Decadenza Spa
di Gennaro Malgieri
[16 febbraio 2010]
C'è stato un tempo, più o meno lontano dal nostro,
tra l'immediato secondo dopoguerra e la metà degli anni
Sessanta, in cui la nazione italiana, pur tra le rovine
dell'immensa tragedia lasciate dalla guerra civile europea, seppe
riconoscersi come comunità ed inventarsi un destino. Non
erano i partiti, le oligarchie, i potentati economici e finanziari
a costruire la casa comune andata in frantumi, ma un popolo
sostenuto da una forza che ancora ci stupisce. Certo, i soggetti
ricordati non erano estranei alla ricostruzione e, pur badando
innanzitutto ai loro interessi da cui scaturivano conflitti dai
quali nascevano divisioni anche profonde e laceranti nel cosiddetto
Paese reale, niente sembrava poter fermare quella macchina possente
che era il popolo determinato a riconquistare la libertà dal
bisogno e desideroso di vivere secondo i canoni di una morale
connaturata al suo stesso carattere. Le speranze non erano mal
riposte. Gli stessi partiti politici, pur ingerendosi quanto
più possibile nella cosa pubblica, nella gestione
dell'amministrazione C' dello Stato, nell'accaparrarsi risorse da
distribuire a nuove clientele, per quanto si costituissero come
casta partitocratica, non mostravano la spudorata arroganza di
volersi impadronirsi dello Stato totalmente ed organizzarsi come
padroni assoluti dei "sudditi" in nome della democrazia. Le
degenerazioni cominciarono dopo, quando la politica e gli affari
s'incontrarono sul terreno dell'avidità e finirono per
travolgere le migliori intenzioni che gli italiani avevano
dispiegato tornando dalla guerra e riprendendosi la vita. Eppure
anche negli anni del primo centrosinistra una certa moralità
di fondo permeava la vita pubblica come quella privata. Negli occhi
della gente c'era una luce che non avremmo visto più negli
anni dell'edonismo; nei sorrisi dei ragazzi e delle ragazze si
leggeva la leggerezza di una vita semplice che s'intrecciava con
ideali; nel ribellismo dei giovani c'era l'ansia di costruire un
mondo diverso da quello che avevano appena rimesso in piedi i loro
fratelli maggiori. Forse era tutto sbagliato, chissà, ma
quanto era pulito. Non sono trascorsi secoli,ma è come se lo
fossero, da quegli anni. Abbiamo attraversato il nostro scontento e
siamo arrivati alla soglia della vecchiaia con la nostalgia di quei
sorrisi, di quella luce, di quelle speranze. Per noi che stiamo
trascorrendo la cinquantina l'Italia in bianco e nero è
ancora un sogno che ci tiene vivi. Roba da romantici inguaribili? E
sia. Ma quanto erano belle le nostre ragazze che con pudore si
accostavano alle nostre labbra e ballavano con noi prima con
vergogna e poi con un trasporto che ci faceva tremare. E quanto ci
piaceva finire la serata in pizzeria continuando a parlare di
politica dopo che per ore non avevamo fatto altro nelle nostre
sgangherate sezioni. E ci entusiasmava studiare la rivoluzione (una
qualsiasi) lasciando l'ultimo libro sul letto, per tuffarci nella
notte ad attaccare manifesti. Ci consumavamo pure, nei giorni che
sottraevamo a piaceri forse più effimeri, nel conquistarci
un pezzo di gloria stracciona raccontando noi stessi a chi non era
come noi. L'Italia ci amava e noi sentivamo di amarla. A destra
ripetevamo con Robert Brasillach che il nostro Paese ci faceva
assai male; a sinistra, se ricordo bene, ripetevano più o
meno la stessa cosa con lo stesso amore, con lo stesso dolore. Poi
che strade le dovessero essere diverse era scritto. Ma oggi a chi
fa male questa Italia e chi non soffre vedendola così
cambiata da non riconoscerla più? Neppure chi non c'era al
tempo dei "domani che cantano", avverte di trovarsi in una terra
incognita, difficile da decifrare; una terra che sembra uscita dal
romanzo di Cormac McCarty, La strada, nel quale la descrizione del
