La resa della politica
di Gennaro Malgieri
[26 febbraio 2010]
Ci si danna l'anima attorno all'ultima parola che ha arricchito
il lessico politico: emergenza. Se provate a cercarne il
significato su un qualunque dizionario della lingua italiana vi
renderete conto che non ha niente a che fare con quello che oggi le
si conferisce nelle discussioni, negli articoli giornalistici, nei
dibattiti parlamentari e perfino nell'accezione comune. Essa
qualifica ormai tutto ciò che fuoriesce dall'ordinario e che
pure con metodi e sistemi ordinari potrebbe e dovrebbe essere
affrontato. Emergenza sanità, emergenza scuola, emergenza
criminalità, emergenza trasporti, emergenza ambientale,
emergenza sociale, emergenza climatica, emergenza familiare,
emergenza morale e così all'infinito. L'emergenza, insomma,
non definisce più l'eccezionalità, ma la
normalità, dal momento che pure la normalità non
può che essere incasellata nella categoria dell'emergenza
per il solo fatto di essere eccentrica rispetto a tutto il
resto.
Se un ragazzo frequenta la scuola con profitto, se un
artigiano fa bene il proprio lavoro, se un medico cura con scrupolo
un paziente siamo nell'ambito dell'emergenza, proprio perché
«emerge» da casi ordinari la
«anormalità» che, paradossalmente, non dovrebbe
destare, in una società minimamente sana,
«scandalo». La nostra, purtroppo, è una
società molto malata, dunque in emergenza. E questa
«qualità» segna l'impotenza della politica,
dell'amministrazione pubblica, delle istituzioni più varie a
occuparsi di ciò che è banalmente semplice, lineare.
Di converso, quando ci si trova di fronte a ciò che ha
oggettivamente tutti i caratteri della originalità, gravi o
irrisolvibili, catastrofici o estremamente pericolosi, rischiosi o
mortali l'emergenza non fa più effetto e tutto, di
conseguenza, viene trattato e visto come ordinario. Ma c'è
un altro motivo che fa rientrare ogni accadimento nell'ambito
dell'emergenzialità: l'incapacità da parte dei
pubblici poteri a risolvere alcunché attraverso le procedure
previste dalle leggi e dai regolamenti.Dunque,dalla frana
all'interruzione di un servizio pubblico, dalla evasione scolastica
a quella del canone televisivo, dall'invasione della monnezza
all'aggressività dei cani che azzannano gli sprovveduti
nulla può essere affrontato senza saltare sull'emergenza e
pretendere il varo di norme speciali, l'adozione di poteri
straordinari, l'indizione di mobilitazioni elefantiache. Per non
dire che se tutto questo rientra nella nuova fattispecie (la quale,
non dimentichiamolo, assume talvolta connotazioni addirittura
«morali»), a maggior ragione vi rientra un'opera dalle
dimensioni colossali, oppure l'organizzazione di un evento
mirabolante, ma anche un pellegrinaggio che vede coinvolti milioni
di fedeli. L'emergenza, s'è capito, è molto di
più del senso che ha assunto: è una vera e propria
Wel tanschauung, la sola possibile di questi
tempi dove la sacralità dell'utile, della convenienza,
dell'interesse è diventata totale, indiscutibile, non
trattabile, proprio come le visioni del mondo di una volta. Nel
Walhalla dell'emergenza volano ombre di indecifrabili creature,
difficilmente definibili politiche, ancor più arditamente
accostabili agli affaristi di un tempo. Ibridazioni tecnologiche,
forse, frutti di incroci sprezzanti della natura che, manco a
dirlo, vogliono sottomettere, nel nome dell'emergenza naturalmente.
Li si incrocia, questi mostri dalla faccia d'angelo, e li si
riconosce depositari della religione emergenziale, non
perché indossano una divisa, ma per l'aspetto viscido e lo
sguardo corrucciato: aprono bocca soltanto per dire che la
situazione è sempre comunque e inevitabilmente gravissima.
Ma cosa fanno i tecnici, i ministri, i geometri, gli spazzini, i
cardiochirurghi? Forse qualcosa di tutto questo o niente di tutto
questo. Importante è che minino la fiducia della gente, la
scarnifichino, la devastino, la lacerino. Officiano il rito supremo
della Paura e su soffici poltrone televisive celebrano la loro
gloria davanti a noi, poveruomini e poveredonne in preda al panico.
