Cronache di liberal

Potevano scegliere fra il disonore

e la guerra. Hanno scelto

il disonore, e avranno la guerra

Winston Churchill

Senza più alibi

di Errico Novi [04 febbraio 2010]

Passa il legittimo impedimento alla Camera, e ci sarebbe di che compiacersi, vista l'inconcludenza esibita finora dalla legislatura sul tema della giustizia. A suscitare avvilimento è casomai il permanere delle polemiche: quasi tutti esasperano il versante ideologico della propria posizione sulla norma; gli antibersaniani del Pd traggono spunto dall'astensione dell'Udc per dichiarare «l'impraticabilità » dell'accordo cercato dal segretario; Di Pietro non sorprende nessuno con le solite battute sul piduismo di regime. Insomma le bandiere sventolano dispettose l'una dinanzi all'altra e a guardare così la scena non sembra intravedersi l'obiettivo finale, ossia il superamento della questione giudiziaria. Se non altro perché essa consiste proprio nella manipolazione ideologica delle vicende giudiziarie, piuttosto enfatizzata dal voto di ieri (approvazione in prima lettura, ora il testo sul legittimo impedimento va a Palazzo Madama dove difficilmente resterà immacolato). Ma se non si provvede a «disinnescare la guerra civile» mai si potrà passare dalle «inevitabili forzature della politica rispetto alla magistratura» a «un contesto normale, dove si afferma il primato dell'equilibrio costituzionale », come dice Filippo Facci, uno dei tre commentatori interpellati da liberal.

Quesito di fondo: quale delle priorità evocate negli ultimi tre giorni di dibattito sulla giustizia (oltre che sulla legge firmata da Enrico Costa) viene innanzi a tutto? Il primato della magistratura richiamato con vari gradi d'intensità da Pd e Idv? Il primato del popolo a cui si appella il Pdl nel pretendere la tutela del premier rispetto alle interferenze processuali? O viene prima l'urgenza di sgombrare il campo dalla quasi ventennale guerra civile tra politica e magistratura, come sostiene l'Udc? Seppure in modo non sempre esplicito, tutti e tre i commentatori chiamati in causa, gli altri due sono Lanfranco Pace e Francesco Verderami, propendono per la terza opzione. Ma l'unico a dichiararsi in modo netto è l'analista del Foglio: «Non sono un tifoso di Pier Ferdinando Casini ma in questo caso gli vanno riconosciute ragionevolezza e lucidità. La disfunzione di sistema peraltro dovrebbe essere chiara, evidente a tutti, e le rivendicazioni, i proclami ideologici, non dovrebbero trovare spazio».

Né su un fronte né sull'altro, secondo Pace. «Non è possibile che una carica istituzionale debba passare il tempo a difendersi da accuse che riguardano fatti precedenti alla sua elezione. Si trattasse di tradimento alla Repubblica sarebbe un conto, ma sul resto la guarentigia è normale, tanto più che si tratta semplicemente di sospendere e rinviare i processi, non di annullarli». Ma qui c'è altro, e Pace lo sa, lui che della Repubblica ha conosciuto e persino vissuto le sue vicende più contraddittorie: qui il giustizialismo allude sempre, con tendenziosa ostinazione, al grande inganno portato da Berlusconi all'opinione pubblica italiana, grande inganno che può essere smontato solo inchiodando pubblicamente il Cavaliere alle sue responsabilità, penali ovviamente. «E no, perché se davvero lui è il pifferaio magico vuol dire che gli italiani si fanno incantare perché sono dei topi... e comunque l'incanto non si spezza certo se si buca il palloncino di Berlusconi. È che la sinistra giustizialista vuole l'atto di contrizione alla Kohl, lo pretendeva da Craxi e continua a pretenderlo oggi dal premier». Non vale però nemmeno il proclama ideologico sul primato del popolo, sventolato dal Pdl: «C'è ipocrisia, visto che quel primato davvero si affermerebbe se la magistratura inquirente fosse scorporata da quella giudicante e regolata da un potere di controllo superiore. E invece non lo si fa».

È il profilo che avvicina il disincanto di Pace alla critica di Verderami per una politica che non diventa mai democrazia deci- dente. Perché anche l'analista del Corriere della Sera punta l'indice sulla «comune responsabilità rispetto alla cancellazione del vero primato: quello della Costituzione che indica, nel suo spirito originario, confini precisi tra il potere politico e l'ordine giudiziario. Dal 1992 quel principio è stato distrutto e nessuno ha provveduto a porvi rimedio». È una tesi in ogni caso originale, perché sottrae lo scontro sulla giustizia alla solita ripartizione tra perseguitati e forcaioli e mette in discussione la volontà di voler davvero uscire dalla guerra civile. «Nessuno può armarsi la mano e scagliare pietre: da una parte c'è chi ha pensato di "fare cassa" con il giustizialismo, salvo fare i conti con l'intrusione berlusconiana, dall'altra c'è la scelta di provvedimenti emergenziali al posto di un piano organico di riforma della giustizia». È vero, dice Verderami, che «bisogna lasciar governare il presidente del Consiglio e assicurargli quelle guarentigie che fanno parte dell'atto costitutivo della Repubblica, che erano cioè nella Costituzione del 1948; ed è vero che di quella Costituzione si fregiano tutti, compresi i magistrati che hanno lasciato le aule all'inaugurazione dell'anno giudiziario; ma è anche vero che Berlusconi dichiarò nell'ormai lontano novembre 2008 di voler fare assieme il federalismo e la riforma della giustizia; e che la seconda non ha ancora visto la luce, tanto da irrobustire il sospetto, di cui ho scritto in questi giorni, che essa faccia parte di un'assai più ampia trattativa».

Il primato dovrebbe essere della Costituzione e su questo è d'accordo anche un altro notista come Filippo Facci. Delle posizioni di entrambi si può dire che riconoscano nelle leggi come il legittimo impedimento una funzione di «strumento indispensabile » per ricondurre il contesto alla normalità.Verderami e Facci non dicono esplicitamente ma in qualche modo riconoscono che la ricerca di una via, seppur forzata, da parte dell'Udc per uscire dal campo minato dei conflitti è doverosa. Ma alla fine dei conti il commentatore di Libero è assai pessimista: «Dovremmo immaginare di partire dal punto B, cioè dal primato del popolo, o meglio della politica, che con una forzatura mette in campo il punto C, cioè disinnesca la guerra civile con la magistratura, in modo che si possa tornare al punto A, ossia al primato non tanto della magistratura quanto dell'equilibrio costituzionale. Ma il fatto è che io sono scettico sull'efficacia delle forzature con cui si cerca di aprire la strada, perché in Italia puntualmente queste hanno respiro breve: alla fine c'è sempre la giurisprudenza che riporta tutto al punto iniziale, cioè a una subordinazione della politica rispetto alla magistratura ».Tutto è impossibile e relegato al campo del potere conteso, che, dice Facci, «in questi anni è sempre stato strappato a morsi. Esagero forse, se dico che la magistratura non va cambiata ma abbattuta». Forse esagera, Facci. Perché se ci si rassegna a questo si ricade, a lume di naso, sempre nel cosiddetto punto A, in cui l'Italia è ferma da quindici anni.   

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