nichilismo non potrebbe essere più disperatamente
coinvolgente. Si vive, reduci delle generazioni che hanno
ricostruito l'Italia, di quelle che volevano trasformarla, di altre
che hanno immaginato di poterla cambiare violentemente, in un Paese
senz'anima nel quale giorno dopo giorno s'affievolisce la speranza
di vederlo integro com'era una volta e cresce la certezza che
l'avidità, il potere, l'edonismo, la corruzione lo hanno
consumato come si consuma un ammalato terminale. La decadenza, ci
ricordavano morfologi della storia come Spengler,Toynbee, Huizinga,
si manifesta sempre con l'ossessione della bramosia unita alla
invasività del sesso e alla crudeltà nell'accanirsi
sulle vite innocenti. La luce del tramonto getta ombre sinistre su
un universo disordinato e nessuno sa dire quanto durerà la
notte. E così muore una nazione senza che neppure una guerra
l'abbia sfiorata, una rivoluzione ne abbia fiaccato la resistenza,
un dominio esterno l'abbia piegata. Muore perché il male
interno, il cancro che la corrode è talmente esteso da non
prevedere salvezza dai farmaci che per quanto potenti nulla possono
se la volontà di resistere è inesorabilmente minata.
E così, uno scandalo dopo l'altro, un'inchiesta che tiene
dietro ad un'altra inchiesta, tra menzogne e mezze verità,
responsabilità mai pienamente accertate, l'Italia si disfa
tra l'ottimismo degli imbecilli ed i corrotti che fingono di
credere che tutto rientri nella normale patologia della
"modernità". Anche le puttane che ormai scandiscono
l'orologio della politica, che segnano l'ascesa ed il declino di
piccoli e grandi e uomini, che contribuiscono a determinare fortune
insperate e disastri imprevedibili. Anche i grandi ciambellani di
questa parodia di Stato che s'affloscia sotto i nostri occhi
rientrano nel declino ineluttabile con le loro corti dei miracoli
costituite da servi e da servette, da eunuchi al soldo dei satrapi,
da corifei che sui giornali senza idee pontificano quotidianamente
sulle magnifiche sorti e progressive di un mondo uniforme, privo di
sfumature, proiettato nella magica agorà dove si pratica il
potere inelegante come può esserlo la gestione di un
bordello di quart'ordine. Chi governa tutto questo soltanto
marginalmente occupa i Palazzi della Politica. In realtà tra
quelle mura c'è poco da fare. È nel policentrismo il
domicilio del potere e della corruzione. Come alla fine dell'Impero
millenario quando tutti si ritagliavano serragli nei quali
consumare le proprie aspirazioni circondati dai soliti orpelli di
cui il potere si è circondato. Oggi i serragli sono gli enti
locali, le regioni, i sultanati economici ed amministrativi nei
quali si spende senza controllo, si dilapidano risorse per
ignoranza o ingordigia. Fuori il conflitto sociale si nutre di
amarezza e di disincanto. Fino a quando non esploderà la
rabbia degli esclusi. Anche questo abbiamo visto dai tempi di
Artemidoro a quelli del Termidoro. Nulla è cambiato, tutto
è soltanto peggiorato poiché la tecnologia ha reso
più temibili coloro che agiscono nell'ombra e posseggono le
nostre vite espropriate della loro riservatezza, della loro
"unicità", della loro dignità. Non c'è essere
umano, se non gli ultimi della Terra, le cui esistenze non sono
state rinserrate dentro inaccessibili armadi in attesa di essere
liberate per darle in pasto ad un'opinione pubblica desiderosa di
essere così utilizzata dai ignobili carcerieri che sanno di
poter diventare carcerati. E trascorre in questo modo il paradosso
della libertà: d'intercettare, di fotografare, di filmare,
di ricattare, di spingere alla disperazione, di fulminare angeli e
démoni in un solo istante, di accomunare vittime e carnefici
allestendo spettacolini ad uso delle tricoteuses nei quali
l'Inferno e la Bellezza si confondono e scientificamente diventano
