Le bugie di Artemidoro
di Gabriella Mecucci
[13 febbraio 2010]
Artemidoro fu uno dei più grandi viaggiatori e geografi
dell'antichità, ma noi conosciamo le sue avventure
perché altri hanno interpretato e trascritto i suoi papiri,
le testimonianze dirette sono quasi del tutto sparite. Il racconto
vero si intreccia così con quello dei falsari. E al fascino
del viaggio, si aggiunge quello oscuro e labirintico delle
menzogne.Tutto questo intrigato percorso viene ricostruito da
Luciano Canfora in Il viaggio di Artemidoro.Vita e avventure
del grande esploratore dell'antichità (Rizzoli, 346
pagine, 18,50 euro). Ma andiamo per ordine. Le terre che raggiunse
Artemidoro le conosciamo attraverso Marciano: degli undici libri
scritti dal grande geografo, restano solo alcuni frammenti. Dove
andò, dunque? Fece sicuramente il periplo del Mediterranneo
(mare interno), ma raggiunse anche l'Oceano (mare esterno).
Cominciamo dal primo. Il Mediterraneo orientale, all'epoca, non era
controllato pienamente da Roma: la Siria era ancora un regno
indipendente, ancorché in pieno declino, e altrettanto
può dirsi dell'Egitto; Mitridate incombe molto da presso,
per non parlare dello strapotere dei pirati, soprattutto dell'area
contesa tra Cipro, Creta, la Cicilia e la Siria. Persino a
Occidente la «presa» romana dell'area mediterranea
faceva acqua da tutte le parti, se si considera la facilità
con cui i Cimbri e i Teutoni avevano sfondato (118 a.C.) nella
recentissima provincia della Gallia Transalpina, arrivando fino a
Vercelli e dilagando nella pianura Padana. Per quanto riguarda poi
la Spagna, i romani erano ben lungi dal controllare l'intera
Lusitania (oggi in larga misura coincide col Portogallo), mentre la
parte settentrionale della penisola iberica era «terra
incognita». Secondo Artemidoro poi le colonne d'Ercole non si
trovano nello stretto di Gibilterra, ma fra l'isola di Gades e la
costa spagnola, già in pieno oceano Atlantico. Conosceva,
inoltre, una parte importante del versante spagnolo che affaccia
sull'oceano. Insomma anche il mare esterno gli era tutt'altro che
ignoto. Ma Artemidoro si spinse anche verso la Siria, l'Egitto,
altri punti del Nord Africa, il Mar Rosso, il Mar Nero, l'Arabia e
la Trogloditica (zona costiera antistante all'Arabia). Sembra che i
suoi scritti, ripresi da altri, raccontassero anche di animali e
persone non direttamente incontrate da lui. «Artemidoro ha
parlato di serpenti della lunghezza di trenta cubiti» -
scrive con ironia Strabone - «in grado di avere la meglio su
elefanti e tori, ed è stato per così dire moderato: i
serpenti indiani sono ancora più favolosi, per non parlare
di quelli libici, sul cui dorso si favoleggia che cresca
addirittura l'erba». Un ricco bestiario più o meno
fantatistico, più o meno credibile fa parte degli 11 libri
di Artemidoro. In Trogloditica è sicuro di aver incontrato
un kameloèpardalos, a metà fra il cammello e
il leopardo. L'Egitto e l'Etiopia poi - secondo il nostro
esploratore, riportato da Strabone - pullulano di elefanti e leoni
detti formiche: questi hanno i genitali al contrario, la pelle
color oro e la chioma folta dei leoni di Arabia. Queste descrizioni
appaiono discretamente incredibili e del resto riguardano il
bestiario di terre che di per loro venivano vissute come
mirabolanti. Figurarsi se non poteva venire la tentazione di
calcare un po' la mano sugli animali. Perché Artemidoro
inserì in un'opera fondata sull'osservazione diretta dei
luoghi e dei popoli, parti e osservazioni su cose non viste
direttamente da lui quali le mirabiliadi Gabriella Mecucci
della Trogloditica. In omaggio forse a un'idea di completezza del
disegno dell'ecumene, che lo portava ben oltre l'orizzonte del
periplo? Questa scelta espose però la sua opera, così
critica verso i suoi predecessori per gli eccessi fantastici, a
critiche molto simili. Le cose stanno comunque così:
all'inizio Artemidoro era molto sobrio e credibile nel racconto, ma
poi anche lui, come gli altri, tralignò. In realtà
egli non raggiunse né le isole del sole, né Tapro
rtemidoro fu uno dei più grandi viaggiatori e geografi
dell'antichità, ma noi conosciamo le sue avventure
perché altri hanno interpretato e trascritto i suoi papiri,
le testimonianze dirette sono quasi del tutto sparite. Il racconto
vero si intreccia così con quello dei falsari. E al fascino
del viaggio, si aggiunge quello oscuro e labirintico delle
menzogne.Tutto questo intrigato percorso viene ricostruito da
Luciano Canfora in Il viaggio di Artemidoro.Vita e avventure
del grande esploratore dell'antichità (Rizzoli, 346
pagine, 18,50 euro). Ma andiamo per ordine. Le terre che raggiunse
Artemidoro le conosciamo attraverso Marciano: degli undici libri
scritti dal grande geografo, restano solo alcuni frammenti. Dove
andò, dunque? Fece sicuramente il periplo del Mediterranneo
(mare interno), ma raggiunse anche l'Oceano (mare esterno).
