Il Gran Signore del riformismo
di Gabriella Mecucci
[09 febbraio 2010]
Sono sempre quell'intellettuale che si è trovato suo
malgrado a fare poilitica per colpa della Resistenza»:
così Antonio Giolitti parlava di sé in una lettera a
Vittorio Foa. Ed in realtà il nipote del grande Giovanni
Giolitti era proprio come lo definisce Luciano Cafagna: «un
intellettuale illuminato". Ed era anche quello che un tempo si
sarebbe detto "un grande signore": raffinato, elegante, sobrio.
Basti pensare che nel dopoguerra visse a lungo nel palazzone di via
Cristoforo Colombo dove abitavano i parlamentari: bruttino,
verniciato di un color verdognolo, costruito in cooperativa. E si
spostava con una seicento, mentre il leader del suo partito, Pietro
Nenni, anche lui residente nel palazzone, aveva la millecento
grigia. Allora era questo lo stile con cui si stava in politica.
Sembrano passati anni luce. Altri tempi, quando la "casta"non era
nemmeno spuntata all'orizzonte.
Antonio Giolitti è morto a 94 anni, in un mondo
completamente diverso rispetto a quello in cui aveva lavorato e
pensato: ha scavalcato, e di parecchio, il "secolo breve", ed erano
ormai più di 10 anni che non concedeva interviste. La sua
vicenda politica l'aveva raccontata in quel bel libretto che
è Lettere a Marta. Antonio era nato il 12 febbraio
del 1915 nella casa di famiglia di Cavour.Tutta la sua giovinezza
la passò in Piemonte. Era ancora, uno spilungone magro e
bellissimo con quei penetranti occhi neri e i lineamenti regolari,
quando cominciò a collaborare con Giulio Einaudi e quando
nel 1940 si iscrisse al Pci. Arrestato con l'accusa di
attività eversiva venne assolto per insufficienza di prove
dal Tribunale per la sicurezza dello stato. Da quel momento in poi
intensificò l'impegno nella Resistenza. Insieme a Giancarlo
Pajetta prese parte alla lotta partigiana nelle Brigate Garibaldi
che operavano in Piemonte. Il suo fu un impegno eroico che lo
portò ad essere gravemente ferito nel 1944. Espatriò
in Francia per curarsi,ma rientrò in Italia in tempo per
partecipare nell'aprile del 1945 alle ultime fasi della guerra di
Liberazione. Nel dopoguerra Antonio fece prima di tutto politica:
nel 1945 fu sottosegretario agli Esteri del governo Parri e nel
1946, a soli 31 anni, fu eletto all'Assemblea costituente e fu
protagonista del dibattito sulla Carta Costituzionale. Finito il
periodo degli esecutivi al cui interno c'erano anche i comunisti,
Giolitti continuò la sua militanza nel Pci e, al tempo
stesso, lavorò intensamente per la casa editrice
Einaudi.
Era uno dei più assidui partecipanti a quei
leggendari mercoledì quando a Torino, intorno a Giulio
Einaudi, si riuniva il meglio della cultura italiana di sinistra.
C'erano Cesare Pavese, Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia
Ginzburg e tanti altri. Fra loro spiccava per assiduità e
impegno proprio lui che pure continuava ad essere anche deputato.
Ma occorrerà arrivare al 1956 perché il suo nome
diventi il punto di riferimento di un importante movimento di
intellettuali che si era formato all'interno del Pci. Dopo il
Rapporto segreto di Kruscev e soprattutto dopo i "fatti di
Ungheria", definizione eufemistica e pudibonda dell'intervento
armato sovietico a Budapest, cominciarono una serie di riunioni che
portarono alla firma di una parte consistente e prestigiosa degli
uomini di cultura aderenti il Pci di quello che venne chiamato "il
manifesto del 101". Mentre il partito mostrava il proprio accordo
con la tragica repressione ungherese, mentre l'Unità,
diretta da Ingrao, faceva titoli indigeribili, questo folto e
qualificato gruppo di intellettuali, fra i quali c'erano, oltre a
Giolitti, Colletti, Muscetta, Cafagna, Caracciolo, Ripa di Meana,
Sapegno, Asor Rosa, Melograni, Bertelli, prendeva una posizione
critica verso l'Urss. Si distanziava quindi in modo incolmabile
dalla linea ufficiale del Pci.
