Cronache di liberal

Il romanzo inedito di Goliarda Sapienza

di Pier Mario Fasanotti [27 febbraio 2010]

Ricorda una frase del suo professore e la tramuta nel perno della propria esistenza: «Non bisogna lasciare che la vita distrugga il sogno». Poi riflette, e a lungo, sul fatto che la vita «è economia e sogno»: per questo la giovanissima Goliarda Sapienza si dà da fare per ottenere due lire - ma non come elemosina: roba da cenciosi - così da poter andare a vedere al cinema Mirone di Catania uno dei più bei film di Jean Gabin. È lui, l'uomo dagli occhi marcatamente azzurri anche quando la pellicola è in bianco e nero, che può insegnare ad amare le donne. Non certo quelle che somigliano a Margaret Thatcher, già legnoso premier britannico e risultato di un certo femminismo traditore, omologante e appiattente. Eh no. Altro apprende dal mitico Gabin, bandiera anarchica in tempi totalitari: «I suoi occhi sognavano una donna che fosse come un fiume, un grande fiume languido e vertiginoso che andava a nutrire con le sue acque limpide il mare... questo ho imparato da lui, per me la donna è stata sempre il mare... un mare segreto di vita, avventura magnifica e disperata, bara e culla, sibilla muta e risposta sicura, spazio immenso in cui misurare il nostro coraggio di individualisti incalliti».

La citazione, in stupendo stile, è tratta dal secondo romanzo postumo della Sapienza, Io, Jean Gabin, per fortuna pubblicato ora da Einaudi (124 pagine, 17,00 euro). Romanzo che ebbe continui rifiuti editoriali. Erano gli anni di piombo, ma questo non giustifica. E non assolve gli editori, spesso così distratti dinanzi all'ancora non del tutto esplorato serbatoio letterario del Novecento. Goliarda, pur orgogliosa del successo, anche sul mercato straniero, di Lettera aperta, s'era proprio stufata di pietire consensi, di fare anticamere, di convincere o addirittura di cercare uno sponsor, come si dice oggi, o un padrino, come si diceva un tempo (l'editoria si muove sovente con l'olio delle raccomandazioni, ipocritamente tradotte in «presentazioni»). La scrittrice, catanese poi adottata da Roma, con una passione smodata per il cinema (sposò il regista Citto Maselli e con lui lavorò), fu rinchiusa in carcere per uno stupido furto di gioielli a casa di amiche.Voleva comunque proseguire in prosa il racconto del suo percorso formativo di donna indipendente, figlia di socialisti libertari, e nello stesso tempo tornare nei «bassi» di Catania, lei così disinvolta nel conversare con ladri, mendicanti e prostitute. Nella postfazione,Angelo Pellegrino, che la conobbe bene, racconta un episodio che illumina il carattere di quella «carusa tosta». Nel 1967 Goliarda venne convocata dall'editore Rizzoli, negli uffici romani di via Veneto. Il commendatore aveva captato la notizia che una scrittrice siciliana aveva da poco pubblicato da Garzanti un libro difficilmente etichettabile, una specie di autobiografia «col coraggio insolito, per le italiane del tempo, di mettere a nudo se stessa senza metafore, soprattutto l'originale e curiosa infanzia passata nei bassifondi della sua città d'origine ». Con piglio rozzamente milanese, Rizzoli le propose un contratto per sei romanzi «che devono avere per tema la vita delle bambine siciliane, senza tralasciare l'aspetto sessuale». Goliarda lo interruppe chiedendo il compenso. Rizzoli indicò una cifra. E lei: «È meno di quello che do in un anno alla mia donna di servizio. Poi non credo di esserne capace». Dieci anni dopo, delusa per i rifiuti del suo Arte della gioia, scriverà una frase che troviamo nel romanzo fino a oggi rimasto inedito: «...non guadagnare riducendo il sogno a raccontino commerciale, non accettare compromessi... non ti venderò... Jean, non ammorbidirò... la tua immagine e le tue tragedie per fare piacere a "loro". Da oggi che sono scesa con te nelle nebbie del tuo fato, o ti racconterò com'eri, bello e atroce, onesto e disonesto, crudele e dolce come un gabbiano e come la vita stessa che è un grande gabbiano vorace ed elegante, o non aprirò più la bocca anche a costo di morire di fame nel cantone più buio». Jean Gabin diventa occasione per tornare con la memoria nei vicoli lerci e chiassosi della sua Catania, anzi Civita di Catania. Un borgo apprezzato anche da lettori israeliani, che dichiaravano di essersi riconosciuti in quella bambina descritta dalla Sapienza.Applausi dalla Francia e da Israele, tiepidezza o rifiuti o commerciali compromessi in Italia. E lei, fiera di essere figlia di un avvocato che si batteva per i poveri e di Maria Giudice, figura storica del socialismo italiano prima del conflitto 1914-18, scrisse praticamente per sé. Con «linguaggio tellurico e impietoso» come annota Pellegrino nella postfazione. Goliarda si considerava ormai «postuma».

