Sos Cristianofobia
di René Guitton
[25 febbraio 2010]
I cristiani d'Oriente sono emigrati o stanno emigrando in massa;
sono sempre meno numerosi e in mancanza di meglio sostengono i
regimi al potere (ritenendoli preferibili all'avvento di regimi
fondamentalisti); in pratica non hanno più alcun ruolo
politico nei paesi in cui risiedono. In più, devono fare i
conti con un circolo vizioso: sono emarginati in quanto cristiani,
e, in quanto emarginati, di loro si parla sempre meno. Il loro
isolamento è aggravato dal fatto che le persecuzioni contro
i cristiani non sono generalmente menzionate nelle denunce delle
violazioni dei diritti umani, per una ragione molto semplice:
perlomeno in Occidente i cristiani faticano ad associare al
cristianesimo il concetto di minoranza. La difesa dei diritti
dell'uomo si è sviluppata a partire dalla lotta per la
protezione delle minoranze religiose o etniche un tempo soggette a
persecuzioni. Gli ebrei, i neri o i musulmani in Europa e in
America rientrano in questo schema. La mobilitazione in loro favore
è resa ancora più incisiva dal senso di colpa
prodotto dal coinvolgimento delle Chiese cristiane nello sviluppo
dell'antisemitismo, nello schiavismo e nel colonialismo (portatore
di una visione umiliante per i musulmani). In Occidente prendere le
difese dei cristiani equivale a schierarsi dalla parte della
maggioranza. Il sempre più scristianizzato Occidente fa
fatica a concepire che i cristiani possano essere perseguitati in
quanto cristiani, perché essere tali, secondo uno slogan
semplicistico che si sente ripetere spesso, significa stare dalla
parte del dannati senza appello. All'inizio ho ingenuamente
ritenuto che la colpa di questa situazione fosse da addebitare
all'ignoranza. Ma essa non basta a spiegare tutto, anzi. Combattere
l'antisemitismo e il razzismo, battaglie alle quali mi dedico con
forza da decenni, non richiede necessariamente una conoscenza
approfondita della letteratura rabbinica o della storia dello
schiavismo. Non c'è alcun bisogno di avere un'empatia
particolare con colui che soffre a causa della propria origine,
vittima di una giustizia negata, per aver voglia di prendere le sue
difese denunciando a gran voce il silenzio e l'oblio che circondano
la sua condizione. Sono in ballo la dignità e i diritti
umani. Una delle ragioni del silenzio e dell'oblio che circondano
le minoranze cristiane è da ricercare nella loro progressiva
emarginazione e nella continua perdita di peso politico e
demografico da cui sono afflitte. potere. Occorre combattere la
gravissima disinformazione che affligge l'opinione pubblica
occidentale a proposito della situazione dei cristiani nel mondo e
in particolare nelle regioni dove essi sono minoritari, come nel
Maghreb, nell'Africa subsahariana, in Medio Oriente e in Estremo
Oriente.
L'esistenza dei cristiani orientali è poco nota.
Coloro che non la ignorano ne danno spesso una valutazione troppo
riduttiva, che tende a fare delle comunità cristiane
d'Oriente una sorta di appendice del cristianesimo occidentale, o
la conseguenza dell'espansione coloniale. In altre parole, i
cristiani d'Oriente non sono considerati autoctoni, ma un elemento
importato. Si dimentica che il cristianesimo è nato in
Oriente dove si è sviluppato ben prima che l'Europa
diventasse quasi completamente cristiana. Secondo il punto di vista
occidentale, le persecuzioni a cui sono sottoposti i cristiani in
quei luoghi lontani colpirebbero il cristianesimo non in quanto
tale, ma nella sua qualità di emanazione dell'Occidente.
Inoltre, poiché in Occidente il cristianesimo è
maggioritario, non può aspirare allo status di minoranza in
Oriente.