All'ottavo congresso del Pci Togliatti voleva mettere
fine alla diaspora politica che era andata avanti per tutto il 1956
e che aveva visto coinvolti anche due importanti dirigenti quali
erano Fabrizio Onofri ed Eugenio Reale. Ormai l'intera vicenda era
arrivata ad una drammatica stretta. Antonio Giolitti salì
alla tribuna congressuale in un silenzio tombale. Lui stesso, 26
anni dopo racconterà così quel momento:
«Ricordo una sala gremita, un silenzio agghiacciante, segno
di attenzione ma anche di disagio e di ostilità. Al tavolo
della presidenza c'era Toono gliatti; aveva in mano la penna e
sembrava prendere gli appunti accigliato». L'intervento del
grande dissidente sollevò dubbi, e critiche,
stigmatizzò comportamenti dell'Urss e del partito. Il tono
era pacato, ma la sostanza era netta. Non concedeva niente. Gli
rispose Giorgio Napolitano, che allora era il segretario della
federazione di Caserta.
L'Unità riferì così la sua dura
requisitoria: «Napolitano polemizza con le affermazioni di
Giolitti sulle cause degli avvenimenti di Ungheria e
dell'intervento sovietico che ha contribuito a salvare la pace nel
mondo». Dopo tanti anni, nel 2006, quando era stato
già eletto Presidente della Repubblica, l'uomo che aveva
pronunciato il discorso ufficiale contro di lui, gli andò a
far visita quasi a voler riconoscere, anche se con grande ritardo,
da che parte stesse la ragione. E ieri, non appena avuto notizia
dalla sua morte, Giorgio Napolitano lo ha ricordato come «una
personalità di eccezionale levatura culturale e morale nella
vita politica e nell'attività di governo».
L'ottavo congresso, giunto alla conclusione,
lanciò scomuniche e comminò espulsioni. Molti degli
intellettuali del "manifesto dei 101" se ne andarono. Togliatti
però decise di tenere con Antonio Giolitti, il dissidente
più importante e forse anche a lui più caro, un
atteggiamento diverso. Paolo Bufalini racconterà parecchi
anni dopo che il Migliore gli inviò una lettera per
prospettare la possibilità di un incontro, la missiva
però non venne mai recapitata. Sta di fatto che il
segretario del Pci non voleva che la polemica superasse alcuni
limiti e non avallò alcuna misura disciplinare. Il grande
dissidente però ormai era nei fatti fuori dal partito.
Scrisse un pamphlet, pubblicato da Einaudi, dove argomentò
ulteriormente le analisi svolte dalla tribuna del congresso:
Riforme rivoluzione. «È questo un saggio
revisionista che ha fatto epoca», ricorda Bruno Pellegrino,
ex dirigente martelliano del Psi. E infatti gli rispose Luigi Longo
con un libretto tagliente e dall'inconfondibile piglio staliniano,
dietro il quale c'era in realtà la mano di Emilio Sereni,
dal titolo: Revisionismo nuovo e antico. La rottura si
consumò così. Sia Giolitti che Togliatti preferirono
usare toni soft, ma le distanze fra i due erano ormai siderali: il
primo aveva intrapreso la strada che lo porterà ad un
riformismo compiuto e, molto tempo dopo, incrocerà di nuovo
il cammino di un Pci confuso e in piena crisi. Ormai fuori dal
partito, entrò nel 1958 nel Psi e ebbe un ruolo di guida di
Passato e Presente, diretta però da uno dei suoi
"figli politici"che più a lungo gli è rimasto vicino:
Carlo Ripa di Meana. Eletto deputato dai socialisti, sarà in
ben tre successivi governi ministro del Bilancio e della
Programmazione: dal 1963 al 1964 nell'esecutivo Moro, dal 1969 al
1972 in quello Rumor e dal 1972 al 1974 con Colombo. Giolitti fu
l'ispiratore di una «programmazione ragionevole e non
autoritaria», ricorda Ripa di Meana, mentre Bruno Pellegrino
parla delle sua ricerca sui temi del "partito di governo"e del
"socialismo possibile". Intorno a lui si costruì una sorta
di "accademia" composta da economista di levatura quali Francesco
Forte e Giorgio Ruffolo, ma anche da storici come Cafagna o uomini
vicini ai radicali quali Loris Fortuna. All'interno del
