Cronache di liberal

L’Italia verso la serie B?

di Francesco Pacifico [26 febbraio 2010]

Uno 0,7 in più contro l'1 per cento secco di crescita pronosticato da Palazzo Chigi. Ma non è soltanto una questione di decimali quella che ha aperto ieri la Commissione europea con le sue previsioni di primavera su Pil e inflazione per il 2010. Da Bruxelles infatti arriva l'ennesimo monito su una ripresa che sarà timida se gli Stati membri del Vecchio Continente non sapranno trovare gli stimoli adeguati per rafforzare le loro imprese. Per adeguare una produzione che presenta un inaspettato deficit di innovazione, vista la difficoltà dimostrata nell'agganciare le commesse che arrivano dall'est del mondo.

«C'è una schiarita sulla ripresa economica ma restano molte nuvole», ha sintetizzato la situazione Olli Rehn, il commissario Ue agli Affari economici, che da questa mattina è Atene per disinnescare la maggiore incognita sul futuro dei 27: il deficit della Grecia. «Ma i rischi che le attuali stime possano peggiorare », ha aggiunto il successore di Almunia, «sono controbilanciati dalla possibilità che la ripresa economica possa essere più forte di quanto atteso oggi». Come dire che, a politiche inalterate, e mostrandosi cauti sulle prospettive di crescita della Cina e dell'America, lo scenario non è dei migliori. In questo quadro l'Italia non va né peggio né meglio degli altri: si conferma quel calabrone che contro ogni legge della fisica riesce a volare, ma con molta, troppa fatica. La sua crescita dello 0,7 è perfettamente in linea con una Germania e una Francia che a fine anno non andranno oltre il +1,2 per cento, l'Olanda con il suo +0,9, e con un'Europa (+0,7) dove è la Polonia (+2,6) ad atteggiarsi a locomotiva dei 27. Emblematico al riguardo l'esito di una ricerca sulla ricchezza delle famiglie presentata ieri dall'Istat e riferita al triennio 2005- 2007: cioè gli ultimi anni segnati da un ciclo favorevole in tutto il globo. A fronte di un reddito cresciuto in media del 3,2 per cento, si registrano migliori performance nel Nordovest (con Lombardia a +3,4 e Liguria +3,3) rispetto a quelle del Nordest, dove il Veneto è inchiodato a un "misero"+3 per cento. Già prima della crisi maggiore dell'era moderna l'area più dinamica del Paese mostrava gli stessi limiti che oggi impongono un tagliando al modello: un'internazionalizzazione limitata soltanto all'est europeo, dimensioni contenute delle sue aziende, scarso legame con i centri di innovazione. Ma non è meno preoccupante che il 53 per cento del reddito italiano si sia concentrato nelle regioni del Nord, il 21 nel Centro e 26 nel Mezzogiorno. Nota il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: «Questa è la fotografia di un Paese spaccato in due, e la verità è che il divario tra Nord e Sud in 40 anni non si è avvicinato: siamo tornati a una situazione di 30 anni fa». Settentrione e meridione simboli d'un'Italia a due velocità, il Triveneto che si scopre un'economia matura, senza contare la difficoltà della politica di favorire una ridistribuzione più equa tra le aree del Paese: non è un caso che le imposte dirette - tra le quali l'Irpef - siano cresciute soprattutto al Sud (+20,7 per cento), mentre il reddito secondario è aumentato soltanto del 4,3 contro il 16,7 e il 16,2 di Nord-ovest e Nord-est. In questo quadro di fondamentale staticità l'Italia - paradossalmente - si dimostra un'economia più sostenibile. Forse persino più dinamica. Stando alle previsioni intermedie di Bruxelles, le vendite al dettaglio calate nel 2009 "soltanto" dell'1,6 per cento contro un Pil crollato più del triplo (-5 per cento) finiscono per essere un buon viatico per la domanda interna. Allo stesso i timidi segnali sugli ordinativi non possono che tradursi in una ripresa dell'export, caduto lo scorso anno. Ma le note positive finiscono qui. Senza materie prime e con una produzione energetica troppo legata alle fonti fossili, l'economia del Belpaese si dimostra estremamente soggetta a quella dei suoi vicini. Ma se i maggiori compratori - Germania e Francia in testa - rallentano nel quarto trimestre 2009, perché scontano un abbandono troppo repentino alle misure eccezionali anticrisi, anche l'Italia finisce per risentirne.

In attesa che Berlino e Parigi ritornino a crescere - o che il differenziale tra dollaro ed euro si assotigli per permettere all'America di guardare all'altro lato dell'Atlantico - Roma rischia di restare nel guado: l'apertura verso i nuovi mercati asiatici richiede ancora del tempo; non è possibile muovere un centesimo dal bilancio dello Stato risorse per rilanciare i settori più dinamici, altrimenti l'alto debito diverrebbe ingestibile e metterebbe a rischio il buon esito delle emissioni del debito; servirebbero riforme dall'alto costo sociale come l'innalzamento dell'età pensionistica o le liberalizzazioni, ma una politica perennemente in campagna elettorale non può pagare lo scotto. Sintetizza il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli: «L'Italia uscirà completamente dalla crisi economica, tornando ai livelli di fatturato del 2008 soltanto nel 2017, se i tassi di cre- scita si manterranno tali». Di conseguenza la crisi greca diventa per il nostro Paese importante come l'incasso finale dello scudo fiscale. Infatti ieri la Commissione ha ribadito che la situazione si è deteriorata soprattutto sul versante dei mercati finanziari all'inizio del 2010 « in conseguenza dell'aumento delle preoccupazioni sulla situazione di bilancio delle economie sviluppate particolarmente in alcuni paesi dell'Eurozona». Cioè di Atene. Il risultato è stato un forte aumento degli spread nei titoli del debito sovrano con conseguente aumento della volatilità sugli eurobond. Che hanno perso la palma della stabilità rispetto ad azioni e obbligazioni delle imprese. Proprio quest'incognita fa scrivere ai funzionari della Commissione che «l'aumento della turbolenza nei mercati delle obbligazioni degli Stati» porta con sé il rischio «che le previsioni pubblicate oggi non si avverino e debbano essere riviste al ribasso». Ma assieme con le emissioni del debito sovrano finiscono risente di questa ondata di stabilità anche il mondo del credito, quelle che dovrebbero mettere la benzina necessaria per l'inversione del ciclo. «La ripresa del settore bancario appare tuttora fragile perché non possono essere escluse ulteriori perdite dovute alla debolezza dell'economia e al deterioramento del mercato del lavoro». È un cane che si morde la coda.     

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