Un pasticcio “federalista”
di Errico Novi
[05 febbraio 2010]
Alla fine è successo. Il tema del nucleare entra con
tutto il portato dei suoi retropensieri nella campagna elettorale
per le Regionali. A spingere l'ultimo pulsante è il
Consiglio dei ministri, in particolare il responsabile dello
Sviluppo economico Claudio Scajola che parla al termine della
riunione di Palazzo Chigi: «Si è deciso di impugnare
davanti alla Consulta le leggi regionali di tre amministrazioni,
Puglia, Campania e Basilicata, che impediscono l'installazione di
impianti nucleari». Scelta inevitabile «in punta di
diritto», dice Scajola, perché i provvedimenti
contestati «non riconoscono l'esclusiva competenza dello
Stato in materia di tutela dell'ambiente, sicurezza interna e
concorrenza». Ma soprattutto perché «non
impugnarle avrebbe costituito un precedente pericoloso: si potrebbe
indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla
localizzazione di infrastrutture necessarie per il
Paese».
Il contrattacco dunque serve a riaffermare un
principio, soprattutto a evitare che leggi anti-atomo possano
diffondersi a macchia d'olio in altre parti d'Italia. Va
scongiurato insomma il pericolo che il fronte del no al nucleare,
in assoluto non eliminabile, scelga la via legislativa come
strumento di lotta. Strategia dissuasiva che però innesca le
immediate accuse di «fascismo» da parte della sinistra
radicale, appena sfumate nell'aggetivo «autoritario » a
cui ricorre il Wwf e nella «ritorsione» evocata dal Pd,
con Ermete Realacci («ed è pure debole»), ma
soprattutto da Emma Bonino. Che nel merito la ragione stia dalla
parte dell'Esecutivo è difficile negarlo: ma con il metodo
dell'offensiva al posto della concertazione si rischia di far
saltare subito il tavolo, e di contribuire ad alimentare gli
allarmismi. Peraltro un contenzioso tra Stato e Regioni sulla legge
che stabilisce il ritorno all'atomo è già in corso,
come ricorda uno dei governatori ricorrenti, Antonio Bassolino:
«Se ne discuterà il 22 giugno davanti alla Corte
costituzionale, sono 11 le amministrazioni regionali ad aver
aderito all'iniziativa ». Così proprio mente il
governo si prepara al varo definitivo della delega
sull'individuazione dei siti e dell'Agenzia per la sicurezza
nucleare (per la cui direzione si parla di Umberto Veronesi, e ieri
dallo staff del luminare è arrivata un mezzo sì) il
dossier viene consegnato nelle mani della più banale
retorica populista.
Non a caso a navigare con sicurezza nelle agitate acque
della politica energetica è il campione del populismo di
sinistra, Nichi Vendola: «La Puglia sarà la regione
più disobbediente ». Antonio Di Pietro
comincerà oggi la raccolta delle firme contro la
realizzazione dei reattori (prima pietra nel 2013, regime al 50 per
cento per il 2020). È comprensibile la preoccupazione di un
sindacato moderato come la Cisl: «Bisogna evitare che il tema
delicato del nucleare si trasformi in una contesa sterile,
soprattutto in campagna elettorale, tra governo centrale e
Regioni», dice il segretario confederale per le politiche
dell'energia Gianni Baratta. Nel suo intervento, tra i pochi non
appesantiti dalla faziosità, c'è sia la critica per i
paladini del no a tutti costi che un malcelato sconcerto per i
tempi scelti dal governo: «Serve più equilibrio e un
atto di responsabilità da parte di tutti, ci dispiace che un
tema importante per famiglie e imprese come il futuro energetico
dell'Italia sia diventato terreno di scontro ideologico».
Purtroppo così è: l'assessore all'Ambiente
del Lazio, il democratico Filiberto Zaratti, ne approfitta per
infliggere un colpo alle gambe a Renata Polverini: «Chi vota
per lei appone automaticamente la propria firma alla realizzazione
di una centrale nucleare nella propria Regione, sia essa a Montalto
di Castro, a Borgo Sabotino o altrove». Ecco i discorsi che
si rischia di dover registrare da qui al 28 marzo: un uso
ideologico e inappropriato della politica energetica come randello
elettorale. Nessuno dubita che lo stile della Bonino sarà
più serio, lo si è visto anche ieri quando la
candidata radicale si è piuttosto soffermata sul
«progetto senza futuro, costoso, che nasce già
vecchio» sostenuto da Scajola e, con qualche ragione, sulla
scarsa coerenza tra l'atteggiamento conflittuale esibito dal
ministro e la supposta vocazione al decentramento: «Il
governo mostra la sua vera faccia, altro che federalismo: compie un
semplice atto di prepotenza, l'energia è materia
concorrente».
Il ministro può ribattere che in gioco ci sono
la sicurezza interna (che vuol dire anche autosufficienza
energetica) e la concorrenza, materie che anche il sempre
più inefficace Titolo V della Carta attribuisce in via
esclusiva allo Stato. Ma l'oggetto del contendere c'è
eccome, può ricordarlo lo stesso Bassolino che si produce in
precisazioni da eminente giurista e che d'altronde difende una
legge regionale in cui si parla di «necessario accordo»
tra governo nazionale e locale. L'esito dell'impugnazione
annunciata ieri da Scajola insomma non è così
scontato. E come se non bastasse si apre la strada a polemiche
strumentali, come pure le definiscono Raffaele Fitto, co-promotore
dell'iniziativa, e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. In
grande affanno sono i candidati del Pdl alla presidenza delle
Regioni ammutinate, a cominciare da Rocco Palese subito bersagliato
dai vendoliani. E nel frattempo il clima da conflitto aperto induce
il Consiglio dei ministri a congelare l'avvicendamento tra Stefano
Saglia e Daniela Santanchè nel ruolo di sottosegretario con
delega all'Energia. Non è aria di nomine glamour.
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