Cronache di liberal

Assedio al metodo Letta

di Errico Novi [19 febbraio 2010]

Gianni Letta è molte cose insieme. Formalmente ha l'incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio solo perché nell'aprile del 2008 ci fu un veto leghista su di lui. Avrebbe dovuto assumere l'incarico di vicepremier, ma Umberto Bossi pose la sua condizione per il tramite di Roberto Calderoli: via libera solo se di vice se ne fanno due, e uno va al Carroccio. Resta così in piedi un equivoco nominale, perché Letta è molto più di un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «È il vero presidente », disse dopo la vittoria del 2001 lo stesso Berlusconi. «È quello che lavora più di tutti». Se sulla seconda affermazione non ci sono dubbi, viene spesso il sospetto che in questi dieci anni sia divenuta vera anche la prima. E che a Silvio spetti da sempre un ruolo da "front man", la cui sostanza politica è però nelle mani del suo inseparabile braccio destro.

A pensarci bene Letta è la vera politica berlusconiana di questi anni. Uno stile in cui c'è prima di ogni cosa l'anelito instancabile ad accontentare tutti. I grandi poteri ma anche gli interlocutori meno blasonati. Berlusconi fa fuoco e fiamme, minaccia sempre di cambiare il Paese dalla testa ai piedi e di farlo senza riguardo per i quarti di nobiltà.Poi però non procede, perché quella macchina misteriosa che è la politica, e il governo della cosa pubblica, esercita su di lui un magnetismo ambivalente, di attrazione e repulsione allo stesso tempo. Così, nell'immobile dubbio del Cavaliere, ci deve essere uno che di politica alla fine si occupa, e che lo faccia in modo da non creare conflitti con quell'energia misteriosa che i poteri sprigionano. Di fronte a un'inchiesta come quella sul G8, con relative ramificazioni aquilane, in cui lo stesso Berlusconi vede il marcio e ordina di ripulirlo via, tutti sono potenzialmente colpevoli, per il Cavaliere, di «aver prestato il fianco ai giudici e alla sinistra », secondo un'espressione a lui riferita. Tutti, tranne Gianni. «Gianni non si tocca, se cade lui viene giù tutto». Eppure non c'è nulla di più incompatibile tra i fuochi pirotecnici del Berlusconi guerrigliero e la mite, paziente, diplomatica tela tessuta giorno dopo giorno da Letta proprio con i bersagli sotto il tiro del premier.Tante volte Silvio sembra l'iperbole, e Gianni la realtà. E se la realtà non stesse dalla parte del secondo, si può star ancerti che il primo l'avrebbe disconosciuto assai prima dell'avviso di garanzia a Bertolaso.

Se proprio si pretende una prova ulteriore, basta rileggere le frasi pronunciate da Berlusconi nelle ultime quarantott'ore. Soprattutto quel «merita il Quirinale ». Ambizione che pure tante volte è stata attribuita al Cavaliere: ma evidentemente il legame avvertito con Letta è così indissolubile da spingere il premier a dividere tutto, anche il prestigio istituzionale più alto. Nonostante quella così netta diversità di approccio, che d'altra parte fa del sottosegretario l'unico, vero alter ego del premier. «Non c'è dubbio che Letta sia portato a cercare di smussare gli angoli, a comporre, a portare avanti insomma un certo tipo di politica che non è quella di Berlusconi, il cui tratto distintivo è il piglio decisionista », commenta con liberal Augusto Barbera. A proposito delle molte cose che Letta è, di cui si parlava all'inizio, il costituzionalista ricorda come al consigliere di Berlusconi siano toccati «due settori molto delicati, travolti da altrettante bufere: quella sui servizi segreti, da cui Letta è uscito egregiamente, e questa sulla protezione civile: e anche stavolta, visti gli addebiti rivolti a Bertolaso che paiono piuttosto deboli, credo che il sottosegretario ne verrà fuori».

