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Elegia per Napoli

di Gennaro Malgieri [06 febbraio 2010]

Napoli è un luogo dell'anima. Comunque la si consideri non lascia indifferenti. Oggi non meno di ieri. È come una donna il cui fascino non sfiorisce mai, nonostante gli anni passino inesorabilmente e un destino non proprio benevolo si accanisca su di lei. Ha l'aria stanca, ma è ancora seducente. Cerca di nascondere le rughe che la segnano, ma non ci riesce e s'immalinconisce. Il Tempo, però, è un «grande scultore», come diceva Marguerite Yourcenar, e s'incarica di renderla attraente comunque, proprio come quelle anime che non si dissolvono, ma permangono nella memoria di chi le frequenta, le abita, le accudisce, le ama di un amore passionale, esclusivo, quasi carnale. Napoli risponde con la frenesia che si porta dentro dalla notte dei tempi e non delude, neppure adesso che la luce del tramonto la colpisce rendendola un po'più misteriosa, rinnovando in chi vi si accosta senza pregiudizi lo scandalo della Bellezza in- tatta nonostante le ferite che hanno martoriato il suo corpo e sulle quali gli unguenti non alleviano i dolori. Eppure è un miracolo la sua vitalità che la rende impermeabile alle offese che quotidianamente le vengono arrecate. Ed è un peccato che il lungo lamento a cui si abbandona non venga ascoltato da chi pure dice di non poter fare a meno di lei. È commovente la sofferenza di Napoli, elemento della sua Bellezza, ma, paradossalmente, anticamera di un Inferno che ci si ostina a nascondere. Tra questi due poli si dispiega il sorriso malinconico della città dell'anima attraversata da convulsioni che si gettano nel suo mare calmo quando a sera sulla superficie si fermano i sogni, i pensieri e le sofferenze le si vorrebbe annegare in quelle acque che non sembrano neppure sporche. Un mare ricco di storia, che s'infrange contro scogli sui quali, paradossalmente, la storia sembra essersi fermata. Ed è questo che Napoli non sopporta: essere uscita dalla storia. Ma è proprio così, ci chiediamo increduli dopo averla attraversata in lungo e in largo, esserci estraniati dai monumentali disastri che la popolano, esserci addentrati nelle viuzze della gloria dimenticata, esserci attardati davanti ai tuguri e ai palazzi che descrivono la miseria e la nobiltà di una città nella quale i poveri e i ricchi hanno sempre avuto, almeno fino a quando non è stata invasa dalla plebaglia dei corrotti e dei corruttori con i portafogli gonfi, una straordinaria dignità portata con naturale eleganza, per come potevano portarla l'ignorante e il colto, il derelitto e il borghese, l'«arrangiatore» e l'aristocratico? Sì è così. E vorremmo essere smentiti, ma la fuoriuscita di Napoli dalla storia è un fatto incontestabile che neppure l'amore e la pietà possono negare. La storia, infatti, si è fermata davanti ai disastri urbanistici, alla criminalità che mette a ferro e fuoco la città, alla paura che invade i «bassi» e i quartieri alti, la sporcizia diventata fonte di ricchezza per delinquenti che ignorano la sorpresa di Goethe quando la visitò e la scoprì più linda e seducente e ricca e capricciosa di Parigi.

