L’Italia della corruzione
di Marco Palombi
[18 febbraio 2010]
«La corruzione oggi è diventata soprattutto un
fenomeno di costume ». Il presidente della Corte dei Conti
Tullio Lazzaro - un tipo non sospetto di simpatie sinistre vista la
battaglia ingaggiata in questi mesi col sindacato delle toghe e il
secco «non è vero» opposto ai colleghi che
contestavano a Tremonti un buco di bilancio - non ha usato giri di
parole nella tradizionale conferenza stampa che segue
l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Per arginare questo gusto
della bustarella affermatosi nell'ethos nazionale, sostiene,
«il Codice penale non basta più, la denuncia non basta
più. Ci vuole un ritorno all'etica da parte di tutti che io,
purtroppo, non vedo». L'immagine di un paese che non regge
più le sue cattive abitudini, come non reggono più i
costoni dei suoi monti, viene fuori plasticamente proprio dalle
relazioni presentate ieri dai magistrati contabili. Eccone alcuni
punti.
LA CORRUZIONE. Una "patologia" che "resta tuttora
grave"nella società italiana e che nel 2009 ha fatto
registrare un aumento di denunce del 229% rispetto all'anno
precedente, cui si aggiunge un incremento del 153% di quelle per
fatti di concussione. Tutto questo mentre lo Stato, a ogni livello,
sembra non possedere «anticorpi interni» contro
condotte illecite che causano «offuscamento dell'immagine
dello Stato» e una «flessione della fiducia che la
collettività ripone nelle istituzioni». La corruzione,
ha scandito il procuratore generale della Corte Mario Ristuccia,
«dilaga nella pubblica amministrazione » e non lascia
spazi all'ottimismo: «Se le pervicaci resistenze che questa
patologia sembra opporre a qualsiasi intervento volto ad assicurare
la trasparenza e l'integrità nelle amministrazioni possono
dirsi essere una sorta di "ombra" o di "nebbia"che sovrasta e
avvolge il tessuto più vitale operoso del Paese, non si
può fare a meno di notare che l'oscuramento resta tuttora
grave, non accenna neppure a dissolversi o a flettere nella sua
intensità ispessita».
FEDERALISMO ERARIALE. C'è la Toscana in testa
alla classifica delle regioni in cui la Corte dei Conti ha emesso
il maggior numero di citazioni in giudizio per danno erariale: sono
21 (su un totale nazionale di 92), mentre a seguire ci sono
Lombardia (18), Puglia (11) Sicilia (10), Umbria (7), Piemonte (7),
Trento (5), Calabria (4), Lazio (3) Abruzzo (2) Emilia Romagna (2)
Friuli Venezia Giulia (1), Liguria (1). Infrastrutture. Uno dei
capitoli che maggiormente pesa nell'attività della Corte dei
Conti è quello delle «opere incompiute», vale a
dire «progettate e non appaltate ovvero non completate o
inutilizzabili per scorretta esecuzione ». Un fenomeno,
scrivono i magistrati, che «determina un ingente spreco di
risorse pubbliche». Le patologie «maggiormente
ricorrenti negli appalti pubblici» sono sostanzialmente due,
ha spiegato il procuratore generale: da un lato «l'assenza o
comunque la grave superficialità in tali casi di una analisi
di fattibilità» che «è spesso la causa
del sorgere in corso d'opera di una serie di difficoltà di
esecuzione»; dall'altro «una rilevante categoria di
danno erariale continua ad essere connessa a fatti corruttivi e
concessivi che determinano ingiustificati e fraudolenti aumenti del
prezzo».
SANITÀ. Questo settore, dice la Corte dei Conti,
è funestato non solo da «spese inutili», ma pure
da «fenomeni particolari di mala gestione». La frase
del procuratore dedicata all'argomento non è piacevole da
ascoltare: «Oltre a fattispecie di danno per l'erario comuni
ad altri enti ed amministrazioni, quali spese inutili, irregolari
acquisti di beni e servizi, illegittimi inquadramenti di personale
e conferimenti di incarichi e consulenze, si segnalano fenomeni
particolari di mala gestione quali inefficienti ma costosi
programmi di screening anti-tumorale, di assistenza odon toiatrica
rivelatasi inesistente (caso delle dentiere gratuite), di eccessive
prescrizioni di farmaci, di falsità delle stesse o di loro
sostanziale inutilità, di sconcertanti interventi chirurgici
non necessari».
AMBIENTE. Anche per quanto riguarda un tema centrale
delle cronache di questi giorni, il racconto della Corte è
preciso e non rassicurante: «In materia di danno ambientale
si sono registrate, nel corso del 2009, diverse iniziative delle
Procure regionali, che hanno riguardato inquinamento di siti e
fiumi, disastri provocati da abusi edilizi, presenza di amianto ed
eternit vicino a luoghi abitati o edifici pubblici, discariche
abusive di rifiuti speciali, scarichi fognari abusivi,
irregolarità nello smaltimento di rifiuti, falde acquifere
inquinate per lavori di cantiere, deposito di olii minerali in
contrasto con le norme paesaggistiche, costruzione di impianto
fotovoltaico in parco comunale di interesse
naturalistico».
ENTI LOCALI. L'allarme per la finanza derivata
allegramente utilizzata da comuni, province e regioni è
sempre alto tra i giudici contabili: si tratta, dicono, di
strumenti spesso utilizzati con «finalità estranee
alle esigenze di copertura dei rischi» da enti
«sprovvisti di strutture e professionalità idonee ad
esprimere valutazioni d'ordine economico-finanziario». Per
questo va monitorata attentamente la rimodulazione dei debiti
perché si rischiano «effetti a cascata con esposizioni
finanziarie progressivamente sempre più
insostenibili». PROTEZIONE CIVILE. «Non
c'è un controllo della Corte dei Conti sulle ordinanze della
Protezione civile. La Corte può fare accertamenti sulla
gestione ma il controllo reale della Corte su quelle ordinanze, per
legge è escluso». Eppure, ha sostenuto il presidente
Lazzaro, «il controllo su ciò che fa la Protezione
civile serve a farla funzionare meglio e a mettere anche al riparo
il potere politico », perché «dove c'è
controllo c'è trasparenza».
PROCESSO BREVE. Secco no del procuratore generale, in
particolare per quanto riguarda i processi in corso: l'eventuale
retroattività della legge «porrebbe irragionevolmente
nel nulla proprio quei giudizi non definiti nei tempi stabiliti a
causa della complessità delle questioni affrontate o della
connessa necessità di particolari accertamenti istruttori
». Non si è fatta aspettare, naturalmente, la replica
un po' seccata del ministro Alfano. Dopo aver lodato il coraggio
complessivo della relazione, il Guardasigilli ha aggiunto che
«rimanere impelagati nelle maglie della giustizia per periodi
che possono arrivare a 10-12 anni non è un periodo breve
né per le vittime dei reati né per gli
imputati».
Torna su ^