Quei ragazzi di Villa Diodati
di Mario Bernardi Guardi
[30 gennaio 2010]
Mentre Moonlight spopola tra le fanciulle in fiore alla
cerca di un «bel tenebroso» fuggente e suggente
(sì, ma con juicio) da accogliere tra le candide e
morbide braccia; e mentre chi ha abbondantemente varcato il mezzo
secolo rimpiange (magari senza dirlo in giro per non far la figura
del trucido razzista) i bei tempi in cui la terapia antivampiro era
affidata a reste d'aglio e paletti di frassino: insomma, mentre il
cinema, con la maliosa, struggente storia di Edward e Bella,
sguazza tra sangue, sensi e sentimenti, anche la letteratura fa la
sua parte. Così arriva in libreria La filosofia di
Twilight (a cura di Rebecca Housel e J. Jeremy Wisnewski,Fazi,
250 pagine, 18,00 euro), un raccolta di studi in cui, facendo
riferimento alla fortunatissima saga di Stephenie Meyer, si
discetta di amore e morte, immortalità e libero arbitrio,
violenza e compassione, desidero e astinenza, eroi byroniani e
femministe, licantropi e vampiri (da quelli serial killer a quelli
«vegetariani»), con vivaci incursioni nel mondo del
mito, della letteratura e della religione (tanto per dire,
Stephenie Meyer è mormone: c'entra qualcosa la sua religione
personale con la filosofia di Twilight?Vi illumina in
proposito Marc E. Shaw nel suo saggio Per la forza di Bella.
Stephenie Meyer, i vampiri e i mormoni, op. cit., pp.
235-244).
Per la serie «vampiri e altri orrori», ma
con bel contrassegno tricolore, si può leggere, con brividi
di goduria, Ottocento nero italiano. Narrativa fantastica e
crudele (a cura di Claudio Gallo e Fabrizio Foni, introduzione
di Luca Crovi,Aragno, 539 pagine, 38,00 euro) che è una vera
e propria miniera di ammiccanti scoperte. Dunque: alle soglie
dell'Ottocento, l'Italia non è soltanto «il paese dove
fioriscono i limoni», dove «splendono arance d'oro nel
verde fogliame» e dove «tranquillo è il mirto,
sereno l'alloro», cantato dall'entusiasta Goethe nella
celeberrima lirica Sehnsucht, ma è anche il paese
del mistero, «il luogo dove si aggiravano in mezzo alle
rovine di templi e anfiteatri creature da incubo come fantasmi,
vampiri e briganti» (Crovi), la terra dove la luce del sole
sprofondava in cupi notturni abitati da mostri di tutti i generi, e
che già avevano eccitato la fantasia di Horace Walpole
(Il castello di Otranto, 1764) e di Ann Radcliffe
(Romanzo siciliano, 1790 e L'Italiano o il
confessionale dei Penitenti Neri, 1797). E non dimentichiamo
che in tanti racconti di Ernst Theodor Hoffmann - Il signor
Formica, La principessa Brambilla, Dogi e dogaresse ecc. -
incanti, misteri e magie trovano nel Belpaese (da incubo!) la loro
terra d'elezione. Così, i tanti scrittori di casa nostra,
che tra gli inizi dell'Ottocento e i primi due decenni del
Novecento (l'arco di tempo preso in considerazione dai curatori
dell'Antologia), si sono cimentati col fantastico e l'orrifico
avevano abbondante materia cui attingere (si veda in proposito
anche Enciclopedia fantastica italiana. Ventisette racconti da
Leopardi a Moravia, a cura di Lucio D'Arcangelo, introduzione
di Fausto Gianfranceschi, Mondadori, 1993). E lo fecero con
indubbia maestrìa non solo perché avevano ben
digerito i modelli stranieri che abbiamo citato e tanti altri
ancora (Byron, Schiller, Poe, Dumas, Stevenson, Verne ecc.), ma
perché con i più variegati spettri erano in naturale
sodalizio. E lo si vede bene leggendo i racconti di Alessandro
Sauli, Emilio De Marchi, Emilio Salgari, Jarro, Francesco
Mastriani,Carolina Invernizio,Matilde Serao, Giustino L. Ferri,
Salvatore Di Giacomo, che sono alcune tra le «firme»
dell'Antologia. E che tardivamente scopriamo perché solo da
un paio di decenni abbiamo superato il pro vincialissimo complesso
di inferiorità nei confronti della produzione libraria o
cinematografica straniera (soprattutto inglese e americana) e ci