Cominciamo dal primo. Il Mediterraneo orientale, all'epoca, non era
controllato pienamente da Roma: la Siria era ancora un regno
indipendente, ancorché in pieno declino, e altrettanto
può dirsi dell'Egitto; Mitridate incombe molto da presso,
per non parlare dello strapotere dei pirati, soprattutto dell'area
contesa tra Cipro, Creta, la Cicilia e la Siria. Persino a
Occidente la «presa» romana dell'area mediterranea
faceva acqua da tutte le parti, se si considera la facilità
con cui i Cimbri e i Teutoni avevano sfondato (118 a.C.) nella
recentissima provincia della Gallia Transalpina, arrivando fino a
Vercelli e dilagando nella pianura Padana. Per quanto riguarda poi
la Spagna, i romani erano ben lungi dal controllare l'intera
Lusitania (oggi in larga misura coincide col Portogallo), mentre la
parte settentrionale della penisola iberica era «terra
incognita». Secondo Artemidoro poi le colonne d'Ercole non si
trovano nello stretto di Gibilterra, ma fra l'isola di Gades e la
costa spagnola, già in pieno oceano Atlantico. Conosceva,
inoltre, una parte importante del versante spagnolo che affaccia
sull'oceano. Insomma anche il mare esterno gli era tutt'altro che
ignoto. Ma Artemidoro si spinse anche verso la Siria, l'Egitto,
altri punti del Nord Africa, il Mar Rosso, il Mar Nero, l'Arabia e
la Trogloditica (zona costiera antistante all'Arabia). Sembra che i
suoi scritti, ripresi da altri, raccontassero anche di animali e
persone non direttamente incontrate da lui. «Artemidoro ha
parlato di serpenti della lunghezza di trenta cubiti» -
scrive con ironia Strabone - «in grado di avere la meglio su
elefanti e tori, ed è stato per così dire moderato: i
serpenti indiani sono ancora più favolosi, per non parlare
di quelli libici, sul cui dorso si favoleggia che cresca
addirittura l'erba». Un ricco bestiario più o meno
fantatistico, più o meno credibile fa parte degli 11 libri
di Artemidoro. In Trogloditica è sicuro di aver incontrato
un kameloèpardalos, a metà fra il cammello e
il leopardo. L'Egitto e l'Etiopia poi - secondo il nostro
esploratore, riportato da Strabone - pullulano di elefanti e leoni
detti formiche: questi hanno i genitali al contrario, la pelle
color oro e la chioma folta dei leoni di Arabia. Queste descrizioni
appaiono discretamente incredibili e del resto riguardano il
bestiario di terre che di per loro venivano vissute come
mirabolanti. Figurarsi se non poteva venire la tentazione di
calcare un po' la mano sugli animali. Perché Artemidoro
inserì in un'opera fondata sull'osservazione diretta dei
luoghi e dei popoli, parti e osservazioni su cose non viste
direttamente da lui quali le mirabiliadi Gabriella Mecucci
della Trogloditica. In omaggio forse a un'idea di completezza del
disegno dell'ecumene, che lo portava ben oltre l'orizzonte del
periplo? Questa scelta espose però la sua opera, così
critica verso i suoi predecessori per gli eccessi fantastici, a
critiche molto simili. Le cose stanno comunque così:
all'inizio Artemidoro era molto sobrio e credibile nel racconto, ma
poi anche lui, come gli altri, tralignò. In realtà
egli non raggiunse né le isole del sole, né Tapro
traffatto e che si limitava a riferire solo su Cefalonia. Si
trattava di un'operazione truffaldina che anticipava di poco quella
su Artemidoro. Per realizzare quest'ultima occorse molto
tempo e non mancarono le difficoltà. Basti dire che
Simonidis in Gemania venne persino arrestato. Ma, abile come era,
riuscì a uscire dalle sue innumerevoli disavventure
abbastanza bene. Alla fine incappò però in un
incidente che lo inchiodò alle sue responsabilità.
Mentre, dopo lungo e attento lavoro, esibiva il suo pseudo
Artemidoro, qualcuno notò che qualcosa non andava. Il
documento indicava infatti la distanza fra Gades e il Promontorio
degli Artabri in 6464 stadi. Per fare un miglio occorrono 8 stadi.
La misura fornita risultava quindi identica a quella fornita da
Plinio che la indicava in 891 miglia che, moltiplicata per otto,
dava un numero vicino a quel 6454. In realtà l'891 era
completamente sbagliato perché tratto da un'edizione
pliniana difettosa. In realtà Plinio aveva tratto - dicono
le fonti - la distanza fra Gades e il Promontorio da Artemidoro
(scritto scomparso), e i numeri erano parecchio diversi. Simonidis
aveva dunque copiato dal Plinio sbagliato: l'errore rendeva
evidente che l'Artemidoro che esibiva era falso e costruito da lui
a tavolino. Ma la storia non finisce qui. Luciano Canfora dimostra
che ci fu un'ulteriore contraffazione. È andato ad
Alessandria è ha scoperto che Simonidis ha utilizzato, per
costruire il suo pseudo Artemidoro, falsi documenti, scritti da un
tal Callinico Ieromonaco. Da qui si risale a un'altra serie di
manipolazioni, fra queste la citazione di opere che non erano nelle
Biblioteche dove si sosteneva di averle trovate all'epoca in cui
erano state cercate. Il giallo è così intrecciato che
è persino difficile raccontarlo. E infatti il libro di
Canfora in molti suoi punti non riesce a evitare il linguaggio
tecnico del filologo. E così un saggio che avrebbe potuto
essere appassionante, da leggere tutto d'un fiato, diventa di non
semplice lettura. Non è dunque un libro per tutti anche se,
qualora si decida di armarsi di pazienza e di concentrazione,
l'avventura fra mirabilia e crimini storici, seppur di
difficile comprensione, riesce a prendere il lettore.
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