La fascinazione del mondo femminile attraverso gli occhi di Gabin si deve, per dire la verità, ricondurre al non-rifiuto della Sapienza a corteggiare le donne. Esperienza che tuttavia arricchì, senza deviazioni definitive, le sue autentiche pulsioni erotiche. Comunque mantenne un'attenzione sempre particolare per il mondo femminile, che ebbe a definire «indecifrabile». Scrivendo di uno dei suoi fratelli, sa bene, o immagina così bene, l'effetto del suo fascino: «...d'inverno usa il bergamotto quello stracciacuori di caruso,perenne minaccia a tutte le femmine del quartiere». La ragazza Goliarda dice allo zio di volere l'indipendenza sentimentale, lei che vagheggia d'essere come l'eroina Angelica, ma sa d'essere cresciuta in tempi cambiati: «non si usavano più la spada, la corazza, i cavalli e con dolore avevo dovuto abbandonare lo scudo e il mantello».Eppure nelle sue rabbie fa a cazzotti con l'aria. Le chiedono: «Si può avere l'onore di sapere con chi ti battevi così furiosamente, bella pupa? Giuraddio ca Angelica parevi: tutta capelli e furia come a lei quannu s'appressa a dare sfida...». Ovviamente si mette al fianco di Zoe, la cameriera che è stata rifiutata dal promesso sposo, il carabiniere che s'era accorto che la fidanzatina torinese era in realtà figlia di un bandito sardo. Goliarda le dice di comprendere il sangue che poi fu versato. E s'oppone alla pur dolce tentazione di delegare tutto a un padre o a un dio: «La grande libertà di se stessi e dei propri pensieri non è una cosa straziante da non dire?». In questo è spalleggiata dai familiari. Goliarda ricorda: «Mio padre ha ragione, quella monaca del delitto è molto intelligente».Sempre a proposito di Zoe, socialmente scomoda e perennemente attaccabile e ricattabile, la Sapienza riferisce il commento di un'altra donna, selvaggia e onesta anche quando rubacchia: «Quella era la punta estrema del movimento per la causa della donna. Altro che suffragette o quelle sciocche delle Balabanoff, Kuliscioff, Zetkin, eccetera, che speravano di abbattere la tirannide sanguinosa dell'uomo combattendo coi fiori». Le rassegnate, le schiave e le leziose complottano contro Jean Gabin, l'uomo che sugli schermi andava a cercare il senso e la ragione di se stesso e del mondo. Gabin è il meccanismo identificatorio che consente a Goliarda di salvare «il lato onirico in sviluppo». Sì, proprio il Gabin dalle labbra affilate come lame, ma capace di aprirsi immediatamente in «un sorriso splendente e tenero». La frase diviene interamente veritiera se non si dimentica una precisazione: «Raramente però, molto raramente». Come quando l'attore di Alba tragica «volge il viso indifferente condito da un pizzico di noia davanti alle smancerie di una pupa qualsiasi». Goliarda non era «una qualsiasi», a costo di manifestare una libertà un po' sguaiata: ah, «non s'addice a una signorina quel galoppo continuo con tutte le gambe di fuori».   

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