inestricabili. L'impotenza a chiudere i serragli ormai è
accertata: coloro che li hanno costruiti hanno perduto le chiavi e
da fuori si vede tutto. Il potere è nudo, ma siccome sono
nudi anche i guardoni, si può concludere con un bel
chissenefrega. Poco male se al di là della cortina molle la
povertà non muove più le folle di un tempo, se lo
schiavismo è la nuova scorciatoia per entrare nella storia,
se si muore sul lavoro o se si sopravvive ai limite della morte
senza lavoro, se i poteri dello Stato si combattono come in una
guerra senza quartiere, se lo scettro è stato sottratto al
popolo e però si continua a proclamare che la democrazia va
difesa, se la criminalità battuta ogni giorno non fa mancare
il suo contributo all'inquinamento sociale e condiziona la
politica, se l'identità di una nazione è
definitivamente sepolta sotto l'orgia di almanaccamenti ridicoli ed
indecenti su un anniversario che nessuno sente (quello dei 150 anni
dell'unità) posto che è andato a puttane, in senso
letterale, ciò che bisognerebbe celebrare. Resta la
malinconia. No, la malinconia non ce la può togliere
nessuno. E a nessuno può venire in mente di sottrarci la
nostalgia per quella Italia che abbiamo conosciuto e che
probabilmente la nostra generazione non vedrà più.
Bel capolavoro, da Tangentopoli ad oggi. Quanti rivoluzionari
abbiamo visto passare senza che nessuno muovesse una foglia per far
finta almeno di volerla fare una rivoluzione. E quante intelligenze
si sono sprecate nel tentativo si riformare l'irriformabile.
Abbiamo chiuso botteghe politiche che francamente non meritavano la
fine che hanno fatto, per aprirne di nuove nelle quali non si
trovano generi di conforto, ma sono addobbate da scaffali vuoti,
freddi, coperti da strati di polvere. Abbiamo gettato alle ortiche
vecchie idee che, nell'ebbrezza del momento, ci sono sembrate
inservibili: oggi non ne abbiamo altre, ed è bene non
averne, ci fanno sapere i soliti oligarchi. Abbiamo dissipato un
patrimonio di risorse civili, culturali, morali per che cosa?
Questa è l'Italia, ecco ciò che resta, direbbe il
vecchio e caro Prezzolini. Non è molto. Anzi è
niente. Prendiamola così, per quella che è. Ma non
diteci che siamo pessimisti solo perché non ci piace quel
che vediamo affacciandoci nelle scuole, negli ospedali, negli
aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, nelle città d'arte
sconnesse e maleodoranti, sulle coste dalle quali scorgiamo dannati
respinti perché la nostra nobile "identità" potrebbe
esserne contagiata. Non diteci che siamo poco patriottici nel dire
la nostra su questa Italia che adesso sì ci fa davvero male.
E non rimproverateci se continuiamo a restare qui, a casa nostra
mentre tutto ci chiamerebbe altrove. Non si abbandona un luogo
dell'anima quando è accerchiato anche se si dispera di
poterlo salvare. Nessuno, del resto, ci ha sciolto dalla consegna a
restare al nostro posto, come italiani doloranti, ma non
incattiviti. Questi giorni passeranno con noi. Purtroppo non ci
sarà un Erodoto che avrà voglia di raccontarli. Della
decadenza è già stato detto tutto almeno da tremila
anni. Ci resta, per chi volesse coglierlo, l'ammonimento di
Niccolò Machiavelli su quello che è il principio
della dissoluzione del bene comune: «Nessuna repubblica bene
ordinata - scriveva il Segretario fiorentino - non mai
cancellò i demeriti con gli meriti de' suoi cittadini; ma
avendo ordinati i premii a una buona opera e le pene a una cattiva
ed avendo premiato uno per avere bene operato, se quel medesimo
opera dipoi male, lo gastiga, sanza avere riguardo alcuno alle sue
buone opere. E quando questi ordini sono bene osservati, una
città vive libera molto tempo: altrimenti sempre
rovinerà tosto». Non c'è altro da aggiungere.
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