stampalogo

Cassintegrati o disintegrati

di Francesco Pacifico [02 febbraio 2010]

Tutto il peso della crisi rischia di finire sulle spalle di un milione e mezzo di persone. Sono i precari che non si vedono confermati i loro contratti. I giovani che dovrebbero entrare nel mondo del lavoro e che invece ne restano ai margini. Sono il differenziale tra il dato ufficiale Istat sulla disoccupazione (8,5 per cento) e quel 10,1 con il quale - e in maniera poco scientifica - Bankitalia e Confindustria hanno compreso il mare magnum del disagio sociale.

Il loro identikit è semplice: oggi non hanno diritto alla cassa integrazione, in futuro potrebbero non aver accesso alla pensione. Al massimo dovranno accontentarsi di assegni da fame. Non godono di rappresentanza perché né la politica né il sindacato ha interesse a difenderli o ad accaparrarsi la loro adesione. E poco importa che rispetto ai padri sappiano le lingue e siano meglio formati. Ospite della Sace per un seminario sull'export,Arrigo Sadun ha spiegato che «per loro bisogna creare delle opportunità: ma è difficile fare opera di bilanciamento nei Paesi dove ci sono sproporzioni tra i destinatari del welfare». Secondo il direttore esecutivo per l'Italia del Fondo monetario internazionale, in ogni caso, «si deve intervenire sull'età pensionistica».Anche senza modifiche «o toccando la leva fiscale: l'importante è attutire la dinamica, in modo di spostare un po'di spesa sugli altri capitoli del welfare». Fa bene Benedetto XVI a richiamare alle loro responsabilità aziende come la Fiat e l'Alcoa che prima hanno preso fondi pubblici e poi chiudono stabilimenti in zone depresse come la siciliana Termini Imerese o la sarda Portovesme. Proprio la Fiat che, nonostante un +32 per cento delle immitracolazioni a gennaio, si nasconderà dietro il crollo del 50 per cento degli ordini dell'ultimo trimestre 2009. Così come il Papa fa bene a ricordare al governo che servono nuove forme di tutela e che non bastano i tanti tavoli - si è iniziato ieri sera con Eutelia - che si alterneranno a Palazzo Chigi per tutta la settimana. Ma a fronte di tanta esposizione mediatica stride ancora di più il silenzio verso chi non ha protezioni. Venerdì scorso l'Istat ha annunciato che la base degli occupati tra dicembre 2009 e dicembre del 2008 registra uno scarto di 306mila unità. Una differenza purtroppo "accettabile" di fronte alla crisi più forte dell'era contemporanea, che ha azzerato il livello di esportazioni e azzoppato la domanda interna. Nel contempo cresce, tra dicembre e novembre 2008, di 57mila unità il numero dei lavoratori in cerca di lavoro (in totale 2.138.000). Soltanto la disoccupazione giovanile è pari al 26,6 per cento, con un ragazzo su quattro a spasso. Mentre gli inattivi crescono tra i due mesi che hanno chiuso il 2009 di 164mila unità. Nel primo caso si nota come la cassa integrazione, i 9,5 miliardi di euro messi in campo dal governo, siano riusciti a tenere agganciati i dipendenti alla produzione anche in una fase in cui non c'era lavoro. Degli altri numeri sono protagonisti i fantasmi dell'era moderna: i neodiplomati o i neolaureati che non sono assorbiti dalle aziende; i precari che sono a spasso perché è più facile sbarazzarsi di loro che di un assunto a tempo determinato; tutta gente che, se va bene, finisce a ingrossare le file del lavoro nero. Nota Carlo Dell'Aringa, economista del lavoro che in passato ha guidato l'Aran: «La chiusura delle grandi fabbriche colpisce l'immaginario collettivo perché, soprattutto in certe realtà, ha un impatto più profondo. E tocca quelli che con tanta retorica chiamiamo i padri di famiglia. Però la cassa integrazione a ore zero, che è cosa diversa dalla disoccupazione, riguarda 400mila persone sul milione totale. È servita a tenere dentro i cancelli delle fabbriche il lavoro in esubero». Ma come in tutte le cose c'è «il rovescio della medaglia: per ottenere questo risultato abbiamo sacrificato i più giovani. Che vedranno allungare il loro periodo di disoccupazione».

Sadun ha sottolineato che «da noi la disoccupazione è aumentata meno che altrove». Ma anche aggiunto che paghiamo, come molti nostri vicini europei, «sistemi di protezione che garantiscono i lavoratori con posto fisso, la differenza che si fa tra quelli che sono dentro e quelli che sono fuori». La soluzione degli istituti internazionali è semplice: «Spostare l'attenzione dalla protezione del posto di lavoro alla protezione del reddito».Quindi ammortizzatori sociali, che non si fermino alla cassa integrazione. L'unico a prendere in parola questa regola è stato Renato Brunetta. Ma quando il ministro ha chiesto di recuperare i 500 euro per cacciare di casa i bamboccioni dalle pensioni di anzianità, non è riuscito ad aprire un dibattito sulla flessibilità in entrata. Ha raccolto soltanto scherno: Tremonti gli ha ricordato a muso duro che non c'è una lira, i sindacati gli hanno intimato che non si toccano i pensionati, la sinistra - che pure ha fatto del welfare to work un suo cavallo di battaglia - non ha saputo presentare un'alternativa. Ieri il tesoro ha annunciato che gennaio si è aperto con un saldo di cassa positivo di 4,2 miliardi dovuto a maggior gettito. Purtroppo questi soldi non andranno come vorrebbero Sadune Brunetta alla riforma degli ammortizzatori sociali. Al riguardo l'Italia - nel pieno della crisi - ha dovuto dirottare verso il fondo per la cassa integrazione circa 9,5 miliardi di euro assorbiti dai fondi di coesione sociale e dai Fas.

Per integrare il reddito si è dovuto prendere risorse destinate alle opere pubbliche e agli investimenti - quindi in grado di creare nuovi posti di lavoro - e alla formazione, arma basilare per dare senso alle azioni di riconversione e di orientamento. Se non bastasse, per ottenere il placet delle Regioni sulla riprogrammazione dei soldi, il governo ha girato ai governatori i poteri sulla cassa integrazione. Peccato che i loro assessorati competenti, come dimostrano le tante inchieste giudiziarie, non hanno mai vantato gestioni virtuose. Ricordava ieri dai microfoni di Radio Radicale, nella rubrica Connessioni, l'economista Fabio Pammolli: «Sappiamo che l'Italia ha brillato nel decennio passato per trasferire fondi europei che hanno formato i formatori. In particolare gli hanno formato il parco macchine e il patrimonio immobiliare. Sento alcuni candidati alle presidenze regionali insistere sull'enfasi riferita alla formazione, dicendo di voler sussidiare, come fa il candidato toscano Enrico Rossi, la partecipazione diffusa di neolaureati a master universitari con 10 o 20 mila euro. Sarebbe il caso di ristrutturare il modo con i quali i master sono organizzati». Intanto l'Italia perde capitale umano. Soltanto il Sud ha perso 80mila laureati tra il 2000 e il 2005. E Dio solo sa quanto un Paese che vive di innovazione e non ha materie prime come l'Italia ha bisogno di questi cervelli.     
 
  

Copyright Liberal.it