Sono pochi a dubitarne. Di solito Antonio Di Pietro si abbandona a strepiti degni di una erinni ogni volta che Berlusconi reagisce a un'offensiva giudiziaria. Nel caso di Letta ha invece mantenuto un insolito contegno: «Vediamo prima cosa effettivamente si contesta a Bertolaso», si è limitato a dire. Perché certo, la sorte del grand commis di Palazzo Chigi appare ora fortemente connessa a quella del capo della Protezione civile. Uno dei tratti caratteristici del Letta vicepremier, o alter ego del premier, è quella di investire con sicurezza e decisione su poche figure di as- soluta affidabilità. Rapporti distesi e cordiali, costruttivi anche, con tutti: quando per esempio la Fiat diventa il nemico numero uno di un ministro come Scajola e in qualche modo di tutto il governo, Letta è l'unico canale diplomatico sempre aperto. Rapporti con tutti, ma fiducia totale in pochi. Se una rete di Letta esiste, è questa, è la rete dei Bertolaso, non quella dei miserabili che ridacchiano sulle macerie del terremoto. In libreria c'è da qualche settimana Gianni Letta, biografia non autorizzata scritto da due giornalisti, Giusy Arena e Filippo Barone. Non è un libro agiografico, ed è comprensibile che in queste ore non circolino solo articoli di carattere celebrativo, sul braccio destro di Berlusconi. Eppure se una responsabilità può essere addebitata, a Letta, è nella disponibilità a discutere con tutti, anche a negoziare con le parti avverse. Le dimostrano le stesse intercettazioni in cui compaiono lui e Bertolaso: il quale per esempio si lamenta, a proposito di una procedura d'infrazione avviata dall'Unione europea per il G8 alla Maddalena e le relative controindicazioni ambientali, che «in ambasciata ci sono ancora quelli messi da Pecoraro, che la Prestigiacomo non è an cora riuscita a sostituire». Ecco, casomai è questo il rimprovero che in questi anni Letta si è sentito spesso rivolgere: troppi posti- chiave lasciati ai nemici, troppe eccezioni liberali al ferreo mantra dello spioil system. Gliene cantò di brutte Renato Brunetta a Gubbio, nel settembre 2005: «Basta con Gianni Letta, basta con Ciampi, con le mediazioni: Forza Italia deve ricominciare a fare politica a viso aperto ». Invece lui, Letta, sarebbe quello che cuce e ricuce lontano dai riflettori.

Tutto sta a comprendere se questo modo di gestire il potere faccia o no comodo a Berlusconi.Tutto fa pensare che gli serva eccome. Ieri Letta ha accompagnato il presidente del Consiglio prima nel pranzo di lavoro con Gianfranco Fini, da cui sono venute fuori scelte politiche importanti come l'accordo con l'Udc in Campania e le relative dimissioni «da tutto» di Cosentino.Poi alle celebrazioni per l'anniversario della firma dei Patti Lateranensi a Palazzo Borromeo, sede dell'ambasciata d'Italia presso la Santa sede e luogo del primo incontro tra il capo del governo e il sottosegretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone dai tempi del caso Boffo. «Contro Letta c'è stata solo barbarie e inciviltà», dice il Cavaliere. Ora sono in pochi a seguirlo nell'investitura per la presidenza della Repubblica, e anzi Bersani gliela contesta, perché «al Colle ne abbiamo già uno eccellente». Ma è certo che non saranno molti a infierire contro il sottosegretario. Al massimo qualcuno obietterà che lui gode di un salvacondotto infrangibile dovuto alla solita pratica della mediazione. Ma a pochi converrebbe sostenere che mediare equivale a manipolare e a corrompere. Sarà che «se colpiscono Gianni, vuol dire che casca un'intera classe dirigente, anche quella di sinistra», come dice Berlusconi. Ma in tempi del genere, in cui anche una figura immacolata come quella di Bertolaso ondeggia nella bufera, sono in pochi a riscuotere un così generale rispetto.   

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