I cattivi papà devono pagare?
di Gabriella Mecucci
[05 febbraio 2010]
Sentenza giusta o pericolosa? Questo l'interrogativo che solleva
la decisione presa dal tribunale di Milano che ha inflitto ai
genitori di alcuni quattordicenni, che avevano violentato una
dodicenne, una pena pecuniaria di 450mila euro. I padri e le madri
sono dunque responsabili dei reati dei figli anche se solo
civilmente. Le colpe degli uni ricadono sugli altri perché
non hanno trasmesso quella "educazione dei sentimenti e delle
emozioni che consente di ntrare in relazione con l'altro; e non
hanno badato a che il processo di crescita dei loro ragazzi
avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del
corpo dell'altra/o".
I genitori degli stupratori, nel tentativo di
giustificarsi, hanno raccontato in processo che i figli non avevano
mai dato mostra di comportamenti che potessero far presagire
orientamenti criminali. Anzi, rientravano a casa all'orario dovuto,
andavano piuttosto bene a scuola, frequentavano le lezioni di
educazione sessuale, e gli erano stati trasmessi, i dettami della
morale cristiana. Ma il giudice Bianca La Monica ha definito queste
elencate "circostanze generche". Le ripetute violenze su
un'adolescente attestano che "i messaggi educativi" sono stati
"carenti"e "inefficaci", oppure "non sono stati adeguati e
correttamente assimilati". Tra i genitori condannati a pagare ci
sono pure i padri separati perchè "il legislatore riconosce
al coniuge non affidatario non solo il diritto, ma anche il dovere
di vigilare sull'educazione del figlio". Così recita, in
sintesi, il provvedimento del giudice milanese.
«Sentenza esemplare»: questo il primo
commento della psicoterapeuta Maria Rita Parsi e ci tiene a
raccontre in dettaglio come sono andate le cose. «I ragazzi
che fra il 2001 e il 2003 hanno ripetutamente violentato la
dodicenne - esordisce - sono cinque. Sono stati processati, ma
all'epoca erano tutti minorenni. Il giudice minorile ha attivato
dunque nei loro confronti un istituto che si chiama "messa in
prova". Consiste in questo: "I cinque sono stati sottoposti ad un
percorso psicopedagogico e di rieducazioni al cui termine si
è svolto una sorta di esame per verificare se avevano
compreso la gravità di ciò che avevano fatto".
È accaduto che tre fra loro non solo non erano pentiti, ma
davano mostra di totale indifferenza: il tutto era scivolato sulla
loro mente e sul loro corpo senza lasciare traccia, mentre due
hanno dimostrato almeno di aver capito. Le coppie condannate sono
tre, i genitori dei figli che non hanno reagito positivamente
nemmeno dopo un percorso psicopedagogico abbastanza lungo».
Per Maria Rita Parsi, dunque, «la frase che la dottorssa
Lamonica usa per giustificare la sua sntenza è da manuale di
psicopatologia. La famiglia di quei ragazzi è così
fragile da non saper dare il senso del rispetto verso l'altro,
verso il corpo dell'altro né il significato del rapporto
uomo-donna. Il provvdimento del tribunale di Milano è per
certi versi rivoluzionario - osserva ancora Maria Rita Parsi -
perché non si limita a far pagare il danno della violenza,
ma stigmatizza la situazione delle famiglie, il loro modo di
essere». E ancora: «Non è smplicemente
incapacità di educare la loro. Come abbiamo letto i genitori
hanno raccontato di aver mes- so in atto comportamenti educativi,
ma il danno è a monte. Sta nel non aver trasmesso valori ai
loro figli, ma disvalori».
Anche per Paolo Crepet, psichiatra e psicologo, autore
di un libro proprio sull'educazione dei figli, la sentenza è
«giusta, interessante e coraggiosa. Stabilisce - osserva - un
principio sulla base del quale un genitore non è
responsabile solo di che cosa dà a mangiare al proprio
figlio o di come lo veste, ma anche di come è quel
ragazzo». Chi commette uno stupro è una pesona
«incapace di provare emozioni, indifferente al dolore
altrui». A fronte di un tale comportamento, che nasce da
queste caratteristiche della personalità di chi lo commette,
«mi pare giusto che la magistratura oltre a esprimersi su chi
è direttamente l'artefice di un delitto tanto grave,
ricerchi anche altre responsabilità». Colpe plurime,
dunque, anche fuori dalla famiglia. «Attenzione - interviene
Crepet - a non annacquare però il tutto in una generica
colpa collettiva, che comprende scuola, televisione... Discorsi
questi in larga miura anche giusti. Ma i primi responsabili,
insieme ai figli, sono indubitabilmente i genitori. Non posso
mettere sullo stesso piano la famiglia e la scuola».