siamo accorti di valere qualcosa anche nel campo del fantastico e
del nero che più nero non si può.Tanto è vero
che è diventato «di culto » un film come I
tre volti della paura di Mario Bava (1963) e qualcuno ha
scoperto che La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati
(1976) è un piccolo capolavoro. Insomma, sul meraviglioso e
il mostruoso nessuno ha da insegnarci nulla. E nemmeno sui vampiri
perché, ben prima del Dracula dell'inglese Bram Stoker
(1897) c'è Il Vampiro dell'anglo-italiano, per
essere ancor più precisi dell'anglo- toscano, John William
Polidori, apparso nel 1819 sul New Monthly Magazine e ora
riproposto dalla Studio Tesi (a cura di Giovanna Franci e Rosella
Mangaroni, con un'introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano
Fusco, 154 pagine, 8,90 euro). Prima di parlare di John,
però, bisogna parlare di papà Gaetano. Anzi, prima
ancora bisogna parlare del luogo d'origine di questi italiani
anglicizzati. E cioè di Bientina, in quel di Pisa.Un paese
dove si mescolano memorie etrusche e granducali e dove tutti gli
anni, a metà maggio, per la festa patronale di San Valentino
(un martire della romanità cristiana, che non ha nulla a che
fare col Valentino degli innamorati), il parroco, che ha tanto di
autorizzazione, non solo benedice chi soffre di epilessia, ma, a
colpi di esorcismo, libera i «posseduti». E cioè
gli assatanati, gli indemoniati, i vampirizzati. Bene, in questo
paese che vede l'Angelo di Dio contendere fieramente col Signore
delle Tenebre (prima l'esorcismo era pubblico, si svolgeva in
chiesa, davanti agli occhi dei fedeli, tra le grida degli
indemoniati, i vade retro del sacerdote e la morbosa
curiosità del pubblico; adesso è tutto all'insegna
della riservatezza ed è in canonica che l'esorcista fa a
cazzotti con i dèmoni, privando le folle di un terribile e
discutibile spettacolo che però irrobustiva la fede), nasce,
nel 1763, Gaetano Polidori, da una stirpe di medici con ambizioni
letterarie. Sin da ragazzo, si immerge nella lettura e scrive: ma
solo molto tardi, a ottant'anni compiuti, darà alle stampe
le sue pagine (cfr. Gaetano Polidori, Opere scelte, a cura
di Edoardo Carlotti, con un saggio di Roberto Tessari, Ed.
Giardini, 1994). A cui non fanno certo difetto l'odore di zolfo, i
visionari empiti preromantici alla Ossian, le atmosfere pregne di
pathos mortuario, le sinistre magioni, l'enfasi
declamatoria, il gusto un po'kitsch. Comunque, anche se Gaetano
rivela un grande interesse per la narrativa gotica (tra l'altro,
traducendo in italiano Il castello di Otranto già
menzionato), non sono tanto i vampiri letterari a comparire nella
sua vita, quanto un uomo in carne e ossa ma con qualche
«vampiresco» tratto: niente meno che Vittorio Alfieri.
Gaetano Polidori aveva ventidue anni e stava studiando
giurisprudenza a Pisa, quando fu assunto come segretario
dall'Astigiano che cercava un giovane, preferibilmente senese o
pisano, che leggesse e copiasse i suoi manoscritti, correggendo
anche errori e trasandatezze sintattiche e lessicali. Così
Gaetano segue l'insigne tragediografo in Alsazia, sulle orme della
contessa d'Albany, e qui hanno inizio le dolenti note. Infatti, non
solo l'Alfieri si atteggia a eroe, titano,superuomo,vate della
morale e della libertà, senza esserne all'altezza, ma si
mostra sprezzante nei confronti del suo segretario e spesso lo
maltratta. Anni dopo, Polidori dedicherà al Conte,
«superbo al pari del Satana di Milton», delle note che
hanno il sapore della vendetta tardiva, ricordando mille episodi in
cui il Conte dette sfogo alla propria incontrollabile
collera,prendendosela con chi non si poteva difendere (un
cocchiere, un ragazzo del popolo, un servitore). Ma è a John
William - uno dei figli di Gaetano, che si è trasferito a
Londra dopo aver lasciato il servizio presso l'Alfieri e si
è qui sposato con Ann Mary Pierce - che toccherà un
padrone davvero satanico.
