Ci mancava la secessione energetica...
di Riccardo Paradisi [06 febbraio 2010]
L'ostruzionismo no tav che ha bloccato per anni la costruzione dell'alta velocità Torino- Lione apparirà uno scherzo di fronte alle opposizioni locali che la scelta di riconversione nucleare imboccata dal governo sta già producendo. Opposizioni bipartisan che vedono schierato sul fronte nimby - "non il nucleare nel mio cortile" (nella mia regione in questo caso) - esponenti del centrodestra e del centrosinistra. Tutti ugualmente preoccupati di rappresentare paure e pregiudizi antinuclearisti che si respirano nel territorio.
Il governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi con le quali Campania, Puglia e Basilicata avevano bloccato la costruzione di centrali nucleari sostenendo che le tre leggi regionali «intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato, cioè la produzione e la distribuzione dell'energia». Ma i presidenti delle Regioni annunciano che andranno avanti, e rivendicano il diritto di decidere che tipo di impianti di produzione elettrica ospitare. E sono solo gli apripista di un movimento trasversale no-nucleare che si espande già a macchia d'olio. Quando il governo approverà i criteri per la localizzazione delle centrali nucleari - il prossimo 10 febbraio - e individuerà i siti dove costruirli - il dissenso aprirà un problema politico straordinario. Anche perché il conflitto sul nucleare mette in imbarazzo soprattutto la maggioranza. Il governatore Pdl della regione Sardegna Ugo Cappellacci aveva messo in chiaro sin dal suo insediamento che il nucleare nell'isola non sarebbe passato. La Sicilia, allo stesso modo, ha ribadito chiara la sua indisponibilità a ospitare centrali nucleari mentre in Basilicata quattro parlamentari del Pdl - Guido Viceconte, Cosimo Latronico, Egidio Digilio e Vincenzo Taddei - chiamano la loro regione fuori dalla mischia: qui - dicono - non ci sono le caratteristiche territoriali ed ambientali per realizzare una centrale nucleare o un deposito di rifiuti radioattivi. I lucani possono stare tranquilli. Un po'meno gli esponenti della maggioranza a Roma. In Puglia la situazione è ancora più complicata. Il governatore uscente Niki Vendola attacca «la destra che a Bari finge di essere ambientalista votando a favore della legge che lui ha voluto fortemente per la denuclearizzazione della Puglia mentre a Roma diventa ferocemente nemica dell'ambiente». Lo sfidante Rocco Palese del Pdl replica che lui è più antinunlcearista di Vendola.
Renata Polverini, candidata Pdl alla regione la prende alla larga: «legittimo che il Governo affidi alla Corte costituzionale il compito di dirimere un conflitto di competenze, definire un atto intimidatorio un ricorso alla Consulta mi sembra un indizio di scarso rispetto delle Istituzioni, un cedimento alla demagogia». Detto questo, «È però impensabile che si possano realizzare impianti nucleari senza il consenso delle regione. Una centrale nucleare non è un problema ideologico, ma un'opportunità da valutare, anche in relare zione alla produzione di energia di ogni regione rispetto al fabbisogno del territorio. Nel nostro programma, prima di esprimere una posizione definitiva, valuteremo questi indicatori con grande attenzione». Tradotto significa che il nucleare nel Lazio crea alla Polverini imbarazzo. Lo dimostra anche il fatto che alla sua dichiarazione s'aggiunge subito la chiosa di Fabio Rampelli, esponente romano Pdl e uomo di punta del comitato elettorale della Polverini: «La posizione assunta da Renata sul nucleare mi soddisfa pienamente. Penso sia giusto coinvolgere le Regioni nella decisione sulle localizzazioni degli impianti così come è legittimo che il Governo difenda la sua impostazione. Ma ancora più giusto è valutare, tra i parametri per la scelta di un sito, quello della produzione reale di energia da parte di ciascuna regione. Il Lazio - aggiunge Rampelli - quando saranno portate alla piena produzione Torre Valdariga e Montalto di Castro, e quando saranno conteggiati l'ambizioso piano di Roma sull'energia rinnovabile, i termovalorizzatori, i gassificatori, le centrali a turbogas, sarà abbondantemente al di sopra del suo fabbisogno e potr cedere una parte dell'energia prodotta al fabbisogno nazionale». È un no ancora meno velato di quello della Polverini. In Friuli Venezia Giulia, il governatore Renzo Tondo, non sembra favorevole a ospitare centrali nella regione sostenendo che basta quella in Slovenia. Debora Serracchiani, Pd, lo invita a uscire allo scoperto e prendere una chiara posizione per il no.