Il pontificale laico dei sacerdoti di questo Walhalla tutto
italiano finisce sempre con l'invocazione del sacrificio
collettivo. Indispensabile. Civile. Generoso. E se qualcuno osa
insinuare dubbi sulla bontà dell'operazione emergenza? Un
untore, al quale il servo di turno che porge armonioso e ammiccante
il microfono come un turibolo riserva lo scherno di cui è
capace, come qualsiasi cameriere infedele. Non tutti, per fortuna,
ci stanno. Qualcuno, rintanato in terre incognite, ha ancora la
forza di ridere amaro quando sente parlare dell'emergenza puttane,
dell'emergenza transessuali, dell'emergenza cocaina perché
non fatica a immaginare che materie di questa natura e molte altre
affini debbano essere trattate secondo le modalità correnti
allertando cittadini e forze dell'ordine, militari e mass media,
intellettuali e mazzieri (altrimenti dette ronde). Agli ordini,
naturalmente, di capi supremi che vanno a puttane, mantengono i
trans, pippano coca e fanno leggi, regolamenti e statuti per
assicurare la serenità a tutti. Ma la politica dove è
finita? Dalla terra incognita non si scorge più neppure la
sua ombra. Ci spiegano che è l'emergenza stessa ad averla
assorbita. A che servivano, dopotutto, quei noiosi dibattiti
parlamentari, quelle interrogazioni ai ministri, quelle
ritualità desuete come cortei, comizi, dibattiti televisivi
quando c'è bell'e pronta una scodellata di tecnocrazia
capace di risolvere i bisogni di tutti, di placare le ansie
collettive, di dare risposte fasulle a chi perde case, averi e
fiducia nello Stato. Anche questo un'anticaglia che l'emergenza ha
spazzato via. Del resto che ce ne facciamo di un ferrovecchio del
genere: amministrare la giustizia, praticare un po'di politica
internazionale, gestire ricorse economiche? Ma sono tutte
emergenze, non lo avete (non lo abbiamo) ancora capito?
Tecnocrazia, burocratismo, affarismo: una triade venerabile sulle
cui gambe l'emergenza divora la società. E poco male se in
questo cantuccio, riparato dalle tre membra della nuova
statualità (se così si può dire senza
offendere un'antica tradizione), s'è fatto un nido caldo la
nuova corruzione, non quella esposta alle tempeste, ma la morbida,
elegante, ammiccante corruzione che non si può più
neppure chiamare così, bensì efficientismo
democratico, o, se preferite, decisionismo oligarchico al riparo da
indiscreti occhi e ancor più volgari orecchie.
Avete capito benissimo, anche se come me ci siete
arrivati piuttosto tardi. La sola, grande emergenza che possiamo e
dobbiamo riconoscere, non riconducibile a nessuna forza politica
specifica (sarebbe limitativo), ma alla putrefazione dello spirito
pubblico, è l'emergenza morale. Di fronte a essa siamo tutti
impotenti. Qui, in questa terra incognita, da dove osservo i
movimenti sussultori di anime ingrigite dalla fuliggine del
conformismo, avverto la necessità di una rivolta morale. Ma
ci vorrebbe un Dio a guidarla. E dove lo troviamo di questi tempi
quando anche la religione è diventata un'emergenza? No,
toglieteci gli intellettuali vili e prezzolati, relegate in un
pozzo nero i moralisti a borderò, seppellite sotto le le
loro inutili cattedre gli accademici che non sanno articolare un
brandello di pensiero. E ridateci i santi che sul carro
dell'emergenza non hanno mai voluto salire. I santi e gli
iconoclasti nemici della democrazia giacobina, quella officiata
soltanto dai malnati demagoghi. Forse le preghiere degli uni e le
violente, beffarde, blasfeme invettive degli altri attizzeranno
l'esercito degli apologeti dell'emergenza facendolo venir fuori
dalla sua confortevole tana, in modo che il popolo li guardi in
faccia e li riconosca per quello che sono: piccoli voraci famelici
prodotti partoriti da una politica senz'anima, della cui emergenza
non si parla nei salotti dove non entra il fango dei disperati e
nei bordelli in cui si pontifica d'una Italia che non c'è.
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