«Quando tutto è lecito comincia la tirannia»
di Riccardo Paradisi
[20 febbraio 2010]
"L'essere umano è ferito, il peccato ha ferito la natura
umana. Per questo, si dice ha mentito, ha rubato, è umano,
ma questo non è il vero essere umano. Essere uomo, secondo
la volontà del Creatore, è essere generoso, volere la
giustizia, la prudenza, la saggezza e con l'aiuto di Cristo uscire
da questo oscuramento della nostra natura». La lectio divina
di Benedetto XVI coincide con la riemersione del fiume carsico e
fangoso del malcostume politico italiano: generalizzato,
trasversale, pervasivo.
Malcostume che non è solo abituale condotta
della "casta" politica ma che è largamente praticato anche
dal cosiddetto Paese reale, da quella società civile che,
rilevano Eurispes e Corte dei conti, pratica e subisce la
corruzione come un dato ormai fisiologico, tendenza verso cui
s'è ormai sviluppata un'assuefazione morale. È contro
questa abitudine al morbo morale del furto e della menzogna che il
Pontefice ha lanciato il suo monito: «Non è umano
rubare o mentire: la vera umanità, il vero umanesimo
è la formazione delle virtù umane». Rubare,
mentire sono azioni che fanno scendere l'uomo nella scala della
dignità, lo umiliano, lo sporcano. Essere uomo è un
compito che prevede dunque, per essere assolto, l'adesione alle
virtù cardinali della rettitudine, dell'equilibrio, della
fortezza e della temperanza, la base per uscire «con l'aiuto
di Cristo - dice il Papa - da questo oscuramento della nostra
natura». Giovanni Reale, filosofo cristiano e autore di saggi
fondamentali sul male dell'anima dell'uomo moderno e sulle radici
della nostra cultura europea riflette con liberal sulle
parole di Benedetto XVI e sul terreno in cui esse vengono a cadere.
«Il pontefice - dice Reale - rovescia il luogo comune ormai
inverato per cui l'errore morale, il peccato, vengono contemplati
come debolezze umane fisiologiche e, come tali, scusabili. A
guardar bene questo atteggiamento, ad applicarvi quella filosofia
del sospetto che ha rovesciato gli antichi valori, ci si accorge
facilmente che si tratta di una forma surrettizia di
autoassoluzione. Sono il lassismo e la sciatteria morale a parlare
quando cominciano a suonare le retoriche del relativismo morale e
dell'assoluzione data al male. E del resto questa autoindulgenza
sempre maggiore, sempre più disinvolta, questo rifiuto di
fare i conti con se stessi, affonda le radici in un humus culturale
creato dall'estremismo psicanalitico, dall'idea che in omaggio a
una presunta esigenza di liberazione e emancipazione dai vecchi
valori oppressivi, l'uomo deve fare quello che si sente dentro,
tornare spontaneo, non lasciarsi inibire da obbedienze etiche viste
come alienazioni. La conseguenza di questa visione, ma io direi di
questa allucinazione, è chiarissima: l'uomo occidentale
è ormai tendenzialmente portato ad ammettere tutto». E
se esiste un qualche scrupolo nel trattenersi da comportamenti
scorretti o illeciti nella grande maggioranza dei casi è
solo per la paura delle conseguenze sociali che certi atti possono
comportare. «Ma nel suo foro interiore, nella sua coscienza,
ormai spesso eliminata come un tirannico super- Io - nota
amaramente Reale -, il nostro contemporaneo sente d'essere in fondo
sempre giustificato ».
Insomma l'uomo di oggi ha smesso di giudicarsi con
severità ed è diventato il miglior avvocato di se
stesso. Incline a giustificare tutto ciò che lui stesso e i
suoi simili fanno. «Una cosa sola oggi sembra non essere
perdonabile - dice Reale - ed è il successo altrui. Ecco
questa cosa l'uomo di oggi proprio non la perdona al suo prossimo.
