Sull’ipotesi Mancino destra e sinistra vanno alla trattativa
di Marco Palombi
[09 febbraio 2010]
L'articolo 68 della Costituzione. Con paletti. Senza paletti.
Nella forma pre 1993 o in ardite rivisitazioni. Ripassato nella
padella delle Camere o bollito dal governo. L'immunità per i
parlamentari, perché è di questo che si tratta,
è l'ingrediente principale della ricetta in preparazione
nella cucina della politica italiana. I segnali ci sono tutti, il
percorso indicato - da sviluppare dopo le regionali di marzo ed
entro i 18 mesi di tregua processuale regalati a Silvio Berlusconi
dalla legge sul legittimo impedimento - è quello di
procedere col concorso del Partito democratico, come dimostrano i
segnali, ancorché ondivaghi, di questi giorni. Sul "binario
morto"indicato da Gianfranco Fini però, se il Cavaliere
vuole l'accordo, deve finire anche il cosiddetto Lodo Alfano
costituzionale, che non ha il placet dell'opposizione e rischia
comunque di finire sotto la mannaia della Consulta.
Domenica intanto, a sottolineare che il boccino della
trattativa ce l'ha in mano il presidente della Camera, ci ha
pensato via intervista al Corriere della Sera la
frontwoman finiana in materia di giustizia, Giulia Bongiorno:
«Preferisco evitare gli scontri - ha dichiarato - e quindi
opterei per un'immunità rigorosa con alcuni paletti:
un'immunità che marci parallela a una nuova legge
elettorale, che non preveda coperture per i reati contestati prima
dell'assunzione del mandato parlamentare, che renda giudicabile il
soggetto al termine dei suoi incarichi». Ieri,
significativamente su la Repubblica, il vicepresidente del
Csm Nicola Mancino ha ripreso e allargato il discorso sull'articolo
68, peraltro con un esplicito «concordo con Fini». Si
proceda con l'immunità, ha detto in sostanza l'ex Dc, ma
prevedendo «una maggioranza qualificata oscillante tra il 60
e il 65% per respingere le richieste di autorizzazione dei
magistrati», a cui va comunque data «la
possibilità di portare avanti le indagini». Quanto ai
paletti fissati dalla Bongiorno, Mancino è più
perplesso: «Se si decide di introdurre una norma a tutela
della funzione, non vedo come si possa fare la differenza tra reati
commessi prima di essere eletti e reati commessi nell'esercizio
della funzione parlamentare».
Quello del numero 2 del Csm è un vero inno al
partito dell'amore, tanto da spingersi a definire
"normale"anche la presentazione del Lodo Alfano costituzionale,
escluso invece anche da quelli che nel Pd si stanno spendendo per
la trattativa col centrodestra. Fa fede, in questo senso,
l'intervista al Corsera di Luciano Violante, attualmente
responsabile riforme del Pd: «Bene i paletti posti
dall'onorevole Bongiorno sull'immunità parlamentare - spiega
- che presuppone una nuova legge elettorale e una cornice di
riforme costituzionali irrinunciabili, tra le quali la riduzione
del numero dei parlamentari e il Senato federale». Ovvero,
non a caso, la cosiddetta bozza Violante. Quanto al Lodo
costituzionale, niente da fare: «Se la maggioranza insiste si
andrà al referendum», avverte l'ex presidente della
Camera, ovvero alla consultazione confermativa obbligatoria (e
senza quorum) per le modifiche alla Carta votate con la sola
maggioranza semplice. Su questa eventualità Antonio Di
Pietro ha ovviamente già iniziato il consueto battage
pubblicitario: «Io sfido Alfano: andiamo al referendum e mi
gioco la testa che la maggioranza degli italiani la pensa come
me». Ingredienti e ricetta, come detto, sono già
scritti. Resta da definire, come ogni volta, l'orientamento del
corpo politico attorno cui ruota questo balletto, convitato di
pietra, per così dire, senza allusioni alla statuetta del
Duomo: Silvio Berlusconi e i suoi corifei, infatti, tacciono. Il
Cavaliere non ha ancora deciso se dare retta al diavoletto buono o
a quello cattivo, vuole garanzie certe di salvezza dai processi e
per il momento aspetta perché può farlo. Poi,
arrivato il momento giusto, lascerà mano libera al
diavoletto cattivo.
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