Cronache di liberal

Il bluff di Erdogan

di [24 febbraio 2010]

Per molti in Turchia è ancora l'unico statista possibile, l'unica persona in grado di traghettare il Paese verso la modernità, la piena democrazia da una parte e l'ingresso nell' Unione Europea dall'altro. Ma adesso, dopo tre anni di arresti e inchieste, una fetta della popolazione comincia a chiedersi se Recep Tayyip Erdogan e il suo governo islamico-moderato stiano realmente cercando di tutelarsi da un pericolo che porterebbe alla destabilizzazione della Turchia, o se invece abbiano messo in campo una strategia di aggressione preventiva, per rendere più innocua possibile una parte dello Stato, l'esercito e la magistratura, che spesso ha fatto più opposizione al premier delle altre forze in parlamento. In nome di quel Paese laico fondato nel 1923 da Mustafa Kemal Ataturk.

Il Primo ministro due giorni fa ha parlato di golpe sventato e arresti importanti. Il quotidiano Zaman, vicino alle posizioni dell'esecutivo, ieri mattina scriveva che erano finiti in manette «toccabili e intoccabili», con chiaro riferimento ai 12 alti ufficiali coinvolti nella retata di ieri e fra i quali figurano niente meno che gli ex comandanti delle Forze aeree e delle Forze di mare, Ibrahim Firtina e Ozden Ornek. Eppure quella che dovrebbe essere una grande vittoria per il governo e la stabilità interna del Paese rischia di trasformarsi in un boomerang. A molti è parso che questa volta si sia alzato un po' troppo il tiro, oltrepassato quel limite dopo il quale le forze armate potrebbero anche cercare di reagire, anche se un golpe nel senso classico del termine sembra essere quanto mai improbabile. Le operazioni nelle quali sono coinvolti i 49 arrestati di due giorni fa fanno sorgere più di un dubbio. La prima è l'ormai celeberrima Ergenekon, che sembra essere diventata la madre di tutte le disgrazie che hanno colpito la Turchia negli ultimi anni, soprattutto da quando Recep Tayyip Erdogan ha preso il popubblicato intere. L'accusa rivolta all'organizzazione segreta è quella di aver in mente una precisa strategia della tensione per buttare il Paese nel caos e rovesciare il governo democraticamente e trionfalmente eletto dal popolo nel 2007. Il suo disegno eversivo è innegabile, come pure la lunga serie di fatti di sangue che hanno portato il Paese più di una volta sull'orlo del baratro, dall'omicidio di Don Andrea Santoro alla strage di Malatya, quando tre presbiteriani furono barbaramente trucidati per motivi religiosi.

Dall'uccisione del giornalista armeno Hrant Dink, a quella del giudice del Consiglio di Stato Mustafa Ozbilgin, troppo spesso dimenticato, freddato nel corridoio del Consiglio di Stato stesso da un avvocato islamico per una sentenza emessa contro il velo. Tutti eventi tragici, che hanno una regia e un burattinaio co mune. Ma le ondate di arresti vanno avanti da due anni, gli imputati sono a centinaia, i filoni di processi aperti fino a questo momento sono 3 e le conclusioni ancora non si vedono nemmeno da lontano. Forse perché, come pensano alcuni autorevoli turchi e stranieri, sarebbero molto meno eclatanti del previsto e soprattutto vedrebbero coinvolta solo una minima parte delle decine di militari e magistrati in pensione, accademici e giornalisti coinvolti fino a questo momento. Lascia scettici anche l'operazione Balyoz, il "martello"in turco, che prende le mosse da alcuni documenti top secret pubblicati per intere. tero dal quotidiano Taraf, e che descrivono un piano datato 2003 per sovvertire il primo governo Erdogan, che a quei tempi era stato eletto da pochi mesi. Per attuare questo piano era prevista una serie di atti di sangue, come bombe nelle moschee e dirottamento di aerei di linea. Al momento non è ancora stato dimostrato se i documenti pubblicati da Taraf siano autentici o meno. Non solo. Da quando è uscito in edicola, il quotidiano Taraf, che con poca diplomazia significa "la parte", ha pubblicato una serie di articoli, sempre con materiale esclusivo, tutti contro l'esercito.

E per quanto il quotidiano non abbia risicato critiche anche al governo, questo suo antimilitarismo e il sospetto che dietro ci sia il pensatore islamico in esilio volontario Fetullah Gulen non sono esattamente delle garanzie per l'elettorato che di Erdogan non si fida. Il Capo di Stato Maggiore, generale Ilker Basbug, fino a questo momento ha gestito i rapporti con l'esercito con grande diplomazia, incontrando periodicamente il premier Erdogan e cercando di tenere i toni bassi. Ma quando Taraf ha pubblicato il suo ultimo scoop, ultimo di una lunga serie, tutti piuttosto gravi, ha convocato una conferenza stampa, chiamando fuori le forze armate da ogni tipo di compromissione con questi piani e aggiungendo che qualcuno nel Paese stava facendo di tutto per screditare l'esercito, la cui pazienza stava per giungere al limite. Da quel momento non ha più parlato. Se dunque con le forze armate i rapporti non sono sereni anche con la magistratura vanno piuttosto male, soprattutto negli ultimi giorni. Giovedì scorso infatti, Ilhan Cihaner, Capo della Procura di Erzurum, è finito in manette, con l'accusa di essere anche lui un membro di Ergenekon. Nonostante l'appello di molti giuristi e magistrati perché il Procuratore capo fosse rilasciato, la seconda corte criminale di Erzurum ne ha convalidato l'arresto. Questo ha spinto a un gesto senza precedenti. L'Hsyk, il Consiglio per la ma- gistratura turco, è intervenuto direttamente, rimuovendo Osman Sanal, che aveva predisposto l'arresto di Cihaner, dal suo incarico. Sulla stampa nazionale nei giorni seguenti si è diffusa la notizia che il Capo della Procura stesse in realtà indagando su alcune organizzazioni islamiche eversive, il che ha gettato nuovi dubbi sul suo arresto. La reazione del governo islamico-moderato comunque non si è fatta attendere. Il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, noto per essere uno degli esponenti della corrente più conservatrice del partito islamico-moderato al governo (Akp), ha definito l'intervento dei magistrati «illegale, che non tiene conto di quanto scritto nella Costituzione e nel Codice di procedura penale».

Il Presidente della Repubblica Abdullah Gul, che ha lo stesso passato islamico di Erdogan, ha auspicato una riforma della Giustizia "in fretta". Esternazioni alle quali ha fatto seguito da parte dell'Hsyk un richiamo a una maggiore oggettività rivolto al Capo dello Stato. In effetti a molti l'obiettivo di Erdogan sembra quello: cambiare la Costituzione, limitare il potere di militari e magistrati e continua- re a governare il Paese senza più ostacoli. Non è un caso che il premier, due giorni fa, dopo aver detto che era stato sventato un golpe, ha aggiunto che era pronto a sottoporre il pacchetto di riforme a referendum nel caso, probabile, che non passi la prova del Parlamento. In una Turchia sempre più nervosa, dove l'opposizione spera nel voto anticipato e si va avanti a spallate. Bloccare Erdogan con il voto democratico, costringendolo a un governo di coalizione sarebbe già una vittoria importante. Con l'esercito e la magistratura fuori gioco l'unica possibile.    

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