Lo aveva capito bene Orwell: l'uomo è disposto a perdonarti
tutto tranne il tuo riuscire bene in qualcosa per tuoi autentici
meriti. È l'invidia che si scatena e che innesca quel senso
di competizione furioso che per trovare soddisfazione e lenimento
all'invidia del vero valore ricorre a tutto. Questo sistema di
compravendite, di scorciatoie, questo mercimonio col potere che
intrattengono l'economia e la cultura e che droga il mercato, la
sana competizione, che umilia il merito è un sistema
costruito sull'iniquità e sull'invidia. Un sistema che
uccide l'etica pubblica e che diventa lo strumento di rivalsa dei
mediocri, di coloro i quali sono disposti a prostituire se stessi
per il piatto di lenticchie del potere e del denaro». Ma non
c'è nulla di nuovo sotto il sole. «Già Platone
- ricorda Reale - lo aveva capito molto bene: il desiderio del
potere e del piacere prende la mano ed entra nella fortezza
dell'anima. Qui, questa brama velenosa, fa breccia e svuota la
psiche di validi ragionamenti che nella mente dell'uomo sono le
più strenue forze di difesa che esistono. Noi oggi siamo a
un nuovo tornante della decadenza della civiltà: l'uomo sta
perdendo le forze di difesa.Tutto è lecito, tutto è
permesso, la bussola interna sembra girare a vuoto, ma questa
atmosfera generale apre la diga al caos. Quando la libertà
diventa licenza generale il corollario necessario e inevitabile
è la distruzione dei nessi sociali, la violenza e, per
reazione, un brutale ritorno all'ordine attraverso la
tirannia». E non ci salveranno i codici etici, le nuove
tavole dei valori del civismo democratico o del politicamente
corretto da questa prospettiva drammatica. No - dice Reale -
è una rivoluzione spirituale la nostra unica via d'uscita
dalla gelatina morale che c'impantana. «Nelle Radici
culturali dell'Europa dicevo che l'unità dei popoli del
vecchio continente, la costruzione di un soggetto spirituale e
politico, non si crea con i trattati, con i codici, con le buone
intenzioni. Si ritrova riscoprendo le radici profonde dell'uomo
europeo. È li la base solida, profonda, del nostro autentico
essere. Se manca l'uomo europeo manca l'Europa. Nel nono libro
della Repubblica Platone diceva che lo stato si costruisce
nell'animo dell'uomo. Oggi si sente parlare di sfascio dello Stato,
di crisi delle istituzioni: l'analisi è esatta ma ci si
guarda bene di andare alla radice del problema, di guardarsi dentro
cioè. La condizione politica in cui viviamo rispecchia il
livello morale generale: lo Stato è la proiezione di
ciò che c'è nell'anima della maggioranza delle
persone». Ecco perché il Papa chiama alla conversione,
al cambiamento interiore. «Il Papa ha ragione in quello che
dice ma attenzione: il suo non è solo un monito etico,
morale. L'etica e la morale umane non bastano più. Si sono
trasformate in convenzioni, al massimo regole a cui si aderisce
esteriormente. L'etica è la base ma il passaggio dall'essere
obbedienti alla regola all'essere testimoni di giustizia e giusti
è Cristo. Smettiamola di fare i perbenisti farisei, credere
che essere cristiani significa seguire un'ideologia. Essere
cristiani significa vivere accanto a Cristo, vedere Cristo
nell'uomo di oggi, nel prossimo. La fede dura finché si vive
Cristo come un contemporaneo. Questa è l'idea più
forte. Il cristianesimo non è un insieme di concetti, una
dottrina, ma è l'incontro con una persona. Nell'uomo di oggi
questa verità , che è poi l'essenza del
cristianesimo, è dimenticata. Eppure Cristo è
chiarissimo fin dall'incontro col suo primo evangelista: a cui dice
"seguimi". Essere cristiani non è sbandierare un'idea
è seguire Cristo. Oggi l'uomo segue se stesso. I propri
impulsi, il proprio principio di piacere. Mutevole per definizione,
mutevole anche nel suo esito, che si trasforma alla lunga, in
dolore ». Ma questo atteggiamento, dice Reale, è
peggio dell'ateismo. «Dostoevskij diceva che l'ateismo
è il primo gradino che porta a Dio, oggi l'ateismo
s'è trasformato in somma indifferenza. È non porsi il
problema di Dio, la rimozione del dubbio su dio. È il colpo
da maestro del nichilismo: non mettersi nemmeno più in
antagonismo col mistero, con l'assoluto, con i principi primi,
semplicemente rimuoverli. La fortezza dell'anima in questo modo non
viene più aggredita ma occupata dall'interno. Per questo non
mi stupisce il fatto che il Papa richiami energicamente la Chiesa e
gli uomini a una forte responsabilità. Indicando nell'atto
del furto e della menzogna delle colpe gravissime e da condannare.
Il Papa ha richiamato dunque al compito di reagire dall'interno
allo sfascio morale, ontologico e assiologico che avviene in
ciascun uomo, sfascio dovuto allo smarrimento dei principi.
Relativismo e nichilismo sono i mali di oggi ripete sempre il papa.
Tutto vale perché tutto vale zero».
Anche la parola, vale pochissimo. «Non sembrano
più esistere i fatti, la verità, ma solo le sue
interpretazioni. Ma insomma siamo immersi nella Babele della falsa
testimonianza mediatica, giornalistica, politica. E se la
verità rende liberi la menzogna rende schiavi. Non è
vero che relativismo e nichilismo abbiano liberato l'uomo dal giogo
degli antichi valori. Lo hanno incatenato a ciò che è
sotto l'umano, a forze che hanno preso il sopravvento sulla stessa
ragione. Occorre arrivare al fondamento metafisico del relativismo
e del nichilismo per scorgervi dietro le vere forze che vi operano.
E che sono forze inumane. Nietzsche canterebbe vittoria di fronte a
questo panorama. Ci direbbe, forse ghignando, "Ve l'avevo detto che
i secoli a venire sarebbero stati il tempo della morte di Dio". Ma
se questo è il superuomo che ne è derivato che misera
cosa è questo superuomo». René Girard diceva
che l'uomo è una creatura mimetica: forse è per
questo che la corruzione si propaga con la forza di un virus. Oggi
attenersi alla rettitudine sembra un'esercitazione di virtù,
sembra ci si conceda il lusso di essere onesti, di dire la
verità, di non aver paura delle conseguenze. Eppure,
dice Reale, la cosa più giusta da fare è sempre
la più astuta. «L'essenziale è invisibile agli
occhi, ma l'intelligenza lo coglie. Può apparire senza senso
alla semplice ragione funzionale attenersi alla legge morale che
abbiamo dentro di noi, mentre ciò che ci circonda corre in
un'altra direzione, raccogliendo apparenti trionfi. Eppure i regni
fondati sul nulla tornano nel nulla. Ciò che è
costruito sulla solida pietra resta. Le cose belle come le
virtù morali costano fatica. Sono un investimento a lungo
termine. Ma l'unico possibile e fruttuoso. Se lo segui non
sbagli».
Torna su ^