Il paradosso Prodi, la Lourdes del Pd
di Riccardo Paradisi
[02 febbraio 2010]
Chissà, forse davvero Romano Prodi per il centrosinistra
italiano rappresenta il fantasma del padre ancora non rielaborato.
Per due volte a capo dello schieramento progressista, per due volte
vittorioso alle elezioni politiche contro Silvio Berlusconi, per
due volte caduto a metà del guado per problemi interni
(perché la sua leadership è stata prima minata e poi
fatta collassare dall'interno), l'ingombrante figura del professore
bolognese continua ad aleggiare sul corpaccione di un Pd preda di
convulsioni gravi. Tanto gravi da far dire al governatore uscente
della Campania Antonio Bassolino che il progetto è fallito,
che è necessario pensare già a qualcosa di nuovo.
Evidentemente il futuro ha un cuore antico se a Bologna il Pd ha
pensato di chiedere l'intervento di Prodi. L'ultima volta che
Romano Prodi in ordine di tempo è stato evocato come deus ex
machina in grado di salvare il Pd da se stesso, prima di questa
richiesta di soccorso su Bologna, è stato pochi mesi fa
verso il finire dell'anno appena trascorso. I rutelliani
minacciavano una microscissione, Dario Franceschini e i veltroniani
si davano alla guerriglia interna. Nell'immediata vigilia del suo
insediamento insomma Pier Luigi Bersani si trovava già a
dover affrontare le prime grane interne.
E riecco allora spuntare l'ipotesi salvifica: «Si
sta facendo strada l'idea di un estremo tentativo - scrivevano in
qui giorni i retroscenisti del Corriere della sera -
quello di coinvolgere Romano Prodi offrendogli la presidenza del Pd
che originariamente Bersani aveva in mente di affidare a Rosy
Bindi. Finora l'ex premier ha sempre rifiutato questa prospettiva.
Ma anche in politica tentar non nuoce: riuscire a raggiungere
questo obiettivo darebbe maggior respiro al segretario e gli
consentirebbe di affrontare le beghe interne con maggiore
tranquillità. Infatti con Prodi alla presidenza del Pd
difficilmente Franceschini e i veltroniani potrebbero continuare la
loro battaglia in nome del "vero" Partito democratico». Del
resto Prodi è l'uomo che nell'immaginario del popolo
ulivista incarna il Pd, è colui, si dice, che potrebbe dare
a Bersani la patente di autentico «democrat» e
dimostrare che la sua segreteria è in linea di
continuità con il farsi progressivo di un'area progressista
in via di definizione. Ma quell'ipotesi cade abbastanza presto:
Prodi apprezza l'interessa- mento ma poi si nega, annunciando che
voterà via mail alle primarie, senza nemmeno dire per chi.
Esibisce un certo distacco dalle questioni politiche italiane e da
quelle del Pd in particolare. Dice che sta studiando molto.
Perché infatti doveva essere proprio lui a togliere le
castagne dal fuoco a D'Alema che nella sua prima esperienza di
governo lavorò di cesello al suo siluramento? Caduta quella
ipotesi ecco ripresentarsi a distanza ravvicinata il nuovo appello
a Prodi. Per Bologna stavolta, laddove il Pd subisce un altro colpo
alla sua immagine per le vicende del sindaco Delbono. Mentre
Antonio Di Pietro, dopo l'accordo siglato con Bersani per le
regionali alza il suo veto in Campania all'unica candidatura Pd su
piazza (quella di Di Luca) e mentre la teodem Paola Binetti accusa
il centrosinistra di aver consegnato la leadership culturale ai
radicali. Mentre insomma fallisce quell'idea di Pd come grande
sintesi tra culture e valori diversi. E in effetti l'unico
a riuscire ad abbozzare quella sintesi è stato Prodi, si
torna a dire. Ma ecco che il professore pur lusingato, addirittura
commosso, torna a negarsi. E al Presidente della Regione Emilia
Romagna, Vasco Errani, che chiede un «segnale di amore verso
la città» Prodi risponde che «segnali d'amore
alla città se ne possono dare in tanti modi... bisogna
vedere qual è il segnale d'amore che ha più
effetto». Il professore preferisce il ruolo di padre nobi- le
dell'Ulivo, del Pd, dell'Italia dei ceti riflessivi e dopo dopo
essersi sottratto all'abbraccio di Bersani vola alto: «A
Bologna serve uno slancio, serve un salto di lavoro in comune, ma
prima di tutto una sosta nell'avvelenamento reciproco, nella
tensione così prolungata che è, però, anche
tensione di tutta la società italiana, non solo di Bologna
». È un rotondo e fragoroso "no" quello di Prodi. Un
no di chi, come è stato giustamente detto, non si fida
più di un partito dalle cui divisioni itnerne, dalle cui
faide è stato lui stesso stritolato ben due volte.
Ricevuto, il "no" di Prodi, il Pd di Bologna va in
conclave insieme al segretario Pier Luigi Bersani per sciogliere i
nodi delle prossime elezioni bolognesi. Intanto il Pd sembra
smarrito. Senza parole. La presidente del partito Rosi Bindi non si
pronuncia: «Voglio tanto bene al mio partito e troppo a Prodi
per dire qualcosa su questo argomento». A parlare di Prodi
come unica salvezza possibile è invece la senatrice Pd
Mariapia Garavaglia «Un'eventuale discesa in campo di Romano
Prodi come candidato sindaco di Bologna poteva costituire un atto
risolutivo non solo per le sorti del centrosinistra nel capoluogo
emiliano, ma anche per l'intera politica nazionale». E poi il
climax: «l'esperienza e il valore di Prodi sono indubbi. Se
essi torneranno al servizio dell'Italia, sarà un vantaggio
per tutti quanti credono con forza alla possibilità di un
rilancio del Pd e del nostro Paese. Si sa che Prodi è molto
occupato, anche a livello internazionale, ma anche questo e' il
segno che si tratta della persona giusta». Prodi come
Cincinnato dunque. Il politico romano che s'era ritirato dalla vita
attiva e di cui il popolo supplicò il ritorno. Solo che
Cincinnato s'era ritirato dopo aver vinto. E anche questa
differenza dice molto del Pd e della crisi di leadership nel
centrosinistra italiano.
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