Questo ragionamento sortisce l'effetto di negare
implicitamente la sofferenza delle minoranze cristiane e di frenare
la mobilitazione in loro favore. Al tempo stesso, iniziative a
sostegno delle popolazioni cristiane d'Oriente sono scoraggiate, in
quanto potenzialmente controproducenti: trasformare i cristiani
orientali in «protetti» dell'Occidente potrebbe esporli
a rischi ancora più gravi. Tuttavia, questa preoccupazione
deve forse esonerarci dall'intervenire, dal momento che proprio noi
parliamo di «dovere di ingerenza»? E l'indifferenza non
apre forse la via all'oscurantismo? Le guerre di religione o i
fenomeni religiosi ci sembrano appartenere a una lontana
preistoria: da ciò deriva tentala radicale
incapacità, da parte dell'Occidente, di affrontare la
questione in tutti i suoi aspetti. Per esempio, nella nostra
società, la difesa dei cristiani di altre parti del mondo
è spesso vista come un tentativo di favorire il ritorno del
religioso o di imporre i principi cristiani, che non sono
più considerati valori fondamentali; ne consegue che coloro
che si preoccupano della sorte delle minoranze cristiane sono
guardati con gran sospetto: nella migliore delle ipotesi sono
etichettati come ultraconservatori.
Nel silenzio cristiano si deve scorgere altresì
l'effetto di una svalutazione implicita e sistematica del
cristianesimo, largamente incoraggiata da un laicismo ottuso e
aggressivo, che spesso si manifesta nel modo in cui i media
trattano le vicende che coinvolgono i cristiani. Tra fine novembre
e i primi di dicembre del 2008 due avvenimenti legati alle tensioni
interreligiose hanno fatto parlare di sé attirando
l'interesse dei grandi media internazionali in modo assai
diseguale: ci riferiamo al massacro compiuto a Mumbai da un
regogruppo di mujaheddin, che hanno ucciso 172 persone e ne hanno
ferite circa 300, e alle sommosse anticristiane verificatesi in
Nigeria, dove alcuni gruppi musulmani locali hanno attaccato i
cristiani, uccidendone più di 300, saccheggiando i loro beni
e devastando le loro chiese. Nel 2004 si erano scatenate violenze
simili, che avevano lasciato sul terreno i cadaveri di oltre 700
cristiani. I fatti di Mumbai hanno occupato le prime pagine di
quotidiani e telegiornali, mentre l'altro episodio è stato
appena menzionato, sebbene l'ammontare delle vittime fosse assai
più elevato e le distruzioni nettamente più
gravi.
Questo trattamento differenziato da parte
dell'informazione è emblematico della difficoltà di
sensibilizzare l'opinione pubblica, persino la più accorta,
riguardo alle persecuzioni che colpiscono i cristiani in numerose
regioni del mondo. Si usano due pesi e due misure; se qualcuno
protesta, viene accusato di essere a favore della censura, contro
la libertà di informazione e di essere un bigotto e un
baciapile. Ho avuto occasione di sperimentare personalmente questo
disprezzo a Parigi, nell'agosto del 1997, in occasione della
Giornata mondiale della gioventù, che aveva riunito giovani
giunti da ogni parte del globo. Prima della manifestazione la
grande stampa internazionale aveva pressoché ignorato
l'evento. Se n'erano occupati soltanto alcuni editorialisti, i
quali avevano previsto che quel tentala tivo di
«irreggimentare» e «manipolare » la
gioventù si sarebbe risolto in un insuccesso. Durante la
manifestazione un certo numero di giornalisti si è limitato
a sottolineare i gravi disagi al traffico cittadino causati del
raduno. Nessuno si interrogava sulle motivazioni che animavano i
partecipanti, né sul significato profondo di quel ritorno al
religioso. Di fronte a un giornalista che mi intervistava
rivolgendomi domande sarcastiche sull'avvenimento, ho abbozzato una
provocazione, domandandogli a mia volta quale fosse la sua reazione
di fronte al pellegrinaggio islamico canonico alla Mecca (Hajj). Il
mio interlocutore mi ha guardato stupito, come se le mie parole
facessero di me un emulo degli antichi inquisitori. Ho quindi
capito quanto sia difficile perorare la causa dei cristiani che
soffrono nel mondo e quanto essere cristiano, agli occhi di molti,
rappresenti un'intollerabile mancanza di buon gusto, per non dire
un handicap che sarebbe meglio tentare di nascondere. Come si
può chiedere all'opinione pubblica di mobilitarsi in favore
dei cristiani d'Oriente, d'Africa, del Maghreb, se il cristianesimo
è la sola religione sottoposta a una sistematica
denigrazione che si prefigge di snaturane lo spirito e il
messaggio? La Francia è forse l'unico paese occidentale in
cui è buona norma stigmatizzare coloro che si dichiarano
credenti, e di conseguenza anche le Chiese ufficiali alle quali li
lega la fede.