Giovane di grande ingegno, John ha frequentato le
università di Firenze e di Pisa, e si è laureato in
medicina a Edimburgo, appena diciannovenne. Studioso, non
c'è dubbio, ma anche «bello e dannato». E
cioè un tipo inquieto ed errabondo, privo di freni morali e
in perpetua cerca di «anime pèrse» con cui
stringere sodalizio. È così che diventa medico
personale, poi segretario e probabilmente amante del satanista Lord
George Byron che per gli amori particolari doveva avere una
predilezione, se è vero che aveva avuto una relazione
incestuosa con la sorellastra Augusta, completa di «figlio
della colpa». Se Gaetano non guardava certo con compiacimento
a certi tratti malvagi dell'Alfieri, il gossip biografico e
massmediatico vuole che John - suicida per debiti di gioco
nell'agosto del 1821 - gareggiasse in perversità col bel
George. E con Percy Shelley, dolcissimo poeta, ma anche gran
frequentatore dell'occulto, con annessi e connessi dèmoni e
meraviglie dal profilo luciferino. I tre si trovano insieme nella
famigerata «notte degli spettri» - ovviamente
«buia e tempestosa» -, da datarsi con
probabilità al 16 giugno 1816 (16-6-16: la
«Bestia» esulta!). La cornice è quella di Villa
Diodati nei pressi di Ginevra. Della tenebrosa compagnia
«fanno parte anche due signore: Claire Clermont, da poco
incinta di Lord Byron, e Mary, sorellastra di Claire e già
madre di un piccolo Shelley, per il momento nota come figlia di
Mary Wollstonecraft, che era stata la prima scrittrice femminista,
e di William Godwin, il più giacobino tra i pensatori
d'Inghilterra » (Giovanna Franci e Rosella Mangaroni:
«Antefatto: dove si parla di nobili autori, di poco nobili
contese, di un beffatore beffato e di un vampiro-dandy di
sfolgorante carriera», in John William Polidori, op. cit., p.
18). Che cosa fecero quella notte da tregenda gli «scolaretti
di Satana»? Ken Russell, nel suo Gothic, ha fatto
propria la vulgata sull'argomento: in quella sorta di peccaminosa
«famiglia allargata», nei meandri di quell'infernale
notturno, nascono il Frankestein della Shelley e
l'archetipo di Dracula,vale a dire il polidoriano
Vampyre.Di sicuro fu Byron a lanciare la sfida:
«entro un tempo brevissimo ciascuno avrebbe dovuto prodursi
in un racconto terrificante». L'immaginario dei presenti si
scatenò in una serie di proposte, facendo un gran chiasso
che finì con l'innervosire George, il quale alla fine si
diresse verso uno scaffale, ne trasse il suo racconto
Giaour in cui un vampiro faceva una fugace apparizione, lo
mostrò agli amici e impose il tema decisivo: i vampiri.
Inventando sul momento «una storia che parlava di
un personaggio misterioso, di un viaggio in terre lontane e di
situazioni inesplicabili». E poco tempo dopo le dette un
primo abbozzo, leggendone un frammento agli amici. Ma poi non
portò a termine il racconto. Lo avrebbe fatto, invece, John
che, licenziato proprio quell'anno dal suo bizzoso padrone (ma
anche lui non scherzava, ombroso e invidioso com'era), avrebbe
trasformato il frammento byroniano nel compiuto Vampyre
pisano. All'inizio, si badi bene, il racconto fu attribuito a
George: lo stesso Goethe, che nel Braut von Korinth aveva
dato corpo a macabre leggende, ci credette e giudicò la
storia bellissima. Ma, come documentato dalle due curatrici di
questa nuova edizione polidoriana, Byron smentì seccamente
di avere qualcosa a che fare con quel Vampiro. L'immagine del
ribelle al di là del bene e del male gli piaceva, ma Lord
Ruthven - il protagonista del racconto polidoriano - quanto a
perfidia esagerava. Poi, il rancoroso John lo aveva con ogni
evidenza modellato su di lui, e interpretare la parte del non-morto
che ora fa il killer, ora sugge il sangue alla fanciulle proprio
non gli andava giù. In ogni caso, i ragazzacci di Villa
Diodati, al di là del diverso rango assegnato loro dalle
storie letterarie, non furono davvero gratificati da una
«bella morte». John, come abbiamo accennato, si uccise
a causa di debiti di gioco e lo fece con l'acido prussico, dopo
aver dettato un epitaffio in cui si proclamava discendente da
Polidoro, nobile e infelice eroe virgiliano. Shelley morì
annegato in un naufragio al largo di La Spezia nel 1822; Byron, due
anni dopo, in Grecia, divorato da una febbre reumatica che si era
trasformata in meningite. Mary Shelley vivrà fino al 1851,
in compagnia dei suoi fantasmi, del suo Frankenstein e dei
suoi miti di un uomo originariamente buono, ma poi corrotto dalla
società e dalle smanie prometeiche della scienza (ma non
c'era una vocazione «prometeica» anche nei suoi vecchi
amici?). E, per finire, qualche «curiosità».
Frances Mary Polidori, sorella di John, sposerà l'esoterista
e dantista Gabriele Rossetti e sarà madre di Dante Gabriel,
poeta, pittore e fondatore della Confraternita Preraffaelita.
Ancora: Dante Gabriel, a Londra, dimorerà nel sobborgo di
Chelsea, vicino alla casa di Bram Stoker, il papà di
Dracula.
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