Lo incalza anche il Wwf che ha chiesto ai consiglieri regionali di approvare una legge contro la realizzazioni di centrali nucleari in regione diffondendo una proposta di legge che riprende l'analoga norma approvata dalla Regione Puglia lo scorso anno. In Veneto è il leghista Luca Zaia a schierarsi senza se e senza ma sulla trincea antinucleare: «Il nucleare può essere una strada dice , ma il Veneto la sua parte l'ha già fatta. Con il rigassificatore al largo delle sue coste, e con la riconversione al carbone di Porto Tolle, da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo». E se il governo le chiedesse di mettersi una mano sul cuore? viene chiesto a Zaia: «Il Veneto la mano sul cuore la mette da sempre. Questo non significa che continueremo a farlo. Prima dovremmo vedere con dati inoppugnabili che non ci sono alternative in tutte le Regioni in cui il bilancio energetico è negativo. E anche allora, io manterrei le mie più totali perplessità ». A polemizzare con Zaia e indirettamente con tutto il dssenso interno al centrodestra è Benedetto della Vedova, esponente radicale del Pdl: «Ritengo profondamente sbagliato che Luca Zaia oggi schieri il Veneto sulla trincea anti-nucleare, come se la strategia energetica del Paese e le stesse esigenze di sicurezza degli impianti potessero rispettare i confini amministrativi delle Regioni. Nessuna infrastruttura e nessun impianto nucleare soddisfa solo gli interessi di una comunità locale e serve un senso di responsabilità nazionale, sia da parte del governo centrale, che di quelli locali, nella ripartizione dei costi e delle compensazioni tra le popolazioni coinvolte». In effetti, è il ragionamento di della Vedova, se un ministro del governo che ha deciso il ritorno al nucleare si fa capofila del partito Nimby «rischia di esse- relare perduta in anticipo una delle scommesse più significative della legislatura che non sta nel vincere la resistenza ideologica degli ambientalisti ideologici, ma le resistenze di quanti ritengono che il nucleare vada fatto altrove». Come il candidato Pdl in Campania Stefano Caldoro anche il vicemininistro alle infrastrutture Roberto Castelli si dice invece favorevole al nucleare in Lombardia: «Chi avrà l'energia nucleare e produce energia elettrica a metà prezzo e non con i mezzi tradizionali, avrà dei vantaggi, chi non la vuole, avrà fatto una scelta che io rispetto ma poi avrà anche delle conseguenze. Penso che in futuro si arriverà anche al federalismo energetico». Chissà.
Per ora sembra di assistere piuttosto al secessionismo energetico. E al ritorno d'uno scontro vecchio ormai di trent'anni, quello tra nuclearisti e antinuclearisti. Per il prossimo 13 marzo i Verdi hanno già lanciato il 'No nuke day' a Roma: una manifestazione contro il nucleare che chiama a raccolta quello che vorrebbe diventare un blocco sociale anti-atomo e per dire invece si al solare. Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli rivolge poi un invito ad Antonio Di Pietro a sciogliersi, per il tema del nucleare, in un grande movimento anti-atomo, ricordando che il Referendum non deve essere usato come uno strumento di lotta politica. L'elemento di novità di questa disputa è che sembrano risorti i verdi.
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