Questo atteggiamento è evidente ogniqualvolta
è tirata in ballo la laïcité, principio
legislativo che gode di un consenso quasi unanime e di cui nessuna
associazione religiosa ufficialmente costituita chiede
l'abolizione. Anche i cristiani d'Oriente si richiamano alla
laicità. Inchieste e sondaggi hanno dimostrato che i
cattolici francesi, praticanti compresi, erano favorevoli alla
legge del 1905, la quale è ormai sul punto di diventare
quasi un testo sacro, almeno a giudicare dagli strepiti che
provengono da certi ambienti dell'integralismo laicista quando si
affronta l'argomento. La legge del 1905 è probabilmente il
solo documento mai votato a Palazzo Borbone che sia considerato
scolpito nella pietra. Chiunque osi suggerire l'idea di una sua
revisione si attira l'accusa di minacciare le fondamenta stesse
della République. Nella loro miopia, i campioni della
ragione, del libero esame e della critica rifiutano ostinatamente
di applicare queste virtù alla propria causa. Chi commette
il sacrilegio di non pensarla come loro è regolarmente
denunciato come un novello inquisitore! I conflitti politici sono
resi ancor più aspri dal fatto che per lungo tempo hanno
riguardato la religione: il castello contro il municipio, il curato
contro il maestro pubblico ecc. L'adesione alla Repubblica della
quasi totalità dei cristiani ha semplicemente cambiato i
termini del confronto, spostandolo sul terreno della scuola: di qui
le grandi crisi provocate, nel corso del XX secolo, dai progetti di
riforma delle leggi che regolano i rapporti tra lo Stato e
l'insegnamento confessionale. Mentre le manifestazioni del 1°
maggio mostravano segni di logoramento, quelle a favore della
scuola laica o confessionale del 1984 hanno richiamato in piazza
centinaia di migliaia di persone. Sembra quasi che la Repubblica
sia costantemente minacciata dalle oscure trame dei bigotti.
Provate a parlare di «laicità positiva» e
scatenerete immediatamente una bufera difficilmente comprensibile
per gli osservatori stranieri, che si stupiscono nel vedere quanto
facilmente noi francesi ci crogioliamo in vecchie questioni
«fratricide ». Gli anticlericali di un tempo hanno
lasciato il posto ai nuovi professionisti dell'anticristianesimo,
intolleranti e irrispettosi delle credenze di coloro che hanno la
sfortuna di non pensarla come loro. La società francese
continua a essere impregnata del tanfo di un anticlericalismo
primario che si ripresenta ogniqualvolta si discute a proposito di
laicità. Se vi azzardate a far notare la cosa sarete
etichettati come «baciapile », e vi sarà quasi
certamente sbattuto in faccia l'affare delle vignette danesi sul
profeta Maometto. Peraltro, le prime vittime di quelle caricature
non sono stati gli anticlericali e i laicisti d'Europa ma i
cristiani del Pakistan e della Nigeria, che hanno pagato con la
vita l'«errore » dell'Occidente, il quale tanto per
cambiare non ha mosso un dito.
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