Cronache di liberal

Bertoladri & Sciacalli

di Errico Novi [20 febbraio 2010]

Bastano pochi elementi. Una mattinata qualsiasi a Montecitorio, trascorsa tra insulti, grida e rivendicazioni assurde. Un Consiglio dei ministri che partorisce non un disegno di legge sulla corruzione ma una semplice promessa di intervento. Un decreto legge sulla Protezione civile che ha ben poco di costruttivo al proprio interno, se non la dichiarazione che le emergenze per i rifiuti a Napoli e il terremoto in Abruzzo sono concluse. E un governo che viene giustamente battuto dopo aver detto, cosa che ha dell'incredibile, no a tre ordini del giorno, due del Pd e uno dell'Udc, che semplicemente propongono di restituire un minimo di dignità alle carceri e di ripristinare la black list delle aziende in odore di mafia. Basta questo a descrivere una brutta giornata per la classe politica, quella stessa che con buona premonizione il presidente del Consiglio sente minacciata «nel suo insieme», almeno da quando le inchieste sul G8 hanno turbato Gianni Letta.

Soprattutto colpisce l'ostinazione con cui buona parte dei deputati si abbandona al solito scaricabarile. Il dibattito che precede il voto finale su decreto emergense (approvato con 282 sì e 246 no e ora al vaglio definitivo del Senato) è infatti un festival di accuse reciproche. Nel giorno in cui il presidente della Repubblica vorrebbe solo apprezzare «il positivo confronto tra maggioranza e opposizione che ha evitato il ricorso al voto di fiducia », Montecitorio fa di tutto per deludere comunque il Quirinale. Tra gli insulti più imprevedibili c'è quello del dipietrista naif Franco Barbato, che dà dei «bertoladri» a tutti i colleghi di maggioranza. Dall'altra parte rispondono con la bandierina del bolognese Delbono. E il meno che possa succedere è che il capogruppo del Pd Fabrizio Cicchitto concluda il suo intervento con un passaggio sulla Campania dove, dice, «ci siamo misurati con la storia del vostro fallimento nazionale e regionale, a queal solito anziché fermarsi a riflettere. Nella migliore delle ipotesi, e in questo caso è sempre all'intervento dell'incolpevole Cicchitto che si va a finire, ci si produce comunque in un eccesso di vittimismo. «Respingiamo questo vizio assurdo che c'è tragicamente in Italia, per cui gli uomini migliori devono essere distrutti e massacrati ». È un po' un'iperbole, anche se non c'è dubbio che contro il capo della Protezione civile l'Italia dei valori e il Pd mettano in scena un processo ingiusto. Così è difficile storcere il naso quando lo stesso Cicchitto esprime al sottosegretario inquisito la solidarietà del Pdl e tutti i deputati della maggioranza esplodono in un'ovazione da stadio.

La cattiveria non è solo nelle consuete carinerie di Antonio Di Pietro, che spreca addirittura una nota ufficiale per dire che il dipartimento di Bertolaso non può più essere l'ufficio «degli appalti e delle mazzette». Sorprende di più che un leader ragionevole come Pier Luigi Bersani si rivolga allo stesso capo della Pro- tezione civile con un intimidatorio «vola basso». Casus belli è l'intervista a Panorama in cui il sottosegretario coinvolge il capo democratico in una metafora un po' casuale («chi ci va a spalare, Bersani?»). L'interessato chiede «più umiltà e meno arroganza» perché lui a quindici anni «andava a spalare a Firenze».Tutti puntigliosi. È decisamente meno digeribile, rispetto alla retorica di Cicchitto, quella con cui Dario Franceschini fa un lungo elogio dei volontari della Protezione civile «che anche senza maglione blu» danno l'anima senza chiedere nulla in cambio. Cosicché quando il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi, chiusa la camera di consiglio, comunica all'imputato Bertolaso che «noi la riteniamo politicamente colpevole per aver trasformato il suo dipartimento in una macchina di potere», il tutto suona come una carezza. Ci si accusa. Punto. C'è poco altro, in una mattinata che pure Giorgio Napolitano si sforza di considerare «un precedente significativo per una auspicabile evoluzione dei rapporti tra i diversi schieramenti che conduca al pieno rispetto e alla valorizzazione del ruolo del Parlamento». Finisce che il pomeriggio si trasforma nell'overtime di una brutta giornata, con le accuse al governo di aver usato l'annunciata legge sulla corruzione come uno spot. A impegnarsi sul dossier sono soprattutto le democratiche Anna Finocchiaro e Marina Sereni. Con un atteggiamento più costruttivo l'Udc invece mette in cantiere a sua volta altre proposte per integrare l'eventuale ddl governativo, rimasto un po' per aria nel Consiglio dei ministri. È Pierluigi Mantini a spiegare che «punto centrale della proposta è l'attribuzione all'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici del potere di segnalare direttamente alle stazioni appaltanti e alle magistrature competenti i casi più gravi di omissione o distorsione delle normative sugli appalti, anche per i cosiddetti grandi eventi».

Molto convincente è soprattutto l'idea di «considerare le più gravi violazioni come danno erariale, con responsabilità penale per i funzionari» dal momento che «la violazione della concorrenza determina comunque un danno grave all'efficienza dei mercati». Non è il solo aspetto che qualifica positivamente il ruolo dei centristi in un dibattito comunque deprimente. In uno degli ordini del giorno approvato a Montecitorio prima del voto finale, Roberto Rao, Michele Vietti e Lorenzo Ria mettono in minoranza il governo sull'impegno «ad adottare una politica carceraria che contenga il sovraffollamento, attraverso la riduzione dei tempi di custodia cautelare, la rivalutazione delle misure alternative al carcere e la riduzione delle pene di lieve entità». È sorprendente che l'Esecutivo neghi il proprio parere favorevole (pagando oltretutto anche un prezzo elevato) perché si tratta delle proposte minime su cui il Guardasigilli Alfano si dice da tempo d'accordo persino con l'Associazione magistrati. Su proposte simili, e su una in cui si chiede di ripristinare la "black list" delle imprese infiltrate dalla mafia, il governo viene sconfitto su iniziativa del Pd, e anche stavolta è impossibile capire perché si sia esposto al colpo, se non nell'ambito di una rissa sempre più insensata. In questo quadro Berlusconi non riesce a nascondere il proprio affanno, che non gli sottrae comunque le energie per rivolgere un brusco "prego si accomodi"al dimissionario Nicola Cosentino e per invocare «qualcun altro con cui parlare » al termine di un concitato confronto con gli altri parlamentari campani del Pdl.

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