Via alle grandi manovre
di Riccardo Paradisi
[26 febbraio 2010]
Il ghiacciaio politico italiano tende a scongelarsi? A cambiare
composizione e forma? La domanda potrebbe apparire oziosa, da
futurologia politica. E però basta prendere in
considerazione alcuni movimenti della scena politica e metterli
assieme per scorgere le linee di faglia d'una scomposizione in atto
dello stato di fatto.
A cominciare dai sondaggi che danno il Pdl in calo
nelle regioni del nord e una crescita esponenziale della Lega nord
in tutto il settentrione. In Veneto la Lega è adesso al 39%
e il Pdl al 21%. Una previsione che induce il ministro
dell'attuazione del programma Gianfranco Rotondi a considerazioni
molto preoccupate: «Un anno e diversi mesi di dialettiche
continue non hanno giovato certamente alla salute del partito. E se
il 28- 29 marzo il Pd prende un voto in più del Pdl si apre
una crisi molto grave, che potrebbe pregiudicare l'intera
legislatura». La legislatura secondo Rotondi infatti non la
mette in crisi "qualche velina" o "qualche scandalo": «La
legislatura la mette in crisi la politica. L'idea e l'ambizione su
cui è nato il Pdl è quello di raggiungere il 50 per
cento dei consensi. Non raggiungere l'obiettivo significa una cosa
sola: crisi. Non voglio fare la Cassandra, ma mi- sureremo il
successo dai voti che prenderemo. E finora i sondaggi non sono
affatto incoraggianti. Il Pdl può andare in crisi e si
può tornare alle urne anticipatamente ». Ma più
che una rimonta della sinistra a preoccupare il Pdl è
appunto il dilagare leghista al nord, un risultato che per il
partito di Berlusconi e Fini potrebbe davvero significare una
subalternità definitiva. Che aria poi si respiri tra le
varie componenti del Pdl lo si capisce dalla risposta che Rotondi
dà ad Affari italiani: alla domanda se il Pdl corra
il rischio di sciogliersi il ministro risponde: «A dire il
vero non mi interessa molto. Sono impegnato in Piemonte dove guido
una lista che si chiama Democrazia Cristiana. Bisogna chiederlo a
chi ha fatto le liste elettorali». L'eventualità della
caduta dell'esecutivo, assolutamente imprevista e imprevedibile
fino a pochi giorni addietro, non è una riflessione del solo
Rotondi è lo stesso premier ad aver definito le prossime
elezioni regionali un esame per se stesso e per il suo governo
oltre che uno scontro tra le armate del bene e le armate del male.
A questo deve aggiungersi il continuo stress politico giudiziario,
l'esasperazione in casa fra Berlusconi e Fini riacutizzata dalla
diversa linea di condotta sui provvedimenti da adottare per tenere
le liste pulite, il caos delle liste che sta provocando un sempre
più forte distacco della base e dell'elettorato
berlusconiano. Sono anche questi i motivi per i quali Berlusconi ha
lanciato la sua ultima crociata interna al Pdl, mettendo di nuovo
in pista Michela Brambilla, la sua risorsa estrema quando deve
regolare i conti all'interno del partito, punire i riottosi,
spaventare coloro i quali mettono periodicamente in discussione la
natura pentecostale della sua leadership. Ma sono questi stessi
motivi che stanno inducendo gli ex di An nella maggioranza a
pensare di reagire, prefigurando di nuovo colpi d'ala e scissioni:
replicando ai club brambilliani dei promotori con i club Fini. Una
minaccia per ora. Non va sottovalutato nemmeno quanto sta accadendo
in casa azzurra a Firenze, dove il coordinatore cittadino del PdL
Alessio Bonciani e il vice coordinatore provinciale Samuele Baldini
hanno rimesso il mandato nelle mani di Silvio Berlusconi:
«Lamentiamo un difetto di legittimazione, spiega Bonciani e
riteniamo necessario rimettere il mandato nelle mani del presidente
affinché sia lui a decidere se confermare l'incarico».
A provocare la decisione è stata la composizione delle liste
per le prossime elezioni regionali. «Non è - spiega
Bonciani - un problema di malcontento degli esclusi, che è
una questione normale, ma il problema straordinario determinato dal
veto posto per motivi per- sonali su una candidatura». Il
riferimento è allo stop che la candidata alla presidenza
Monica Faenzi avrebbe posto alla conferma di Angelo Pollina,
vicepresidente uscente dell'assemblea toscana. A Firenze non si
muoveva foglia nel Pdl senza la volontà di Denis
Verdini.
Un panorama mobile, suscettibile come un caleidoscopio
di mutamenti repentini, per il cui inizio bastano minimi impulsi.
"Per il Bene comune al tempo del federalismo", è il titolo
con cui la neonata fondazione presieduta dal ministro Altero
Matteoli ha riunito al teatro d'Adriano il presidente della Camera
Gianfranco Fini, il presidente del Copasir Massimo D'Alema e il
ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Figure che in questi ultimi
anni hanno animato il dibattito su come sarebbe bello un governo di
unità nazionale, un programma di larghe intese, un progetto
di riforme condivise. Fini e D'Alema sembrano procedere a
braccetto:Fini: «Il federalismo funziona bene se le
competenze sono definite - ha detto - E io rivendico a due
fondazioni, Farefuturo e Italianieuropei, da sinistra e da destra,
ci trovammo d'accordo di aver garantito al Parlamento un ruolo
centrale. Sono fondamentali nel federalismo i controlli del
Parlamento e la commissione bica- merale per l'attuazione del
federalismo ». D'Alema: «Saremmo ridicoli se non
facessimo le riforme fondamentali ». Fini: «La politica
si attirerebbe il malcontento della gente. Pensare a costruire non
a fare propaganda. Smetterla di fare politica guardando sullo
secchio retrovisore. Sono ventunenni i ragazzi che sono nati al
crollo del muro di Berlino ». D'Alema: «E pensare che
ancora qualcuno non se n'è accorto...». Il riferimento
è a Silvio Berlusconi naturalmente, di cui si ride. Un
disegno vero e proprio non c'è - dicono i sismologi interni
al Pdl - ma certo i dalemiani avvertono la possibilità che
la situazione subisca un'accelerazione nel senso di Rotondi (Crisi
di governo ed elezioni anticipate). Fini prende le misure al polso
della leadership berlusconiana: il ritorno al brambillismo è
un segno di debolezza ma lui non ha ancora la forza autonoma per
un'iniziativa politica individuale. Potrebbe però averne per
un'esperienza di transizione d'intesa con i settori più
disponibili del centrosinistra e la copertura tremontiana che in
caso di sviluppi potrebbe essere della partita. È vero che
Tremonti è un concorrente di Fini ma perché farsi la
guerra adesso? Ragionano ancora i retroscenisti. Il futuro è
insondabile, ma insomma qualche indizio di grandi manovre lo si
riesce a indovinare.
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