Psi la sua corrente, piccola ma piena di prestigiosi
intellettuali, fu sempre di sinistra, più a sinistra di
quella di Lombardi, ma fu al tempo stesso molto presente e
combattiva nell'avanzare le proprie critiche all'Urss. Purtroppo -
è ancora Ripa di Meana a parlare - il suo nome fu
utilizzato, senza il suo avallo, per tentare di disarcionare
Bettino Craxi poco dopo il Midas. Finì con una sconfitta
cocente. Nel 1978, Craxi lo candidò alla Presidenza della
Repubblica, ma i comunisti stopparono il suo nome e gli preferirono
quello di Sandro Pertini che infatti venne eletto: era impossibile
per loro votare un uomo che aveva abbandonato il Pci alla carica
più alta dello Stato.Avrebbero preferito persino un leader
moderato a lui. E così Antonio Giolitti andò a
Bruxelles e fece il commissario europeo per ben 8 anni. Le vicende
del 1978 «per un incredibile paradosso logorarono il rapporto
con Craxi - osserva Ripa di Meana - piuttosto che con coloro che
avevano impedito la sua elezione». Anzi, passo dopo passo, di
ritorno da Bruxelles, si avvicinò al suo primo partito
tantoché nel 1987 venne eletto senatore nelle sue fila come
indipendente di sinistra. Nel successivo congresso del Pci,
salì alla tribuna, e con un tono visibilmente commosso,
ricevendo un'autentica ovazione, iniziò il suo discorso
dicendo: «Sono di nuovo qui». Carlo Ripa di Meana, che
pure ha avuto con lui un rapporto di amicizia tanto da averlo avuto
anche come testimone di nozze, racconta che mai come in quel
momento si sentì «lontano dalle sue scelte».
«Io e altri - ricorda - restammo nel Psi». Del resto,
Federico Coen, unico intellettuale socialista che lo seguì
nel nuovo approdo comunista, ha in un suo libro ricordato che lui e
Giolitti speravano, facendo quella scelta, di avere un ruolo nel
cambiamento del Pci, mentre al contrario si trovarono piuttosto
isolati e non poterono fare quasi nulla. E Bruno Pellegrino
riferisce un episodio imbarazzante che gli capitò quando -
ironia della sorte - discutendo dell'invasione sovietica di
Budapest, nel suo trentennale, si trovò «di fronte nel
dibattito in Rai proprio Giolitti in rappresentanza del
Pci».
Ma nessuno può dimenticare che colui che era
stato il grande dissenziente e poi un riformista di sinistra non
smise mai di sostenere le proprie posizioni anche nel nuovo ruolo
di parlamentare del Pci. Il suo ritorno non lo aveva fatto
rinunciando alle proprie acquisizioni, ma per altre ragioni: il
disaccordo con Craxi e la speranza di aiutare a riformare il Pci.
La storia si incaricò due anni dopo di mettere i comunisti
davanti alla necessità di un radicale mutamento, fatto male
e con grande ritardo. Giolitti continuò a riflettere, a
ascrivere, a rilasciare interviste su come dar vita ad una grande
forza della sinistra che fosse riformista e di governo. Poi un
lungo silenzio, dovuto all'età, ma anche al modo in cui
andavano i fatti della politica. Quando ormai si limitava a
conversare piacevolmente con qualche amico e con quel delizioso
personaggio che era sua moglie, Elena D'Amico, continuava con lo
stile di sempre, pacato sobrio elegante, a discutere di riformismo.
Lui stesso aveva scritto: «L'esperienza di governo immunizza
una volta per tutte contro il rischio del fanatismo. Questa
esperienza io feci allora e ne ho acquisito la vocazione a un
incorreggibile riformismo: a guardar bene la realtà nei
dettagli, nelle minuzie, ma conservando la capacità di
alzare lo sguardo verso obiettivi più lontani e ambiziosi.
Insomma, mi sono trovato costretto a imparare che
nell'attività politica in democrazia l'etica della
convinzione non va mai disgiunta dall'etica della
responsabilità, anzi questa condiziona quella».
Così era Antonio Giolitti, discendente da nobili lombi
politici, e gran signore del riformismo italiano.
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