La storia si è arennata sulla cenere di un sentimento della vita andato in fumo, sui sogni che nessuno insegue più, sulle passioni rattrappitesi a contatto con una materialità indecente contro la quale stanno le lacrime, per chi ancora ne ha, di napoletani rassegnati all'Inferno, ma pur sempre legati all'idea di Bellezza di questa città che nasconde spicchi di Paradiso i quali, tuttavia, non possono restituirle lo spirito che si è nascosto rendendola dolente, ripiegata su se stessa, rabbiosa a volte, rinunciataria al punto di non riconoscere più la sua antica nobiltà racchiusa nelle forme, nelle strutture, nei giardini, nelle dimore, nel canto sottile che si ode tra Posillipo e Mergellina mentre albeggia in primavera e il cielo è una promessa di vita in poche ore destinata a disperdersi. Da qui la stretta al cuore che provocano queste fotografie di Riccardo Carbone (raccolte nel volume Napoli di Riccardo Carbone, Minerva Edizioni, 206 pagine, 29,90 euro, ndr). Non si rischia un infarto, ma soltanto una benefica commozione perché ci restituiscono, sulla soglia dell'Inferno, l'immagine dell'ultima bellezza di Napoli immortalata dall'obiettivo del grande fotografo del Mattino tra il 1930 e il 1970. Non sono soltanto foto per un giornale: guardandole una dopo l'altra costituiscono la trama di un racconto, o forse un romanzo, quello di un'epoca o, più verosimilmente, il reportage di uno speciale osservatore, figlio di una città amata, che ha saputo con la sua macchina fotografica penetrare l'intensa vita di donne e uomini affaccendati attorno alla quotidianità e allo straordinario, alla depressione e alla rinascita. Carbone è riuscito a restituire concretezza ai sentimenti e poesia alla vita minuta; ha saputo cogliere l'eleganza negli sguardi dei bambini, negli assembramenti gioiosi e dolorosi, negli occhi vivi e bellissimi di affascinanti prostitute cui niente era più estraneo della volgarità; ha penetrato con il suo strumento le passioni, le frenesie, gli eccessi della sua gente e ha fermato l'armonia di un mondo per quarantenni sulla pellicola raccontando così quasi la metà di un secolo disperato e sublime, terribile ed entusiasmante, frastornante e leggero come è stato il Novecento. La Napoli di Carbone è così la patria di tutti, se si può dire, nella quale si sintetizzano gli umori di un'epoca che non possiamo ignorare. È così, con quest'opera in bianco e nero, che il fotografo napoletano ci riporta in una dimensione che ci appartiene, a prescindere dal fatto che si sia o meno napoletani, perché descrive la vita in un angolo di mondo depurandola delle scorie dell'apparenza e fermando l'attenzione su elementi immateriali nei quali ognuno potrà riconoscersi, a qualsiasi latitudine, ovunque si trovi. L'attraversamento di una storia come questa fa anche intendere che il dolore, co-me è stato nel passato, può anche essere una spinta formidabile verso la rinascita, il tempo in cui la Bellezza fa nuovamente irruzione nella storia della città e la ricrea come centro propulsore di vita, di arte, di cultura, di dialogo, di incontro. Non fu così che Napoli s'impose nel Mediterraneo e oltre in tempi ormai dimenticati? E non fu questa la rinascita di Napoli, in epoca più recente, dopo l'ultima guerra, per esempio, quando cercava tra le rovine una sua identità che Carbone era pronto a cogliere e a pubblicare suo giornale? L'incredulità dei bambini, la fatica degli uomini, la speranza delle donne, le pietre che si posavano sui luoghi considerati perduti per sempre al cospetto della storia ritornano in queste immagini di un grande reporter che ha saputo interpretare l'intimità dei protagonisti e il carattere di una città il cui avvenire non è certo disegnato da chi non ha dimostrato di amarla. (...)

Carbone è rimasto là dove il destino volle che nascesse. Forse per raccontarci un'altra Napoli che se, anche di recente sembra essersi estinta, non è detto che non debba tornare. I tempi e i modi non possiamo prevederli. Ma certo è che rassegnarsi alla sua fine non è in linea con lo spirito dei napoletani i quali, soltanto agli occhi di chi non li conosce, possono apparire poco tenaci e volitivi. Guardate queste fotografie: la voglia di vivere gioiosamente si sposa con la voglia di fare. È un quadretto tanto apollineo che dionisiaco che Carbone ci offre, certamente ben al di là della sua stessa intenzione, riuscendo magnificamente a rappresentare il carattere del napoletano al quale della «napoletanità » rimane molto, nonostante tutto, a cominciare dalla sua lingua, il dialetto. (...) Non manca la «voce» alle fotografie di Carbone che oggi potrebbero essere perfino catalogate come reperti di un passato a cui i napoletani sono particolarmente affezionati, anzi, secondo qualcuno, ne avrebbero una vera e propria «ossessione». Non c'è niente di male... Poiché soltanto amandosi così intensamente i napoletani possono resuscitare quel sentimento della «napoletanità» che dovrebbe essere l'identità della loro città, al punto di farli vivere costantemente in una nostalgia profonda per ciò che non hanno più e vorrebbero avere, almeno coloro i quali hanno la consapevolezza del sogno perduto, dell'incantesimo infranto. (...) È così che sfogliamo l'album di Carbone: con un filo di umanissima speranza, piuttosto che di tristezza, inanellando un'immagine dopo l'altra, rimandi a culture diverse, a sintesi dimenticate, a contaminazioni profondamente vissute. Perché tutto questo ancora è Napoli... È la sacralità mediterranea che ha concepito una città così. Memoria vivente di passaggi emblematici nella cultura di un mare intriso di poesia, di musica, di arte di amore e soprattutto di religione, Napoli è la Bellezza vivente che si tormenta al limitare dell'Inferno su cui è pericolosamente in bilico. Dov'è un altro luogo dell'anima così impregnato di suggestioni e di sacre epifanie? (...) Dopotutto Napoli, per uno di quei disegni indecifrabili del destino, è la città che accolse l'ultimo respiro di Giacomo Leopardi che pure amava la vita e ne conosceva la caducità. Forse non poteva morire altrove. Quel 14 giugno 1837, a Capodimonte, il poeta esalava l'ultimo respiro. Ma poco prima, rivolto all'amico Antonio Ranieri che lo assisteva in compagnia della sorella Paolina, con gli occhi sbarrati disse: «Io non ti veggo più... ci vedo meno... apri quella finestra... fammi vedere la luce...». A giugno il crepuscolo a Napoli dura a lungo. Dalla collina si poteva scorgere ancora il volo delle rondini nel sole che si tuffava nel mare. La luce fu l'ultima cosa che Leopardi chiese. Non poteva essere diversamente. Napoli, oltre che luogo dell'anima, è città della luce, come sanno i poeti e i fotografi.    

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