Cronache di liberal

«Non uccidete il Sud»

di Andrea Ottieri [25 febbraio 2010]

La mafia è un cancro che avvelena il Sud e spesso le classi dirigenti del Mezzogiorno sono inadeguate di fronte a questa emergenza. Anche perché ormai la politica usa il Sud solo come serbatoio di voti. Sono parole durissime quelle che la Cei ha affidato a un documento ufficiale dedicato appunto al Mezzogiorno, e diffuso ieri mattina, dal titolo: «Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno». Naturalmente, a tutti è parso evidente il collegamento tra questa dura analisi e la cronaca italiana sempre più spesso pieno di vicende che incrociano politica, criminalità organizzata e truffe ai danni dei cittadini.

«Libertà e verità , e dunque giustizia e moralità - spiega la Cei - sono tra le condizioni necessarie di una vera democrazia, fondata sull'affermazione della dignità della persona e della soggettività della società civile. Non è possibile - si afferma ancora - mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie. Torniamo, perciò, a condannare con forza una delle sue piaghe più profonde e durature - un vero e proprio "cancro", come lo definivamo già nel 1989, una "tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona" -, ossia la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud». «La criminalità organizzata non può e non deve dettare - rilevano i vescovi - i tempi e i ritmi dell'economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all'esautoramento, dell'autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l'incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e  concessioni, contaminando così l'intero territorio nazionale». In questo contesto, i vescovi ribadiscono l'auspicio già espresso da papa Benedetto XVI e dal presidente della Cei Angelo Bagnasco, che l'Italia dia spazio a una nuova classe dirigente. «Tanti sono gli aspetti che si impongono all'attenzione », scrivono i vescovi: «Anzitutto il richiamo alla necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all'urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti. La comunità ecclesiale, guidata dai suoi pastori, riconosce e accompagna l'impegno di quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». Insomma: «Bisogna dunque favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale».

In tutto ciò, un «sano federalismo - secondo la Cei - rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l'azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale ». Invece «un Mezzogiorno umiliato impoverisce e rende più piccola tutta l'Italia »: Ed è difficile non rintracciare immediatamente in questa affermazione un richiamo alla politica leghista, sempre più spesso volta a depauperare l'iden- tità unitaria del Paese additando il Sud solo come terrà di miseria, criminalità e corruzione da "staccare" letteralmente dal corpo della Nazione. «Per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione - si legge ancora nel testo della Cei - occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee e risorse tra le diverse parti del Paese». Secondo i vescovi, dunque, «la prospettiva di riarticolare l'assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d'Italia». Ma essa «potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all'interno di un gioco di squadra». Per i vescovi, «un tale federalismo, solidale, realistico e unitario rafforzerebbe l'unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali, nella consapevolezza dell'interdipendenza crescente in un mondo globalizzato ». Sarebbe questa «una modalità istituzionale atta a realizzare una più moderna organizzazione e ripartizione dei poteri e delle risorse, secondo la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro». Ed anche l'imminente ricorrenza del 150esimo anniversario dell'Unità nazionale «ci ricorda che la solidarietà, unita alla sussidiarietà, è una grande ricchezza per tutti gli italiani, oltre che un beneficio e un valore per l'intera Europa». Insomma, nel complesso la Cei traccia un panorama desolante, che per troppi versi coincide con una realtà amara non solo per i meridionali, ma per tutto il Paese; e di fronte alla quale nel buio della politica, sembra che nessuno sia in grado di trovare soluzioni concrete.            

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