«In Inghilterra - rac conta - se un ragazzino fa un numero
elevato di assenze a scuola, i genitori sono responsabili
penalmente: si è verificato il caso, ovviamente
discutibilissimo, di una una ragazzamadre, la cui bambina
praticamente non frequentava più le aule, ebbene la donna,
che pur viveva da sola, è stata giudicata
colpevole».
Oltre Manica «si arriva persino a condannare al
carcere», mentre il tribunale di Milano ha stabilito solo
«una responsabilità civile»: in fin dei conti
«i genitori in questione dovranno pagare 450mila euro, che
non sono pochi, ma lo stupro è un reato gravissimo.
Francamente - prosegue Crepet - non mi sembra così fuori
misura che in crimini di tale natura si arrivi anche ad attribuire
una responsabilità penale i genitori: quello che fanno gli
inglesi non è sbagliato. Credo poi che il giudice milanese,
che hadciso il pagamento di 450mila euro, lo abbia fatto tenendo
conto anche della situazione economica delle famiglie, che
probabilmente sono benestanti». Aldilà del giudizio
sulla sentenza o del comportamento dei padri e delle madri
coinvolte, se Paolo Crepet dovesse indicare ai genitori quali sono
i comporamenti o le carenze che possono influire a tal punto da
spingere un figlio a stuprare, che cosa direbbe? La risposta arriva
secca e rapida: «L'indifferenza». Poi, qualche
spiegazione in più: «Naturalmente, ciascun ragazzo ha
una sua storia e per comprndere davvero cosa è accaduto
nella sua mente, occorrerebbe conoscerlo in modo approfondito. Un
giudizio astratto e generale rischia di essere anche generico. Ma
certo che l'indifferenza ricevuta può diventare
l'indifferenza offerta. I ragazziin questione probabilmente non si
sono resi conto della gravità di quanto hanno fatto. Non lo
dico certo per sminuire la loro colpa , lungi da me il
giustificarli, ma chi fa violenza purtroppo è una persona
anestetizzata».
L'altro giorno a Torino un ragazzo giocava alla play
station col padre, ad un certo punto hanno bisticciato e lui ha
preso un coltello e glielo ha piantato in gola, poi è
tornato in cucina lo ha pulito ed è tornato tranquillo a
giocare: «Ne sento tante di queste storie, penso alla
metafora di Erika e Omar, di Sollecito e la fidanzata,
perché avvengono? Perché non sono cresciuti, o
meglio, hanno avuto - lo dico in modo un po' retorico - una
crescita basata sulle cose e non sui sentimenti». Un fenomeno
questo che, «non è raro e che si va
diffondendo»: la famiglia «fondata sull'indifferenza
è molto comoda». C'è poi anche «un
malinteso senso della libertà», «un furbesco
senso della libertà». Su questa scelta dei genitori di
lasciare le briglie sciolte ha «una grande
responsabilità il pensiero laicoliberale ». E poi, se
la vogliamo dire proprio tutta, «c'è anche la mano
della psicoanalisi, o meglio della vulgata psicoanalitica, non di
Sigmund Freud, che ha aiutato a giustificare tutto facendo venir
meno una cosa fondamentale che è la responsabilizzazione
».
La sentenza di Milano, almeno a stare agli studiose
della mente e del comportamento umano, ci porta dunque molto
lontano e ci inchioda a fare i conti con il ruolo della famiglia
nella formazione dei figli, ruolo centrale che niente e nessuno
può sostituire, e con il principio di responsabilità
che non può e non deve essere annacquato nel mare delle
colpe della sociètà o dei media. I genitori sono
avvisati: non tutto dipende da loro, ma non possono sottrarsi al
loro ruolo. Farlo significa provocare danni pesantissimi ai figli,
che non diventano uomini e donne normali, ma esseri incapaci di
comprendere e di provare sentimenti.
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