima la finestra per rinnovar l'aria, però il fumo non è uscito, s'è solo rinfrescato; là dentro, con l'incubo di un ronzio di zanzara posso pensare in pace a due donne che vorrei avere. Ma le rondini cominciano a rivoltarsi sui fili, come ancora fra le pieghe del torpore notturno, e fanno udire i primi cinguettii, rauchi di sonno e soffici; il cielo si schiara, l'assiuolo ha cessato di cantare; è tempo di andare a dormire. O non piuttosto di uscire nell'aria pungente, nella chiaria fra le sbavature di resina lucente, fra i dondolii dei rami pendenti, incontro al sole?».  

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